Da un mese la città sunnita è sotto attacco. Popolazione allo stremo

Riprendere il controllo della città sunnita di Falluja è diventata una priorità
assoluta per il comando delle operazioni militari in Iraq. La città, centro agricolo
a circa 50 chilometri dalla capitale Baghdad, è sotto assedio da un mese: la pressione
dell’opinione pubblica e lo sforzo militare cominciano a far sentire i loro effetti
sulle truppe degli occupanti statunitensi. Per uscire dalle secche in cui si è
incagliata la situazione, il comando della Coalizione, è pronta a tutto, anche
a riabilitare qualche personaggio impresentabile.
Risulta infatti difficile capire altrimenti la nomina a comandante della cosiddetta
Brigata Falluja (il contingente militare composto solo da iracheni che si dovrebbe
occupare dell’ordine pubblico in città) di Jassim Mohammed Saleh, ex generale
della famigerata Guardia Repubblicana, corpo scelto di fedelissimi responsabili
della protezione di Saddam Hussein.
La situazione in città è critica e, l’unico modo per riprenderne il controllo,
non è l’uso della forza, ma la trattativa e chi meglio di Saleh, che potrebbe
trovarsi di fronte uomini fino ad un anno fa ai suoi ordini, può riuscirci?
A questa convinzione, il comando militare Usa, c’è arrivato dopo un assedio violentissimo
che è costato la vita a più di 700 civili iracheni.

I testimoni non iracheni della battaglia di Falluja hanno riportato racconti
drammatici dei combattimenti. Gli elicotteri da combattimento dell’esercito statunitense
hanno attaccato con violenza e, il quartiere di Falluja chiamato Jolan, è stato
bombardato in maniera massiccia con largo uso di cluster bombs, micidiali ordigni
a grappolo, che hanno effetti devastanti. Tutte le testimonianze concordano sulla
condizione disperata in cui versa la popolazione civile della città, con tutti
i centri sanitari fuori uso, l’assenza di corrente elettrica e la scarsità di
cibo e acqua potabile.
Nessuno poteva entrare in città, i cui accessi erano presidiati dai check point
Usa, e tutti gli uomini sotto i 45 anni, armati o meno, erano considerati potenziali
guerriglieri. Le testimonianze parlano di cecchini statunitensi che impedivano
anche di prestare soccorso ai feriti e sparavano sulle ambulanze.
Tutto questo senza venire a capo della situazione, tutto per nulla, visto che
i guerriglieri continuavano a rispondere colpo su colpo e, per i soldati Usa,
stava diventando un massacro. Ecco allora l’idea geniale: molto probabilmente
tra i guerriglieri ci sono molti ex militari del disciolto esercito saddamita,
richiamiamo un loro vecchio comandante, che abbia autorità e non venga considerato
un fantoccio degli occupanti. Così si arriva a Saleh, ma un po’ troppo in fretta.
Pochi giorni dopo infatti, a Paul Bremer, capo dell’autorità provvisoria di Governo,
viene recapitata una lettera firmata da Mohammed Bahr al-Ullum, Amhed Chalabi
e Adel al-Mohammedawi, tre sciiti che fanno parte del Consiglio.
Nella missiva si critica pesantemente la scelta di Saleh, visto che il militare
faceva parte del corpo di spedizione punitiva che Saddam inviò nel sud del Paese
per punire gli sciiti che, spinti alla insurrezione contro il regime dagli Usa
nel 1991, e poi abbandonati al loro destino, si erano ribellati al rais.
Decine di migliaia di civili inermi furono trucidati, con militanti sciiti braccati
casa per casa. Saleh, seppur senza responsabilità di comando particolari, era
uno di loro.
Nel testo, i tre sciiti, fanno chiaramente riferimento al fatto che, essere liberati
da Saddam per poi trovarsi a collaborare con un potenziale criminale di guerra,
era inaccettabile.
Bremer ha fatto subito marcia indietro passando il comando della Brigata Falluja
a Mohammed Latif, ex ufficiale dei servizi segreti iracheni, diventato successivamente
un oppositore di Saddam.

I soldati statunitensi hanno cominciato a ritirarsi ai confini della città, limitandosi
al controllo degli accessi, e lasciando agli iracheni il compito di riportare
l’ordine in città. A Saleh resta comunque il compito di guidare una parte della
brigata, quella che si dovrebbe occupare di farsi consegnare le armi dalla guerriglia.
La polemica ora è proprio sulla composizione di quest’ultima: iracheni sunniti
o stranieri professionisti della jihad armata?
Gli Stati Uniti si dicono convinti della presenza di tunisini, marocchini, afgani
e sauditi, ma lo stesso Saleh, quando sembrava sul punto di assumere il comando
delle operazioni, si era detto convinto che di stranieri in città non ce ne fossero.
Le testimonianze da Falluja parla di una popolazione stremata, ma anche di uomini
e ragazzi pronti a tutto per vendicare la serie di violenze indiscriminate commesse
dai militari Usa nei giorni dell’assedio.
Alcune famiglie hanno cominciato a rientrare verso casa, ma la situazione umanitari
resta gravissima.
Falluja, città sacra per la confessione sunnita dell’Islam, è diventata un punto
chiave del conflitto iracheno.
Difatti potrebbe segnare un’inversione di tendenza nella strategia di Washington:
la presa di coscienza del Pentagono che le truppe militari non bastano a piegare
la guerriglia irachena, che appare un fenomeno sempre più complesso. Risulta necessario
il coinvolgimento degli iracheni nel loro futuro, ma capirlo prima, avrebbe forse
salvato la vita di qualcuno dei cittadini di Falluja.