Mentre sul campo il livello della sicurezza degenera ogni giorno, negli ambienti
della politica fervono le trattative per la nuova costituzione irachena, da approvare
entro il 15 di agosto. Il nodo principale: il ruolo e i diritti della donna.
Situazione ancora esplosiva. Mercoledì nella provincia occidentale di Haditha, vicino al confine con la Siria,
un veicolo anfibio per il trasporto dei marines americani ha urtato una bomba
posta a lato della strada. Nell’esplosione, rivendicata da Ansar al Sunnah, sono
morti quattordici marines, si è trattato del singolo attacco più sanguinoso contro
i soldati statunitensi in Iraq. Ora il numero dei soldati che hanno perso la vita
dall’inizio del 2003 in Iraq è salito a 1820.
Che la situazione sul campo sia sempre a livelli di emergenza, lo testimoniano
anche le cifre parziali secondo cui, solo dal 24 luglio ad oggi, i soldati americani
rimasti uccisi sono stati trentanove, contro gli oltre duemilasettecento iracheni,
oltre metà dei quali civili, uccisi a partire dalla stessa data.
Fonti di tre diversi ministeri iracheni (interni, difesa e sanità) hanno reso
noto che 4.000 iracheni, metà dei quali civili, sono morti a causa delle violenze
in Iraq negli ultimi sette mesi.
In particolare, l’area vicino al confine siriano rimane una ferita aperta per
le forze occupanti che, dopo aver lanciato nei mesi scorsi due imponenti operazioni
di rastrellamento per schiacciare la resistenza e bloccare il transito di combattenti
dalla Siria, si trovano alle prese con un territorio ancora tutt’altro che sotto
controllo.
Fate in fretta, fatelo a modo nostro. Nel frattempo, vista la scadenza imminente del termine per la presentazione
della bozza costituzionale, anche l’ambasciatore Usa Zslmay Khalizad è sceso in
campo per fare pressione sui politici dell’Assemblea Nazionale affinchè raggiungano
entro il 15 un accordo e una proposta che sia accettabile per le diverse popolazioni
del paese. Rompendo con la linea di non interferenza del suo predecessore John
Negroponte, Khalizad si è speso affichè l’Iraq del futuro adotti un codice civile
secolare, nonostante la volontà di diverse formazioni politiche che vorrebbero
un sistema di leggi legato unicamente ai dettami dell’islam. Se vincesse la linea
dei religiosi, le prime a farne le spese sarebbero le donne irachene, che sotto
il regime di Saddam godevano di diritti civili come in pochi altri paesi in medio
oriente. Paradossalmente invece, nel nuovo Iraq supervisionato dagli Stati Uniti,
le donne rischiano di perdere i diritti di cui godevano in passato per tornare
indietro nel tempo. “Lo scontro in atto oggi –sostiene una fonte vicina al comitato
costituzionale- vede i sostenitori dei diritti della donna contrapposti a coloro
che vogliono tornare al tempo della loro servitù, relegandole a cittadini di second’ordine.“
Una bozza è già stata divulgata, ma il testo è ancora interamente in discussione
e i nodi politici da risolvere sono ancora molti. Si va dalla questione dei diritti
delle donne al ruolo dell’islam nello stato, fino ai vari modelli di federalismo.
Venerdì il comitato costituzionale si riunirà ancora per tentare di raggiungere
un compromesso che, se venisse a mancare, ritornerebbe nelle mani dei leader di
partito. Questi avranno allora una settimana per accordarsi e fare modifiche,
dopodichè, che sia condiviso o meno, la costituzione verrà messa ai voti all’Assembea
Nazionale.
“Se il testo tornasse nelle mani dei partiti -commenta Saleh Mutlak, un negoziatore
sunnita della commissione costituzionale- il processo costituzionale intero tornerebbe
nelle mani di curdi e sciiti”. “Lo prepareranno in modo da rendere inutile l’accordo
con i leader sunniti. Oggi sono pessimista”. Anche l’ambasciatore Usa si è espresso
contro questa ipotesi, secondo Khalizad, che martedì ha tenuto una conferenza
stampa attorniato da una dozzina di donne attiviste per i diritti umani, gli interessi
che la costituzione non può mancare di considerare sono proprio quelli delle donne
e dei sunniti.

Donne contro. Giovedì 28 luglio, dopo la pubblicazione della bozza, numerose donne hanno inscenato
un sit in di protesta a Baghdad. “Il testo attuale- commenta un’attivista dell’organizzazione
umanitaria statunitense Madre - sostituisce le leggi più liberali del medio oriente in materia di stato civile,
con interpretazioni arbitrarie della legge religiosa”. “L’islam non può essere
la sola fonte della costituzione irachena –continua l’argomento Safia Suhail,
una politica coinvolta nei lavori della commissione- ce ne sono diverse, tante
quanti sono i gruppi etnici e le correnti religiose del paese. Il riconoscimento
dei diritti delle donne nasce da questa scelta”.
Sul fronte opposto però, nella parte sciita per esempio, ci sono anche donne
che considerano la concessione dei diritti civili alle donne irachene una mossa
inaccettabile. “La nostra società è islamica –dichiara Salama Khafaji, attivista
politica nell’alleanza sciita- e ogni legge che contraddicesse l’islam creerebbe
grossi problemi. Se si imponesse l’uguaglianza tra uomini e donne alle varie tribù,
scoppierebbero certamente degli scontri e non ci sarebbe mai stabilità in Iraq.”
Gli islamisti desiderano che il nuovo sistema legale deleghi alle corti religiose
delle singole comunità le decisioni riguardanti matrimoni, divorzi ed eredità,
mentre i secolaristi premono perché tali questioni siano appannaggio dei tribunali
civili.
Nell’Assemblea Nazionale, che conta 275 membri, trenta oggi sono donne, ma molte
di esse fanno parte di partiti religiosi e sostengono attivamente la corrente
che vuole la sharia come unica fonte del diritto nel paese. Ma la forma di costituzione
che sostengono, oltre a violare diversi trattati internazionali sui diritti dell’uomo
negando la parità di diritti tra i sessi, è anche un boomerang che minaccia direttamente
il loro ruolo. Nella bozza si propone infatti che la percentuale di donne nel
parlamento sia limitata al 25 percento, e che tale vincolo cessi del tutto dopo
due elezioni. Una clausola che le donne irachene e le varie associazioni che le
sostengono non possono non sentire altrimenti che come una minaccia.