Scritto per noi da
Maria Serena Lunghi
Negli Stati Uniti è stato intentato un nuovo processo contro tre importanti multinazionali,
Nestlé, Archer Daniels Midland (ADM) e Cargill, accusate di sfruttare e maltrattare lavoratori di paesi poveri per i propri approvvigionamenti
di materie prime. Nello specifico l’accusa è stata mossa a nome di tre bambini
del Mali che lavoravano per queste imprese nelle piantagioni di cacao della Costa
d’Avorio.
In queste piantagioni venivano violate le leggi federali che tutelano contro
la schiavitù, la tortura e il lavoro forzato: i bambini erano costretti a lavorare
12 ore al giorno, venivano scarsamente nutriti e percossi se non producevano a
sufficienza o tentavano di scappare.
Sempre più spesso stanno emergendo accuse di violazioni dei diritti dei lavoratori
mosse a grandi multinazionali che hanno decentrato la propria produzione in altri
paesi, geograficamente lontani dai centri decisionali.
È importante quindi capire quali sono le motivazioni economiche che causano questo
fenomeno.
Motivazioni economiche. Perché una multinazionale decide di decentralizzare le attività produttive in
un paese povero?
Solitamente le grandi aziende preferiscono attuare al proprio interno tutte le
fasi della produzione, piuttosto che acquistare da fornitori esterni alcuni semilavorati
o addirittura i prodotti finiti.
Questo però risulta essere molto costoso se effettuato nel proprio paese di origine,
dove la legislazione in materia di lavoro, di salute e sicurezza e tutela dell’ambiente
è divenuta ormai molto restrittiva.
Le grandi aziende preferiscono quindi costruire i loro stabilimenti produttivi
in paesi a basso reddito.
Un primo vantaggio è rappresentato sicuramente dalla prossimità delle materie
prime e delle fonti energetiche, molto abbondanti in questi territori, e dei minori
costi che sono quindi legati al loro utilizzo.
Ma la motivazione preponderante è rappresentata dalla presenza di una legislazione
più permissiva, specialmente per quanto riguarda la tutela dell’ambiente (non
vi sono vincoli all’emissione di sostanze e rifiuti tossici) e la tutela della
sicurezza negli ambienti di lavoro, che rappresenterebbero invece voci di costo
sostanziose.
E viene sicuramente valutata positivamente la quasi totale assenza di tutele
contrattuali per i lavoratori, che permette di pagare stipendi minori garantendo
condizioni di lavoro peggiori.
Potenziali vantaggi. Ma l’avvento di una multinazionale potrebbe potenzialmente portare notevoli
vantaggi per il paese terzo.
In questi paesi infatti gli investimenti interni sono molto bassi, e l’aggiunta
di investimenti esteri potrebbe dare respiro all’economia e instaurare un circolo
virtuoso in cui le varie attività si interconnettono fra di loro avvantaggiandosi
a vicenda. Si potrebbero infatti creare nuove imprese per rapporti di fornitura,
servizi di ristoro per gli operai, vendita di abbigliamento e materiale tecnico.
Un nuovo stabilimento crea sicuramente nuovi posti di lavoro per la popolazione
del luogo; la sua presenza potrebbe inoltre diffondere conoscenze e istruire su
nuove tecniche di produzione più avanzate, che una volta apprese potrebbero essere
riutilizzate in aziende locali.
Danni per l’economia e la popolazione. Purtroppo però questi vantaggi si traducono spesso in gravi danni per l’economia
e la popolazione del paese.
L’aumento dell’occupazione, la diffusione delle conoscenze, i rapporti con le
imprese locali sono minimi quando l’investimento è finalizzato unicamente allo
sfruttamento di risorse minerarie o energetiche.
L’aumento del numero di occupati è inoltre limitato se vengono utilizzati impianti
a elevata intensità di capitale (dove quindi è richiesta poca manodopera) e altamente
tecnologici: dirigenti e tecnici saranno infatti personale proveniente dal paese
d’origine dell’azienda, e se non vengono fatti corsi di formazione la popolazione
del paese continuerà a ricoprire solo cariche di bassa manovalanza.
Investimenti foot loose. Il danno più grande per un paese povero si ha quando la multinazionale effettua
investimenti denominati foot loose, cioè quando la scelta della zona su cui impiantare lo stabilimento non è legata
a ricchezze naturali del terreno o specifiche capacità lavorative della popolazione,
quanto piuttosto alla disponibilità di lavoro a basso costo.
Purtroppo questa stessa risorsa può essere offerta da tutti i paesi poveri e
per una multinazionale risulta praticamente equivalente stabilizzarsi in uno qualsiasi
di loro.
In questa situazione i lavoratori non possono rivendicare i propri diritti, in
termini di salute e sicurezza e di condizioni contrattuali in quanto sono totalmente
privi di forza di negoziazione. Ad ogni minima richiesta infatti la multinazionale
può minacciare, e facilmente concretizzare, il trasferimento dello stabilimento
in un altro paese, analogo in termini di risorse ma dove la manodopera è meno
esigente e quindi vi sono minori costi da sostenere, e privare la popolazione
anche di quel misero, ma fondamentale, reddito che con la sua presenza garantiva.
È per questo motivo che spesso le multinazionali possono sfruttare i lavoratori,
le donne e i bambini e imporre loro condizioni di lavoro disumane.
Perché i lavoratori non si possono ribellare, non possono imporre i propri diritti,
non hanno alcuna forza contrattuale e quindi tutela.