Alla fine è passato. Il Cafta è diventato realtà al termine di una combattuta votazione
Scritto per noi da
Maurizio Campisi
A determinare il successo del trattato, ottenuto alla Camera dei rappresentanti statunitense
la notte del 28 luglio con soli due voti di scarto, è stato il
voltafaccia
decisivo di una quindicina di democratici che, invece di schierarsi secondo le
indicazioni del partito, hanno appoggiato l’appello di Bush.
Lo stesso presidente,
infatti, nel pomeriggio si era presentato nell’emiciclo chiedendo ai parlamentari
di limare le differenze perché il trattato con i paesi del Centroamerica e la
Repubblica Dominicana fosse ratificato. Bush ha fatto ricorso nel suo discorso
a tutta la retorica possibile, richiamando alla memoria l’epoca della guerriglia
e sostenendo che l’applicazione del trattato di libero commercio avrebbe posto
un freno affinchè quelle situazioni non si ripetano più.
L’argomento della sicurezza
interna è stato quindi ancora una volta determinante per risolvere una situazione
che alla vigilia del voto sembrava estremamente complicata.
Il Cafta entrerà in vigore a partire del primo gennaio del prossimo anno. Al momento,
oltre che dagli Stati Uniti, è stato ratificato dall’Honduras, dal Salvador e
dal Guatemala, mentre mancano ancora all’appello Nicaragua, Costa Rica e la Repubblica
Dominicana.
Le reazioni all’approvazione sono state differenti. Mentre nei corridoi del Campidoglio di Washington le delegazioni dei governi
e degli industriali centroamericani festeggiavano, nei paesi che non hanno ancora
ratificato il trattato le organizzazioni sociali, civili e sindacali promettevano
di portare le azioni di rifiuto fino alle estreme conseguenze.
In Costa Rica le
dichiarazioni dei sindacati sono state perentorie, promettendo che il futuro del
trattato si sarebbe definito non nel Congresso ma nelle manifestazioni di piazza.
Óscar Árias, il candidato presidenziale che più ha appoggiato il Cafta, è stato
fischiato dagli studenti della Universidad de Costa Rica, che gli hanno vietato
l’ingresso alle aule dell’ateneo dove era stato invitato per una conferenza.
In Guatemala, paese che ha già firmato l’accordo, una folla di diecimila persone,
soprattutto operai e maestri, ha marciato giovedì scorso per esprimere il disaccordo
e per chiedere, oltre un improbabile ritiro del proprio governo dal patto sottoscritto,
un forte aumento dei salari.
Infine, in Nicaragua, il Frente Sandinista promette di dare battaglia sia sugli
scranni del
Congresso che nelle manifestazioni di piazza.
Possibili disordini. Il clima è arroventato e si prevede l’inizio di una stagione molto calda di
scioperi e disordini. Ai governi centroamericani, infatti, si critica il fatto
di essere rimasti fermi di fronte a quella che ormai è l’inevitabile apertura
dei mercati.
Non ci sono proposte a livello legislativo per promuovere ed aiutare l’operato
delle piccole imprese e dei settori che più si prevede saranno pregiudicati, come
quello agricolo. Anche gli istituti bancari e di credito, al momento, non hanno
presentato iniziative per sostenere l’iniziativa privata locale.
La Cepal (la Commissione economica per
l’America Latina, organo di controllo delle Nazioni Unite) ha avvisato
che il Cafta non migliorerà l’economia delle famiglie povere, che
permetterà invece a chi già dispone di grandi capitali di accumulare
altra ricchezza. José Luis Machinea, segretario della commissione, da
Panama
dove era riunito con i Ministri d’Economia della regione, ha dichiarato
che “le riforme del mercato libero non sono una risposta all’iniquità“,
manifestando il suo disappunto a tanto ottimismo a livello governativo.
Cifre alla mano, il Centroamerica ha generato più povertà da quando
sono in atto le politiche neo-liberali: quasi dieci milioni di abitanti
su 35 vengono reputati indigenti, mentre altri dieci milioni sono
considerati poveri.
Intanto la strategia commerciale dell’amministrazione Bush, con l’approvazione
del Cafta, si trova ora la strada aperta per il prossimo passo, che sarà quello
della firma del trattato di libero commercio con i paesi andini. Dopo il Centroamerica
ora tocca a Colombia, Ecuador, Perú e Bolivia.