03/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Troppi rischi per il personale, 100.000 persone senza assistenza medica
La notizia era nell’aria da giorni, ma la conferma da Ginevra è giunta solo ieri: Msf (Medici Senza Frontiere) ha deciso di ritirare il personale medico dai numerosi campi profughi sparsi per l’Ituri, a causa dei continui attacchi delle milizie irregolari congolesi che mettono a repentaglio la sicurezza del personale dell’organizzazione. Contattato telefonicamente da PeaceReporter, il responsabile per la comunicazione di Msf a Kinshasa Thomas Kurmann ha confermato la notizia, rendendo noto che almeno 100.000 profughi presenti nella regione rimarranno così senza assistenza medica. La decisione è stata presa da Msf in seguito al rapimento di due suoi operatori lo scorso giugno. Nonostante i due siano stati liberati dopo una decina di giorni, gli attacchi giornalieri delle milizie irregolari ai danni dei civili non permettono a Msf  di operare in condizioni di sicurezza.
 

Soccorsi medici ad una vittima dei milizianiEscalation di violenze. Secondo Kurmann nelle ultime settimane i raid delle milizie irregolari presenti nella regione si sarebbero intensificati, tanto che l’80% della popolazione curata nei campi profughi finora assistiti da Msf presenterebbe ferite da arma da fuoco. A ciò si aggiungono i rapimenti di civili, destinati a diventare portatori o schiavi sessuali dei miliziani: delle 795 famiglie intervistate recentemente dall’organizzazione ben il 95% avrebbe vissuto il rapimento di almeno un familiare. Msf ha garantito che continuerà a gestire un ospedale a Bunia che conta 90 posti letto. Ma al momento i maggiori problemi, per quanto riguarda l’assistenza umanitaria, riguardano proprio i numerosi campi profughi creati negli ultimi mesi per accogliere la popolazione in fuga dai continui scontri che oppongono il nuovo esercito congolese ai gruppi di miliziani che hanno rifiutato di entrare nel programma di disarmo.

 

Miliziani in azione nei pressi di BuniaIl problema delle milizie. PeaceReporter ha contattato al telefono anche Moussa Demba Diallo, portavoce della Monuc (la missione Onu in Congo) a Bunia: “Il numero totale dei miliziani disarmati negli ultimi mesi è di 16.607. Purtroppo rimangono ancora piccoli gruppi irregolari che continuano ad attaccare la popolazione civile, a cui l’esercito congolese sta dando la caccia. E’ un compito non facile, visto che i miliziani attaccano durante la notte villaggi isolati e difficili da raggiungere. La situazione è comunque molto migliorata negli ultimi mesi, come confermano le operazioni di registrazione della popolazione civile in vista delle prossime elezioni, operazioni che si sono già concluse nella capitale Kinshasa e che hanno preso il via anche qui in Ituri. Il processo di pace è ormai avviato, e non saranno certo questi piccoli gruppi irregolari a fermarlo”. Nonostante l’ottimismo di Diallo i problemi che il Congo dovrà affrontare nei prossimi mesi non sono di poco conto: il prolungamento di un anno del processo di transizione, che avrebbe dovuto concludersi lo scorso giugno con le prime elezioni politiche del dopoguerra, ha aumentato di molto la tensione nel paese.

 
Un Casco Blu della MonucIl Kivu in fiamme. Il tutto mentre continuano gli scontri nel Kivu: nei giorni scorsi il villaggio di Birwa nel Nord-Kivu sarebbe stato attaccato da uomini in armi, probabilmente appartenenti alle milizie etniche Mayi-Mayi, il cui raid avrebbe provocato la morte di 5 civili secondo quanto riferito l’Afp. Domenica scorsa invece Pascal Kabungulu Kisembi, membro dell’associazione per i diritti umani Héritiers de la Justice, sarebbe stato ucciso nella sua casa di Bukavu da tre uomini armati non identificati.

Matteo Fagotto

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