Haiti, dove la violenza è di casa: i caschi blu della Minustah non sono in grado di contrastarla
Jean Marie Guehenno, il capo della missione di pace delle Nazioni Unite ad Haiti, dice che i caschi blu presenti sull’isola non sono in grado di contrastare
le continue violenze che quotidianamente sono costretti ad affrontare.
La “scena del crimine”. Che ad Haiti il bisogno maggiore in questo momento sia una forza di polizia
che abbia il controllo della situazione e che possa affrontare operazioni pericolose
in ambienti ostili, come i quartieri più disagiati della capitale Port au Prince,
è un dato di fatto.
Che ad Haiti il governo provvisorio capeggiato dal primo ministro ad interim
Gerard Latortue sia in difficoltà e che non riesca del tutto a gestire il Paese,
è certo.
Che Haiti sia una nazione pericolosa in questo momento, forse più per se stessa
che per gli altri, è fuori da ogni dubbio.
Ma se lontano dalla capitale e nei piccoli villaggi rurali la violenza è arrivata
solo in parte, a Port au Prince si vive nell'inquietudine e nella paura quotidiana.
I rapimenti sono all’ordine del giorno e la Minustah non è mai riuscita ad evitarne uno, tanto meno a mettere un freno alle violenze.
La popolazione benestante, circa l’1 per cento del totale, gira per la capitale
con la scorta armata e pronta a fare fuoco. Le sparatorie, gli omicidi e i furti
riempiono e scandiscono le giornate dei cittadini della capitale. La paura regna
sovrana. Come ci racconta Francesco Fantoli, popolare giornalista che ad Haiti
vive da molto tempo ma che adesso si trova in Europa. “Ho paura nel dover rientrare
ad Haiti. Probabilmente lascerò il paese fino ad elezioni avvenute (novembre 2005).
Nonostante il privilegio della mia fortunata popolarità ritengo che le condizioni
di totale anarchia non mi permettano più di vivere e lavorare decentemente”. Dello
stesso
avviso Massimiliano Salierno, presidente di Anpil, Ong che ha diversi progetti
nel mondo, uno imponente a Port de Paix, nel nord del paese, che proprio in questi
giorni si trova a Haiti, che ci racconta: “Effettivamente ho parlato con persone di Port au Prince
pochi giorni fa e mi hanno detto che c’è tensione. Comunque ho anche notizie che
mi dicono che la dogana nella capitale è tornata a funzionare senza intoppi e
che a nord del Paese la situazione è abbastanza tranquilla”.
Intanto, venerdì scorso, i caschi blu della Minustah sono rimasti coinvolti nell'ennesima
sparatoria che è costata la vita ad almeno una persona. Secondo i primi accertamenti
una pattuglia, composta da soldati brasiliani, di ronda nelle vicinanze dell'aeroporto,
sarebbe stata oggetto di un'intensa pioggia di proiettili proveniente da un gruppo
ben armato, composto da cinque o sei persone. La reazione non si è fatta attendere,
e un rivoltoso è stato colpito a morte. Ma con questo tipo di avvenimenti i caschi
blu devono fare i conti quasi ogni giorno e in molti quartieri della capitale.
Le critiche di Amnesty. Anche Amnesty International ha esaminato la situazione haitiana, arrivando alla conclusione che laddove
non c’è una presenza massiccia dello stato (quindi praticamente in nessun angolo
di Haiti), la delinquenza imperversa colpendo la popolazione indifesa . “Le armi
di piccolo calibro sono usate da gruppi armati illegali ed ex militari per rapire,
sottoporre ad abusi sessuali e uccidere cittadini haitiani nella più completa
impunità. Senza il disarmo e un’effettiva giustizia per le vittime, Haiti precipiterà
ancora di più nella sua crisi”, ha fatto sapere un portavoce della celebre organizzazione
che si occupa di diritti umani.
“Una pace duratura ad Haiti non verrà mai raggiunta se i responsabili dei diritti
umani non saranno chiamati a rispondere delle loro azioni e le vittime non saranno
risarcite”.
Nel rapporto redatto di recente Amnesty chiede al governo ad interim di assumersi
delle responsabilità e di “attuare senza indugio un programma completo di disarmo,
smobilitazione e reintegrazione e di indagare su tutte le denunce di violazioni
dei diritti umani e portare i responsabili di fronte alla giustizia”, ma non solo.
L’organizzazione si rivolge anche alla Minustah chiedendo di “indagare sulle violazioni dei diritti umani ed emettere rapporti
frequenti e pubblici sulla situazione".
Armi per le strade. Si dice che le armi di piccolo calibro ancora nella mani degli uomini fedeli
all’ex presidente Jean Bertrande Aristide, ai semplici delinquenti e alle centinaia
di persone che sono riuscite a venirne in possesso in qualche modo, siano centinaia
di migliaia. Una delle usanze della popolazione di Haiti è quella di possedere
e mettere in mostra la pistola.
Haiti, che è il paese più misero del continente latinoamericano, è da oltre un
anno controllato da quasi 7mila uomini delle forze di pace della Minustah, ma
la violenza è tale che anche gli analisti più ottimisti mettono in forse il fatto
che si possano svolgere le elezioni generali, previste per il prossimo mese di
novembre.