Un processo di pace ancora incerto. Intervista al direttore di Radio Publique Africaine
Con un processo di transizione promettente ma ancora incompleto e un futuro tutto
da definire il Burundi sembra essere lo specchio delle attuali contraddizioni
nei Grandi Laghi. I progressi compiuti negli ultimi sei mesi grazie alle prime
elezioni comunali e politiche sono innegabili, ma sul Burundi pesa ancora l’incognita
delle Fnl (Forze Nazionali di Liberazione), l’unico gruppo ribelle che non ha
accettato di aderire al processo di pace e che continua ad insanguinare il distretto
di Bujumbura Rural. Per fare il punto sulla situazione abbiamo contattato Alexis
Sinduhije, direttore di Radio Publique Africaine, un’emittente indipendente che
negli ultimi anni è stata chiusa più volte perché ritenuta troppo “critica” nei
confronti del governo burundese.
Signor Sinduhije, alcune agenzie di stampa hanno riportato la denuncia della
sua radio, secondo cui negli ultimi mesi almeno 300 persone sarebbero morte a
causa degli scontri tra i ribelli delle Fnl e l’esercito burundese.
Il numero dei morti accertati sembra essere ancora maggiore: secondo le nostre
fonti locali almeno 200 di queste vittime sarebbero civili, uccise durante i raid
delle Fnl oppure a sangue freddo dagli stessi ribelli con l’accusa di essere
spie o collaborazionisti vicini all’esercito burundese. Oppure solo per vendetta
nei confronti degli attacchi condotti dalle Forze Armate locali. Nel distretto
di Bujumbura Rural, l’unico al momento controllato dai ribelli, si perpetrano
assassinii, uccisioni di massa e mutilazioni ai danni dei civili come in Sierra
Leone. Ogni giorno vediamo civili con braccia, gambe o nasi tagliati e i nostri
contatti ci hanno riferito di almeno tre fosse comuni scoperte nella regione.
Crede che le continue azioni delle Fnl, che nelle ultime settimane hanno intensificato
i propri attacchi, possano mettere in pericolo il processo di pace?
No, non lo credo. Il processo di pace è ormai irreversibile, anche alla luce
delle recenti elezioni che metteranno la parola fine alla fase di transizione.
Quella condotta dai ribelli è una guerriglia ma nulla di più: le Fnl sono nate
negli anni ’80 come reazione al dominio politico e militare dei Tutsi, e la loro
lotta come quella degli altri gruppi ribelli aveva una legittimità. Ma ora, con
il processo di pace ormai in corso e le elezioni che hanno riportato al potere
gli Hutu (che costituiscono circa l’85% della popolazione del paese, n.d.r.) le
Fnl sono l’unico gruppo che non è riuscito a riconvertirsi in partito politico,
e proprio per questo stanno perdendo terreno.
Ritiene che vi siano ancora le condizioni per proseguire le trattative di pace?
Certamente. Il futuro governo Hutu proverà a porsi nei confronti delle Fnl su
un duplice piano: diplomatico, tentando di far uscire allo scoperto i ribelli
attraverso leggi di amnistia e negoziati, per i quali il governo sudafricano si
è già offerto come mediatore; e militare, attraverso un’intensificazione delle
attività militari se le trattative dovessero fallire. La mia opinione è che, se
non decideranno di sedersi al tavolo della pace, le Fnl verranno spazzate via
militarmente in non più di tre mesi.
Eppure nei mesi passati le Fnl si erano dichiarate più volte disponibili a intavolare
trattative di pace col governo.
La mossa delle Fnl è stata solo fumo negli occhi: i ribelli hanno aperto al governo
di transizione troppo tardi, quando ormai l’esecutivo non aveva più credito politico
visto che in poche settimane sarebbe stato sostituito dal nuovo governo uscito
vincitore dalle elezioni. La mossa delle Fnl è stata abile dal punto di vista
tattico, perché ha permesso ai ribelli di prender tempo e di rifarsi un’immagine
agli occhi della comunità internazionale, ma senza la reale volontà di arrivare
alla pace. Prova ne è il fatto che, approfittando del vuoto di potere creatosi
in Burundi per la campagna elettorale e il passaggio di consegne a livello politico,
i ribelli delle Fnl hanno cominciato a riarmarsi e continuano a arruolare nelle
loro file bambini soldato.
Crede che le tensioni presenti nei paesi vicini, in primis la Rep. Dem. del Congo,
potrebbero influenzare negativamente il processo di pace burundese?
Certamente i problemi di un vicino così grande e potente come il Congo potrebbero
influenzare in qualche modo anche noi, ma non penso che possano portare a una
destabilizzazione profonda. Preferisco pensare al contrario che la buona riuscita
del processo di pace in Burundi possa servire da esempio anche per i vicini congolesi
e che il nuovo governo di Bujumbura possa mediare tra Congo e Ruanda per abbassare
il livello della tensione nei Grandi Laghi.
Veniamo alla questione dei profughi Hutu ruandesi: fuggiti in Burundi a metà
marzo a séguito di presunte minacce e violenze ai loro danni da parte della popolazione
Tutsi, sono stati rimpatriati a forza come immigrati clandestini dopo un incontro
tra le autorità dei due paesi. Qual è il suo punto di vista su questa vicenda
ancora oscura?
Se qualcuno fugge dal suo paese e abbandona la propria casa deve esserci una
ragione. Per me gli Hutu ruandesi erano profughi, e come tali sarebbero dovuti
essere trattati. D’altro canto sono realista, e ammetto che nella situazione attuale
il Burundi non si può permettere uno scontro con il Ruanda. Siamo un paese fragile,
che sta uscendo a fatica da una lunga guerra civile e l’ultima cosa di cui abbiamo
bisogno adesso è di uno scontro con il Ruanda dove, non ce lo dimentichiamo, sono
i Tutsi ad avere il potere. Il problema è che l’ospitalità data ai profughi avrebbe
potuto insospettire il governo di Kigali, e sappiamo quanto il Ruanda sia sensibile
al problema dei guerriglieri Hutu presenti in Congo. Alla luce di queste considerazioni
penso che, nel rimpatriare i profughi, le autorità burundesi abbiano preso la
decisione giusta.