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Escalation di violenze. Secondo Kurmann nelle ultime settimane i raid delle milizie irregolari presenti
nella regione si sarebbero intensificati, tanto che l’80% della popolazione curata
nei campi profughi finora assistiti da Msf presenterebbe ferite da arma da fuoco.
A ciò si aggiungono i rapimenti di civili, destinati a diventare portatori o schiavi
sessuali dei miliziani: delle 795 famiglie intervistate recentemente dall’organizzazione
ben il 95% avrebbe vissuto il rapimento di almeno un familiare. Msf ha garantito
che continuerà a gestire un ospedale a Bunia che conta 90 posti letto. Ma al momento
i maggiori problemi, per quanto riguarda l’assistenza umanitaria, riguardano proprio
i numerosi campi profughi creati negli ultimi mesi per accogliere la popolazione
in fuga dai continui scontri che oppongono il nuovo esercito congolese ai gruppi
di miliziani che hanno rifiutato di entrare nel programma di disarmo.
Il problema delle milizie. PeaceReporter ha contattato al telefono anche Moussa Demba Diallo, portavoce della Monuc (la
missione Onu in Congo) a Bunia: “Il numero totale dei miliziani disarmati negli
ultimi mesi è di 16.607. Purtroppo rimangono ancora piccoli gruppi irregolari
che continuano ad attaccare la popolazione civile, a cui l’esercito congolese
sta dando la caccia. E’ un compito non facile, visto che i miliziani attaccano
durante la notte villaggi isolati e difficili da raggiungere. La situazione è
comunque molto migliorata negli ultimi mesi, come confermano le operazioni di
registrazione della popolazione civile in vista delle prossime elezioni, operazioni
che si sono già concluse nella capitale Kinshasa e che hanno preso il via anche
qui in Ituri. Il processo di pace è ormai avviato, e non saranno certo questi
piccoli gruppi irregolari a fermarlo”. Nonostante l’ottimismo di Diallo i problemi
che il Congo dovrà affrontare nei prossimi mesi non sono di poco conto: il prolungamento
di un anno del processo di transizione, che avrebbe dovuto concludersi lo scorso
giugno con le prime elezioni politiche del dopoguerra, ha aumentato di molto la
tensione nel paese.
Il Kivu in fiamme. Il tutto mentre continuano gli scontri nel Kivu: nei giorni scorsi il villaggio
di Birwa nel Nord-Kivu sarebbe stato attaccato da uomini in armi, probabilmente
appartenenti alle milizie etniche Mayi-Mayi, il cui raid avrebbe provocato la
morte di 5 civili secondo quanto riferito l’Afp. Domenica scorsa invece Pascal
Kabungulu Kisembi, membro dell’associazione per i diritti umani Héritiers de la
Justice, sarebbe stato ucciso nella sua casa di Bukavu da tre uomini armati non
identificati. Matteo Fagotto