16/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Nuova class action contro tre colossi industriali.
Scritto per noi da
Maria Serena Lunghi
 
Negli Stati Uniti è stato intentato un nuovo processo contro tre importanti multinazionali, Nestlé, Archer Daniels Midland (ADM) e Cargill, accusate di sfruttare e maltrattare lavoratori di paesi poveri per i propri approvvigionamenti di materie prime. Nello specifico l’accusa è stata mossa a nome di tre bambini del Mali che lavoravano per queste imprese nelle piantagioni di cacao della Costa d’Avorio.
In queste piantagioni venivano violate le leggi federali che tutelano contro la schiavitù, la tortura e il lavoro forzato: i bambini erano costretti a lavorare 12 ore al giorno, venivano scarsamente nutriti e percossi se non producevano a sufficienza o tentavano di scappare.
Sempre più spesso stanno emergendo accuse di violazioni dei diritti dei lavoratori mosse a grandi multinazionali che hanno decentrato la propria produzione in altri paesi, geograficamente lontani dai centri decisionali.
È importante quindi capire quali sono le motivazioni economiche che causano questo fenomeno.
 
Motivazioni economiche. Perché una multinazionale decide di decentralizzare le attività produttive in un paese povero?
Solitamente le grandi aziende preferiscono attuare al proprio interno tutte le fasi della produzione, piuttosto che acquistare da fornitori esterni alcuni semilavorati o addirittura i prodotti finiti.
Questo però risulta essere molto costoso se effettuato nel proprio paese di origine, dove la legislazione in materia di lavoro, di salute e sicurezza e tutela dell’ambiente è divenuta ormai molto restrittiva.
Le grandi aziende preferiscono quindi costruire i loro stabilimenti produttivi in paesi a basso reddito.
Un primo vantaggio è rappresentato sicuramente dalla prossimità delle materie prime e delle fonti energetiche, molto abbondanti in questi territori, e dei minori costi che sono quindi legati al loro utilizzo.
Ma la motivazione preponderante è rappresentata dalla presenza di una legislazione più permissiva, specialmente per quanto riguarda la tutela dell’ambiente (non vi sono vincoli all’emissione di sostanze e rifiuti tossici) e la tutela della sicurezza negli ambienti di lavoro, che rappresenterebbero invece voci di costo sostanziose.
E viene sicuramente valutata positivamente la quasi totale assenza di tutele contrattuali per i lavoratori, che permette di pagare stipendi minori garantendo condizioni di lavoro peggiori.
 
Potenziali vantaggi. Ma l’avvento di una multinazionale potrebbe potenzialmente portare notevoli vantaggi per il paese terzo.
In questi paesi infatti gli investimenti interni sono molto bassi, e l’aggiunta di investimenti esteri potrebbe dare respiro all’economia e instaurare un circolo virtuoso in cui le varie attività si interconnettono fra di loro avvantaggiandosi a vicenda. Si potrebbero infatti creare nuove imprese per rapporti di fornitura, servizi di ristoro per gli operai, vendita di abbigliamento e materiale tecnico.
Un nuovo stabilimento crea sicuramente nuovi posti di lavoro per la popolazione del luogo; la sua presenza potrebbe inoltre diffondere conoscenze e istruire su nuove tecniche di produzione più avanzate, che una volta apprese potrebbero essere riutilizzate in aziende locali.
 
Danni per l’economia e la popolazione. Purtroppo però questi vantaggi si traducono spesso in gravi danni per l’economia e la popolazione del paese.
L’aumento dell’occupazione, la diffusione delle conoscenze, i rapporti con le imprese locali sono minimi quando l’investimento è finalizzato unicamente allo sfruttamento di risorse minerarie o energetiche.
L’aumento del numero di occupati è inoltre limitato se vengono utilizzati impianti a elevata intensità di capitale (dove quindi è richiesta poca manodopera) e altamente tecnologici: dirigenti e tecnici saranno infatti personale proveniente dal paese d’origine dell’azienda, e se non vengono fatti corsi di formazione la popolazione del paese continuerà a ricoprire solo cariche di bassa manovalanza.
 
Investimenti foot loose. Il danno più grande per un paese povero si ha quando la multinazionale effettua investimenti denominati foot loose, cioè quando la scelta della zona su cui impiantare lo stabilimento non è legata a ricchezze naturali del terreno o specifiche capacità lavorative della popolazione, quanto piuttosto alla disponibilità di lavoro a basso costo.
Purtroppo questa stessa risorsa può essere offerta da tutti i paesi poveri e per una multinazionale risulta praticamente equivalente stabilizzarsi in uno qualsiasi di loro.
In questa situazione i lavoratori non possono rivendicare i propri diritti, in termini di salute e sicurezza e di condizioni contrattuali in quanto sono totalmente privi di forza di negoziazione. Ad ogni minima richiesta infatti la multinazionale può minacciare, e facilmente concretizzare, il trasferimento dello stabilimento in un altro paese, analogo in termini di risorse ma dove la manodopera è meno esigente e quindi vi sono minori costi da sostenere, e privare la popolazione anche di quel misero, ma fondamentale, reddito che con la sua presenza garantiva.
È per questo motivo che spesso le multinazionali possono sfruttare i lavoratori, le donne e i bambini e imporre loro condizioni di lavoro disumane.
Perché i lavoratori non si possono ribellare, non possono imporre i propri diritti, non hanno alcuna forza contrattuale e quindi tutela.