09/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage da Falluja, dove un mese d'assedio ha prodotto una situazione disastrosa
Dal nostro inviato Maso Notarianni
 
in viaggio per FallujaCominciamo i preparativi ieri pomeriggio, 6 maggio, dopo aver incontrato degli abitanti di Falluja che ci raccontano della città distrutta.  
Per tutto il pomeriggio e per tutta la notte uomini di Emergency, curdi ognuno dei quali con una storia di repressione da parte del regime di Saddam, preparano il convoglio che ci porterà a Falluja, città dove è più alta la concentrazione di combattenti iracheni alcuni dei quali ex uomini del rais.  
Dieci camion, acqua soprattutto. Poi materassi, coperte, fornelli a gas, cibo, vestiti. Gino Strada sale in macchina con un importante abitante di Falluja. Partiamo alle 10.15, loro aprono il convoglio. Uscendo da Baghdad attraversiamo un ponte, sul lato opposto un check-point statunitense. Tre carri armati, due humvee, diversi camion, ognuno dei quali con almeno una mitragliatrice pesante sopra, bloccano la strada.  
Le macchine scorrono lentamente una ad una, zigzagando tra filo spinato e blocchi di cemento, sempre sotto il tiro delle mitragliatrici. La coda che si forma in una città in cui alle dieci di mattina ci sono già quaranta gradi è di almeno due chilometri.  

Usciamo da Baghdad. Un altro check-point, questa volta di militari iracheni. Hawar, l’ uomo di fiducia di Emergency in Iraq, chiede ad un militare se è aperta la strada per Falluja.
«Falluja? Andate lì? Per favore – dice – portatemi con voi».  
Che, in un paese dove per inneggiare alla resistenza anche i bambini di cinque anni ripetono il nome della città santa, può avere un solo significato. Qualche minuto dopo passiamo di fianco al carcere di Abu Ghraib. Un lungo muro perimetrale sul quale, ogni ventina di metri, svetta una garitta di avvistamento dalla quale un soldato Usa osserva l'esterno. 
La canna della mitragliatrice si sposta insieme ai suoi occhi. Di fronte al muro un enorme spiazzo circondato da filo spinato nel quale sostano centinaia di vetture. Sono i parenti delle migliaia di prigionieri reclusi nel carcere delle torture. 
Anche intorno a loro humvee, carri armati, camion e soldati appiedati tengono d'occhio la situazione e sempre sotto tiro i parenti.
Passato il posto di blocco il convoglio umanitario si ricompatta e imbocca la strada per Falluja.  
Dopo qualche decina di minuti siamo costretti a una deviazione.
La strada è bloccata. Solo pochi minuti prima, al successivo posto di blocco che dista trecento metri, un violento scontro a fuoco tra le truppe statunitensi e i combattenti iracheni ha consigliato ai primi di chiudere la strada.  
Forse, quel humvee totalmente distrutto che ci vediamo sfilare di fianco in senso opposto a bordo di un camion statunitense, viene proprio da lì. Deviamo su una piccola strada sterrata, piena di buche e non abituata al traffico dei camion che ci precedono e ci seguono.  
E’ lungo questa strada che si incominciano a vedere i segni dei violenti scontri dei giorni scorsi: case abbattute, cisterne crivellate di colpi, le finestre tutte rotte, ovunque i segni dei colpi dei proiettili. Senza rendercene conto siamo entrati a Falluja appena abbandonata dagli statunitensi.  
Nonostante tutto siamo abbastanza tranquilli perchè ci aveva preceduto ieri la distribuzione di migliaia di volantini che annunciavano alla popolazione il nostro arrivo con gli aiuti. 
Sulla caserma della locale polizia irachena, che non fa molto per stanare i combattenti, un lenzuolo bianco con una scritta: «Siamo soldati di Allah, non di Saddam». Sullo stesso muro, poco distante, un'altra scritta, tracciata direttamente sul muro di grandi mattoni di cemento con dello spray nero, recita: «Combattiamo per non essere oppressi dall’ebreo Bush», che detto in arabo, fa rima.  
Entriamo nel centro della città mentre da tutte le ottanta moschee di questo luogo santo i muezzin recitano la loro preghiera e intonano i loro canti. Gli emissari dell'imam Abdullah Al Jaanabi ci aspettano.
I camion si fermano davanti alla moschea, l'appuntamento col più potente imam di Falluja è per la fine della preghiera.  
Tutto intorno a noi i fedeli si dirigono verso la porta principale, tra loro ragazzini tra gli undici e i quattordici anni passeggiano con lo sguardo indurito e, a tracolla, kalashnikov più pesanti di loro.

red

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