05/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Da un mese la città sunnita è sotto attacco. Popolazione allo stremo
militari usa attaccano fallujaRiprendere il controllo della città sunnita di Falluja è diventata una priorità assoluta per il comando delle operazioni militari in Iraq. La città, centro agricolo a circa 50 chilometri dalla capitale Baghdad, è sotto assedio da un mese: la pressione dell’opinione pubblica e lo sforzo militare cominciano a far sentire i loro effetti sulle truppe degli occupanti statunitensi. Per uscire dalle secche in cui si è incagliata la situazione, il comando della Coalizione, è pronta a tutto, anche a riabilitare qualche personaggio impresentabile.
 
Risulta infatti difficile capire altrimenti la nomina a comandante della cosiddetta Brigata Falluja (il contingente militare composto solo da iracheni che si dovrebbe occupare dell’ordine pubblico in città) di Jassim Mohammed Saleh, ex generale della famigerata Guardia Repubblicana, corpo scelto di fedelissimi responsabili della protezione di Saddam Hussein.
 
La situazione in città è critica e, l’unico modo per riprenderne il controllo, non è l’uso della forza, ma la trattativa e chi meglio di Saleh, che potrebbe trovarsi di fronte uomini fino ad un anno fa ai suoi ordini, può riuscirci?
A questa convinzione, il comando militare Usa, c’è arrivato dopo un assedio violentissimo che è costato la vita a più di 700 civili iracheni.
 
vittime a fallujaI testimoni non iracheni della battaglia di Falluja hanno riportato racconti drammatici dei combattimenti. Gli elicotteri da combattimento dell’esercito statunitense hanno attaccato con violenza e, il quartiere di Falluja chiamato Jolan, è stato bombardato in maniera massiccia con largo uso di cluster bombs, micidiali ordigni a grappolo, che hanno effetti devastanti. Tutte le testimonianze concordano sulla condizione disperata in cui versa la popolazione civile della città, con tutti i centri sanitari fuori uso, l’assenza di corrente elettrica e la scarsità di cibo e acqua potabile.
 
Nessuno poteva entrare in città, i cui accessi erano presidiati dai check point Usa, e tutti gli uomini sotto i 45 anni, armati o meno, erano considerati potenziali guerriglieri. Le testimonianze parlano di cecchini statunitensi che impedivano anche di prestare soccorso ai feriti e sparavano sulle ambulanze.
 
Tutto questo senza venire a capo della situazione, tutto per nulla, visto che i guerriglieri continuavano a rispondere colpo su colpo e, per i soldati Usa, stava diventando un massacro. Ecco allora l’idea geniale: molto probabilmente tra i guerriglieri ci sono molti ex militari del disciolto esercito saddamita, richiamiamo un loro vecchio comandante, che abbia autorità e non venga considerato un fantoccio degli occupanti. Così si arriva a Saleh, ma un po’ troppo in fretta.
 
Pochi giorni dopo infatti, a Paul Bremer, capo dell’autorità provvisoria di Governo, viene recapitata una lettera firmata da Mohammed Bahr al-Ullum, Amhed Chalabi e Adel al-Mohammedawi, tre sciiti che fanno parte del Consiglio.
Nella missiva si critica pesantemente la scelta di Saleh, visto che il militare faceva parte del corpo di spedizione punitiva che Saddam inviò nel sud del Paese per punire gli sciiti che, spinti alla insurrezione contro il regime dagli Usa nel 1991, e poi abbandonati al loro destino, si erano ribellati al rais.
 
Decine di migliaia di civili inermi furono trucidati, con militanti sciiti braccati casa per casa. Saleh, seppur senza responsabilità di comando particolari, era uno di loro.
Nel testo, i tre sciiti, fanno chiaramente riferimento al fatto che, essere liberati da Saddam per poi trovarsi a collaborare con un potenziale criminale di guerra, era inaccettabile.
 
Bremer ha fatto subito marcia indietro passando il comando della Brigata Falluja a Mohammed Latif, ex ufficiale dei servizi segreti iracheni, diventato successivamente un oppositore di Saddam.
 
funerali a fallujaI soldati statunitensi hanno cominciato a ritirarsi ai confini della città, limitandosi al controllo degli accessi, e lasciando agli iracheni il compito di riportare l’ordine in città. A Saleh resta comunque il compito di guidare una parte della brigata, quella che si dovrebbe occupare di farsi consegnare le armi dalla guerriglia.
La polemica ora è proprio sulla composizione di quest’ultima: iracheni sunniti o stranieri professionisti della jihad armata?
 
Gli Stati Uniti si dicono convinti della presenza di tunisini, marocchini, afgani e sauditi, ma lo stesso Saleh, quando sembrava sul punto di assumere il comando delle operazioni, si era detto convinto che di stranieri in città non ce ne fossero.
Le testimonianze da Falluja parla di una popolazione stremata, ma anche di uomini e ragazzi pronti a tutto per vendicare la serie di violenze indiscriminate commesse dai militari Usa nei giorni dell’assedio.
 
Alcune famiglie hanno cominciato a rientrare verso casa, ma la situazione umanitari resta gravissima.
Falluja, città sacra per la confessione sunnita dell’Islam, è diventata un punto chiave del conflitto iracheno.
 
Difatti potrebbe segnare un’inversione di tendenza nella strategia di Washington: la presa di coscienza del Pentagono che le truppe militari non bastano a piegare la guerriglia irachena, che appare un fenomeno sempre più complesso. Risulta necessario il coinvolgimento degli iracheni nel loro futuro, ma capirlo prima, avrebbe forse salvato la vita di qualcuno dei cittadini di Falluja.

Christian Elia

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