Reportage da Falluja, dove un mese d'assedio ha prodotto una situazione disastrosa
Dal nostro inviato Maso Notarianni
Cominciamo i preparativi ieri pomeriggio, 6 maggio, dopo aver incontrato degli
abitanti di Falluja che ci raccontano della città distrutta.
Per tutto il pomeriggio e per tutta la notte uomini di Emergency, curdi ognuno
dei quali con una storia di repressione da parte del regime di Saddam, preparano
il convoglio che ci porterà a Falluja, città dove è più alta la concentrazione
di combattenti iracheni alcuni dei quali ex uomini del rais.
Dieci camion, acqua soprattutto. Poi materassi, coperte, fornelli a gas, cibo,
vestiti. Gino Strada sale in macchina con un importante abitante di Falluja. Partiamo
alle 10.15, loro aprono il convoglio. Uscendo da Baghdad attraversiamo un ponte,
sul lato opposto un check-point statunitense. Tre carri armati, due humvee, diversi
camion, ognuno dei quali con almeno una mitragliatrice pesante sopra, bloccano
la strada.
Le macchine scorrono lentamente una ad una, zigzagando tra filo spinato e blocchi
di cemento, sempre sotto il tiro delle mitragliatrici. La coda che si forma in
una città in cui alle dieci di mattina ci sono già quaranta gradi è di almeno
due chilometri.

Usciamo da Baghdad. Un altro check-point, questa volta di militari iracheni.
Hawar, l’ uomo di fiducia di Emergency in Iraq, chiede ad un militare se è aperta
la strada per Falluja.
«Falluja? Andate lì? Per favore – dice – portatemi con voi».
Che, in un paese dove per inneggiare alla resistenza anche i bambini di cinque
anni ripetono il nome della città santa, può avere un solo significato. Qualche
minuto dopo passiamo di fianco al carcere di Abu Ghraib. Un lungo muro perimetrale
sul quale, ogni ventina di metri, svetta una garitta di avvistamento dalla quale
un soldato Usa osserva l'esterno.
La canna della mitragliatrice si sposta insieme ai suoi occhi. Di fronte al muro
un enorme spiazzo circondato da filo spinato nel quale sostano centinaia di vetture.
Sono i parenti delle migliaia di prigionieri reclusi nel carcere delle torture.
Anche intorno a loro humvee, carri armati, camion e soldati appiedati tengono
d'occhio la situazione e sempre sotto tiro i parenti.
Passato il posto di blocco il convoglio umanitario si ricompatta e imbocca la
strada per Falluja.
Dopo qualche decina di minuti siamo costretti a una deviazione.
La strada è bloccata. Solo pochi minuti prima, al successivo posto di blocco
che dista trecento metri, un violento scontro a fuoco tra le truppe statunitensi
e i combattenti iracheni ha consigliato ai primi di chiudere la strada.
Forse, quel humvee totalmente distrutto che ci vediamo sfilare di fianco in senso
opposto a bordo di un camion statunitense, viene proprio da lì. Deviamo su una
piccola strada sterrata, piena di buche e non abituata al traffico dei camion
che ci precedono e ci seguono.
E’ lungo questa strada che si incominciano a vedere i segni dei violenti scontri
dei
giorni scorsi: case abbattute, cisterne crivellate di colpi, le finestre tutte
rotte, ovunque i segni dei colpi dei proiettili. Senza rendercene conto siamo
entrati a Falluja appena abbandonata dagli statunitensi.
Nonostante tutto siamo abbastanza tranquilli perchè ci aveva preceduto ieri la
distribuzione di migliaia di volantini che annunciavano alla popolazione il nostro
arrivo con gli aiuti.
Sulla caserma della locale polizia irachena, che non fa molto per stanare i combattenti,
un lenzuolo bianco con una scritta: «Siamo soldati di Allah, non di Saddam». Sullo
stesso muro, poco distante, un'altra scritta, tracciata direttamente sul muro
di grandi mattoni di cemento con dello spray nero, recita: «Combattiamo per non
essere oppressi dall’ebreo Bush», che detto in arabo, fa rima.
Entriamo nel centro della città mentre da tutte le ottanta moschee di questo
luogo santo i muezzin recitano la loro preghiera e intonano i loro canti. Gli
emissari dell'imam Abdullah Al Jaanabi ci aspettano.
I camion si fermano davanti alla moschea, l'appuntamento col più potente imam
di Falluja è per la fine della preghiera.
Tutto intorno a noi i fedeli si dirigono verso la porta principale, tra loro
ragazzini tra gli undici e i quattordici anni passeggiano con lo sguardo indurito
e, a tracolla, kalashnikov più pesanti di loro.