Scritto per noi da
Sylvie Coyaud

Come Michael White sull’
Independent del 27
luglio, molti dicono che, senza guerre, la scienza langue. Il
sottinteso è: non preoccupatevi troppo dei costi immani
dell’attuale guerra al terrorismo, procurerà nuovi sistemi
di sicurezza, e a conti fatti conviene. Sembra vero. Per essere
efficienti nell’uccidere e nel sopravvivere agli eserciti servono
mezzi sempre nuovi di offesa, difesa, spostamento, osservazione,
comunicazione ecc. e una medicina d’emergenza. Tutto questo percola
poi nel resto della società. In questo momento, gli stati che
se lo possono permettere finanziano l’ingegneria di bombe e
bombardieri “intelligenti”; robotica, informatica, armi non
letali, agenti patogeni (è vietato dal Trattato contro armi
chimiche e biologiche, ma pazienza); fibre leggere, resistenti,
termoregolatrici e capaci di trasformare in elettricità i
movimenti del corpo; nano - e biomateriali per diagnosi e terapie,
psicofarmaci per accrescere la concentrazione o prolungare lo stato
di veglia, interfacce computer-cervello che ampliano le percezioni
sensoriali o consentono di telecomandare macchine remote ecc. Cose
che useremo anche noi, dopo.
Le guerre accelerano alcune applicazioni pratiche dei
risultati ottenuti dalla ricerca di base. Michael White ha ragione
quindi, ma solo perché confonde scienza e tecnologia. La prima
si pone domande alle quali non ha ancora una risposta, la seconda sa
già quello che vuole ottenere e cerca la maniera di arrivarci.
La distinzione non va più di moda, eppure serve. Il 6 agosto
per esempio, ricorre il sessantesimo anniversario della bomba atomica
lanciata su Hiroshima. Il progetto Manhattan che ha portato alla sua
costruzione non è affatto servito a scoprire la fissione
nucleare - la conoscenza del comportamento di un atomo d’uranio
quando viene spaccato, conoscenza che serve anche in medicina, in
certe terapie contro il cancro, per esempio – quella era stata
scoperta nel 1938.
Provate a parlare con geologi, climatologi, microbiologi
dei suoli, dei virus o dei batteri, genetisti delle piante o delle
specie marine, fisici delle particelle o del Big Bang e tanti altri:
vedono i conflitti come degli impedimenti al proprio lavoro, anche
per il semplice fatto di rendere inaccessibili alcune regioni del
mondo o alcuni dei loro abitanti, e come il momento dei tagli ai
loro finanziamenti. C’è un 5 percento di traviati che per soldi o
per ideologia si mettono al servizio della guerra. Se lo fanno per
soldi, però, siccome dalla metà degli anni Ottanta
l’industria paga meglio della difesa e consente di candidarsi lo
stesso ai premi di prestigio, come il Nobel, in Occidente quella
percentuale è in calo.

Potrebbe essere in aumento negli Stati Uniti, ma vien da
dubitarne perché il governo incentiva l’iscrizione di
americani d.o.c. nelle facoltà scientifiche. Dopo l’11
settembre 2001, si è messo a esercitare controlli più
severi anche sulla ricerca civile detta “dual-use” – quella che
potrebbe essere sfruttata da terroristi - e sui ricercatori stranieri
provenienti dai paesi dell’“asse del male”. Con la conseguenza
che gli scienziati, meno nazionalisti del resto della popolazione, si
sono ribellati: mai come in questi anni si sono schierati così
duramente e su tanti temi – cellule staminali, gas da effetto
serra, sostanze inquinanti, biodiversità, Aids, evoluzionismo,
armi spaziali – contro il proprio governo.
La scienza è una forma di espressione culturale,
come la letteratura o le arti visive, diversa soprattutto perché
è un’impresa collettiva e costosa. Ciò che esprime è
una curiosità su come mai il mondo è così com’è.
La guerra la intralcia perché divide il mondo e lo chiude,
invece di aprirlo. Persino a Los Alamos durante il progetto
Manhattan, i rapporti tra militari e scienziati erano tesi sebbene
tra questi ultimi ci fossero tanti profughi ebrei per i quali
partecipare alla bomba era un modo di proseguire la lotta contro i
nazisti. La scienza usa idee e simboli, ha bisogno di libertà
e di scambi intellettuali per pensare l’evoluzione delle specie,
l’elettromagnetismo, la chimica dei gas o la struttura del Dna...
Newton, Faraday, Maxwell, Darwin, Curie, Einstein non ubbidivano ai
militari.
Temevano il conformismo, il pensiero unico, la fretta e la
visione a breve termine che la guerra impone. Tutti abbiamo notato,
almeno spero, che i grandi scienziati sono o diventano col tempo dei
pacifisti. Sanno che Michael White ha torto e che la scienza si fa in
tempo di pace.