Scritto per noi da
Lara Vettipio
Qom, Iran centrale - Oggi per Mahmud Ahmadinejad è il giorno più importante: l’ex sindaco di Teheran
ha ricevuto stamattina l’investitura ufficiale al Parlamento Islamico da parte
del Leader Supremo Ali Khamenei, e da subito dovrà cominciare un duro lavoro,
visti gli ultimi avvenimenti nel Paese. Non si è dovuto attendere molto per il
primo attacco del neopresidente alle nazioni occidentali per quanto riguarda la
gestione dell'industria nucleare persiana; "Non sopporteremo discriminazioni da
parte di Paesi che godono di privilegi scientifici e tecnologi e che vogliono
impedirli ad altri Paesi". Infatti, sono molte le preoccupazioni che scuotono
l’establishment iraniano, a partire dalla questione del nucleare, il cui esito
rimane davvero incerto, per arrivare all’attacco di ieri alle agenzie britanniche
e all’omicidio del giudice Massud Moghadassi, avvenuto anch’esso ieri a Teheran.
A Qom, roccaforte conservatrice e città santa iraniana da dove l’ayatollah Ruhollah
Khomeini iniziò la Rivoluzione, l’atmosfera che si respira è molto diversa da
quella della capitale, Teheran. Qui è difficile trovare qualcuno che dichiari
la propria dissidenza; anzi, tutti hanno fiducia nel nuovo esecutivo. Ahmadinejad
però non è amato all’estero quanto a Qom.
Nucleare che scoppia. Secondo la Costituzione iraniana, la posizione del presidente è debole: deve
sottostare a moltissime decisioni del Rahbar, organo che ha la responsabilità
legale per ciò che concerne diverse questioni tra le quali, importantissima oggi,
è la politica estera, e quindi le negoziazioni con gli europei sul nucleare. Il
presidente ha comunque un compito fondamentale, ossia quello di promuovere l’immagine
del Paese. Per questo in molti predicono che Ahmadinejad sarà un presidente più
che mai “domestico”, e proprio per volontà della Guida Suprema, che sa quanto
sarebbe difficile per lui riuscire a riscuotere la fiducia della quale godeva
l’ex presidente. L’Iran è attualmente in rottura con la comunità internazionale,
proprio a causa della dichiarata intenzione di riprendere il ciclo di arricchimento
dell’uranio. Da parte europea, è stato minacciato il ricorso al Consiglio di sicurezza,
nel caso in cui il Paese non abbandonasse tale proposito. Da parte iraniana, il
presidente ha dichiarato che si andrà avanti con il progetto, scagliandosi contro
la discriminazione che permette ad alcuni Paesi nell’area di potersi dotare di
armi nucleari, mentre ad altri tale obiettivo viene negato anche se con obiettivi
civili. E’ opinione di molti analisti che in realtà Khamenei stia aspettando una
offerta vantaggiosa per il Paese, che renda conveniente rinunciare al progetto
nucleare: tale proposta potrebbe essere l’entrata nell’Organizzazione mondiale
del Commercio, cosa che l’Iran chiede dal 1991. Tuttavia, l’
escalation di conflittualità che caratterizza le leadership dei Paesi coinvolti fa temere
una soluzione di tipo diverso, che potrebbe mettere in ginocchio l’Iran.
Le bombe e l’inquisitore. Ma per Ahmadinejad vi sono altre due questioni che scottano. Si tratta degli
attentati di ieri alle europee ‘
British Airways’ e ‘
British Petroleum’, oltre all’assassinio di Massud Moghadassi, giudice che ha sentenziato la condanna
del giornalista Akbar Ganji, tuttora incarcerato ed in gravissime condizioni di
salute a causa dello sciopero della fame che porta avanti da 52 giorni.
Le bombe alla Torre Sayeh, sul viale Val-i-Asr, che ospita le due aziende britanniche,
non hanno causato alcuna vittima ma hanno alzato la tensione nel Paese a livelli
altissimi. Il collegamento tra l’Iran e l’attacco a Londra diventa pericoloso
a questo punto e sono in molti a preoccuparsi. L’ambasciata britannica non ha
avanzato tuttavia ipotesi in merito alle responsabilità di tali azioni, anzi ha
dichiarato la propria soddisfazione per la pronta reazione da parte delle autorità
iraniane.
Per gli intellettuali del Paese, tuttavia, la questione più preoccupante rimane
l’assassinio di Moghadassi. “Abbiamo paura: ora avranno una scusa per poterci
accusare ed attaccare deliberatamente”, dice Falamak, 40 anni, editore di Tehran.
Secondo fonti ufficiali, i killer si sarebbero avvicinati al giudice, appena uscito
dal palazzo di giustizia della capitale, in sella ad una motocicletta, e così
lo avrebbero freddato. L’elemento della motocicletta farebbe pensare ad un attacco
da parte dei “Mujaheddin del popolo”, formazione marxista che si oppone al regime teocratico. Sono tante
tuttavia le opinioni che vorrebbero i Mujaheddin troppo deboli attualmente, in particolare dopo la caduta del dittatore iracheno
Saddam Hussein, per poter colpire un obiettivo importante all’interno del Paese.
Tuttavia, è una strategia ricorrente del regime quella di additarli come i responsabili
di qualsiasi attacco. Moghadassi era il capo della sezione ‘Ershad’ della magistratura di Teheran: ossia la “guida islamica” della sezione giudiziaria,
e per questo era un personaggio particolarmente in vista. Aveva giudicato una
ventina di intellettuali che nel 2000 avevano partecipato ad un seminario sulla
democratizzazione dell’Iran, organizzato dalla Fondazione ‘Einrich Boll’, a Berlino.
Tra di loro, che finirono tutti in carcere, vi erano nomi di risonanza internazionale
come quello di Shirin Ebadi e Shahla Sherkat.
Tutti con il Leader. In Iran pochi temono l’avvento di un regime che tolga le libertà sociali acquisite
con l’ex presidente Muhammad Khatami, ma la maggiore preoccupazione riguarda
la scomparsa del pluralismo istituzionale inaugurato dalla precedente presidenza:
con Ahmadinejad, infatti, il sistema è completamente nelle mani del Leader Supremo.
La questione più disputata rimane la linea che Khamenei sceglierà per il Paese,
se quella di una contrapposizione ideologica e rivoluzionaria all’Occidente e
al mondo arabo, che potrebbe causare al Paese molte noie, oppure una condotta
realista, pragmatica, che potrebbe valere all’Iran l’entrata da potenza regionale
nella comunità internazionale.