05/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La guerra fa bene alla scienza? Si riapre la polemica
Scritto per noi da
Sylvie Coyaud
 
la molecola del gas nervino sarin Come Michael White sull’Independent del 27 luglio, molti dicono che, senza guerre, la scienza langue. Il sottinteso è: non preoccupatevi troppo dei costi immani dell’attuale guerra al terrorismo, procurerà nuovi sistemi di sicurezza, e a conti fatti conviene. Sembra vero. Per essere efficienti nell’uccidere e nel sopravvivere agli eserciti servono mezzi sempre nuovi di offesa, difesa, spostamento, osservazione, comunicazione ecc. e una medicina d’emergenza. Tutto questo percola poi nel resto della società. In questo momento, gli stati che se lo possono permettere finanziano l’ingegneria di bombe e bombardieri “intelligenti”; robotica, informatica, armi non letali, agenti patogeni (è vietato dal Trattato contro armi chimiche e biologiche, ma pazienza); fibre leggere, resistenti, termoregolatrici e capaci di trasformare in elettricità i movimenti del corpo; nano - e biomateriali per diagnosi e terapie, psicofarmaci per accrescere la concentrazione o prolungare lo stato di veglia, interfacce computer-cervello che ampliano le percezioni sensoriali o consentono di telecomandare macchine remote ecc. Cose che useremo anche noi, dopo.
 
Le guerre accelerano alcune applicazioni pratiche dei risultati ottenuti dalla ricerca di base. Michael White ha ragione quindi, ma solo perché confonde scienza e tecnologia. La prima si pone domande alle quali non ha ancora una risposta, la seconda sa già quello che vuole ottenere e cerca la maniera di arrivarci. La distinzione non va più di moda, eppure serve. Il 6 agosto per esempio, ricorre il sessantesimo anniversario della bomba atomica lanciata su Hiroshima. Il progetto Manhattan che ha portato alla sua costruzione non è affatto servito a scoprire la fissione nucleare - la conoscenza del comportamento di un atomo d’uranio quando viene spaccato, conoscenza che serve anche in medicina, in certe terapie contro il cancro, per esempio – quella era stata scoperta nel 1938.

Provate a parlare con geologi, climatologi, microbiologi dei suoli, dei virus o dei batteri, genetisti delle piante o delle specie marine, fisici delle particelle o del Big Bang e tanti altri: vedono i conflitti come degli impedimenti al proprio lavoro, anche per il semplice fatto di rendere inaccessibili alcune regioni del mondo o alcuni dei loro abitanti, e come il momento dei tagli ai loro finanziamenti. C’è un 5 percento di traviati che per soldi o per ideologia si mettono al servizio della guerra. Se lo fanno per soldi, però, siccome dalla metà degli anni Ottanta  l’industria paga meglio della difesa e consente di candidarsi lo stesso ai premi di prestigio, come il Nobel, in Occidente quella percentuale è in calo.

elicottero apache Potrebbe essere in aumento negli Stati Uniti, ma vien da dubitarne perché il governo incentiva l’iscrizione di americani d.o.c. nelle facoltà scientifiche. Dopo l’11 settembre 2001, si è messo a esercitare controlli più severi anche sulla ricerca civile detta “dual-use” – quella che potrebbe essere sfruttata da terroristi - e sui ricercatori stranieri provenienti dai paesi dell’“asse del male”. Con la conseguenza che gli scienziati, meno nazionalisti del resto della popolazione, si sono ribellati: mai come in questi anni si sono schierati così duramente e su tanti temi – cellule staminali, gas da effetto serra, sostanze inquinanti, biodiversità, Aids, evoluzionismo, armi spaziali – contro il proprio governo.

La scienza è una forma di espressione culturale, come la letteratura o le arti visive, diversa soprattutto perché è un’impresa collettiva e costosa. Ciò che esprime è una curiosità su come mai il mondo è così com’è. La guerra la intralcia perché divide il mondo e lo chiude, invece di aprirlo. Persino a Los Alamos durante il progetto Manhattan, i rapporti tra militari e scienziati erano tesi sebbene tra questi ultimi ci fossero tanti profughi ebrei per i quali partecipare alla bomba era un modo di proseguire la lotta contro i nazisti. La scienza usa idee e simboli, ha bisogno di libertà e di scambi intellettuali per pensare l’evoluzione delle specie, l’elettromagnetismo, la chimica dei gas o la struttura del Dna... Newton, Faraday, Maxwell, Darwin, Curie, Einstein non ubbidivano ai militari.
Temevano il conformismo, il pensiero unico, la fretta e la visione a breve termine che la guerra impone. Tutti abbiamo notato, almeno spero, che i grandi scienziati sono o diventano col tempo dei pacifisti. Sanno che Michael White ha torto e che la scienza si fa in tempo di pace.
Categoria: Guerra
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