07/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regime di Mugabe, al collasso economico svende le proprie miniere alla Cina
scritto per noi da
Gianluca Ursini
 
 
Il despota di Harare Robert Mugabe non sa più dove girarsi per trovare un conforto ad un isolamento internazionale che serra i cordoni della borsa del suo Governo. Venerdì scorso è stata interrotta di fretta e furia una visita pechinese di sei giorni del dittatore al potere dal 1980.
Mugabe aveva incontrato il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, per proporre nuove commesse di beni tecnologici cinesi, che l’osteggiato regime africano non si può procurare sui mercati internazionali da cui è estromesso a seguito dell’embargo dichiarato due anni or sono dai Paesi anglosassoni del Commonwealth, (Comunità che raduna le ex colonie britanniche) più Usa e Unione  Europea. Australia e Nuova Zelanda hanno proposto l’esclusione degli africani dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, ma adesso Harare rischia seriamente di venir esclusa dal Fondo Monetario Internazionale, se non paga entro il prossimo mese 290 milioni di dollari di debito all’istituzione monetaria di Washington. I giornali sudafricani 'Sunday Indipendent' e 'Business day' hanno scritto nelle loro ultime edizioni che Mugabe sarebbe tornato da Pechino "pressocché a mani vuote"; questo significa in moneta sonante che dei 200 milioni di dollari in cui sperava, il dittatore africano ne avrebbe ottenuto soltanto sei, oltretutto vincolati all'acquisto di cereali per rimediare ad una carestia durissima, acuita dalla decisione di espropriare (a partire dal 2000), quasi tutte le fattorie del Paese per affidarle a suoi vecchi accoliti, che ha fatto crollare la produzione. Niente aiuti tecnologici o finanziari. L'impressione dei commentatori è che Mugabe avesse troppo poco da offrire, cioè soltanto concessioni per lo sfruttamento delle miniere di platino, mentre ben altri materiali preziosi si trovano nel suolo zimbabweano.
 
Robert MugabeSoldi in cambio di democrazia. Mugabe sta sperando nel supporto del Sudafrica, che dovrebbe coprire parte del debito zimbabweano con un prestito di 6 miliardi di rand, (pari a circa un miliardo di dollari Usa) ma il premier Thabo Mbeki da Pretoria ha detto che il prestito sarà “condizionato all’apertura politica all’opposizione, alla quale finora è stata negata rappresentanza legittima”. Voci dal ‘Zanu-Pf Party’, partito del leader dell’indipendenza, suggeriscono come Mugabe sia praticamente forzato a creare un governo di unità nazionale. Dalla segreteria del Presidente si sostiene che dietro Pretoria ci sarebbero altre potenze straniere, che starebbero esercitando pressioni perché il vento cambi ad Harare.
 
Il dittatore zimbabweano con Fidel Castro‘Senza impicciarci degli affari altrui’. Certo, non tutti sono dei soci discreti come i cinesi, che hanno dichiarato per voce del ministro degli Esteri che “Pechino non è abituata ad interferire nella politica interna di altri Paesi”. Per Li Zhaoxing “la Cina ha fiducia nel governo dello Zimbabwe e quel popolo è in grado di badare ai propri affari. Sin da quando Pechino e Harare hanno stabilito relazioni diplomatiche, noi cinesi abbiamo costantemente rifornito di aiuti i nostri alleati, dando tutto il supporto economico possibile”, ha detto stupendosi che i cronisti presenti vedessero adesso un sospeto e improvvido interesse cinese ad accaparrarsi le risorse di cui è ricco lo Zimbabwe, come manganese, tungsteno ma anche oro e prodotti agricoli quali tabacco e cotone. Nei fatti è vero che i due Governi sono amici di vecchia data, da quando un giovane Mugabe aveva l’allure del rivoluzionario terzomondista contro il potere pro-apartheid del fondatore dello Zimbabwe Ian Smith; allora la Repubblica Popolare di Pechino aiutava i ‘compagni africani’ nella loro lotta per l’indipendenza fornendo artiglieria leggera e aviazione ai ribelli che volevano cacciare i ‘bianchi’ dalle loro posizioni di privilegio nei gangli dell’economa zimbabweana. Dal 1980 poi, Pechino si è occupata di addestrare l’esercito di Mugabe e ha concluso prestiti e joint ventures per oltre 100 milioni di dollari Usa. La nuova politica di Mugabe di ‘Andare ad Est’ è mirata a concedere i diritti per le concessioni minerarie in cambio di quelle iniezioni di liquidi senza le quali il dittatore osteggiato per il proprio pessimo record di rispetto dei diritti umani, potrebbe sopravvivere. La Nuova Zelanda ha chiesto a Pechino di controllare almeno che i soldi concessi ad Harare non finiscano in mano a  esponenti del regime, ma ai zimbabweani che ne hanno bisogno, ma è difficile che i cinesi prestino tanto interesse ai diritti umani, anche se le violazioni di Mugabe sono di non trascurabile entità; come le ultime operazioni per sbarazzarsi dell’opposizione che ha votato massiccia contro di lui nelle elezioni del marzo scorso e si trovava in gran parte nelle bidonville di periferia che da inizio maggio il dittatore sta facendo smantellare con la scusa che “l’economia sommersa sta rovinando il Paese”. Fin ad ora l’operazione ‘Murambatsvina’ (Gettiamo la spazzatura) ha ridotto 700mila persone senza casa, ed ha distrutto l’attività commerciale ad altri 2 milioni 400mila.
 
‘Siamo ridotti all’elemosina’. La sensazione è che l’economia del Paese australe sia ridotta veramente all’osso, con gli ultimi due anni che hanno visto l’inflazione salire a doppia cifra e il tasso di disoccupazione schizzare al 70 per cento. Per la prima volta si sta verificando una carestia, in una nazione conosciuta come granaio dell’Africa meridionale; le interruzioni di corrente sono sempre più frequenti. L‘analista economico John  Anderson  ha considerato che molto probabilmente la Cina si è impegnata ad assicurare merci ad Harare, ma dietro concessioni commerciali sostanziose. “Non credo che queste iniezioni di yuan ci aiuteranno a contenere i prezzi. Sarebbe meglio sapere le condizioni degli accordi: stiamo vendendo alle stesse condizioni che sul libero mercato, o stiamo svendendo perché siamo disperati?I Cinesi ci sanno fare davvero negli affari e non credo che pensino al bene degli zimbabweani, quanto al loro”. Mercoledì in parlamento il deputato del partito d’opposizione Mdc (‘Movement for Democratic Change’) Job Sikhala ha detto “Siamo diventati una nazione di mendicanti. La sovranità nazionale è stata venduta a cinesi e sudafricani”.  
 
Da sinistra, il presidente cinese Hu Jintao e il premier Wen JaibaoBusiness e violazioni dei diritti umani. La strategia cinese in Africa è nota da tempo, con Pechino che cerca nuovi clienti per accaparrarsi risorse primarie che alimentino il suo boom economico, che la ha vista raddoppiare il Prodotto interno lordo nell’ultimo decennio. Pechino forniva già autobus e trasporto aereo a Mugabe, definito da Hu Jintao come “un vecchio amico”, ma adesso metterà tutti e due i piedi nella sua ricca industria mineraria. E Mugabe si guarda intorno, tanto che gli ultimi affari si son fatti con un altro paria della comunità economica internazionale, i persiani. L’azienda elettrica locale, la ‘Zesa’, ha stretto un patto con l’iraniana ‘Farab’ per ingrandire la centrale elettrica di Kariba nel sud. Un affare da 200 milioni di dollari, di cui 120 saranno versati dai persiani. Ai zimbabweani rimarrà il controllo dell’energia prodotta, ma i persiani si sono aggiudicati una commessa che farebbe gola a molte imprese del mondo occidentale. Per esempio statunitensi. Infatti da Washington non sono mancate critiche a questo viaggio di Mugabe in Oriente.
 
Siamo tutti uguali, alcuni più uguali degli altri. Sempre tirando in ballo la scusa dei diritti umani. “Faremo presente a Pechino che prima di far affari con lo Zimbabwe, Harare deve rivedere le sue politiche economiche e la gestione dei diritti civili”, ha detto al Congresso Michael Rannenberg, funzionario del Dipartimento di Stato che segue il dossier Zimbabwe. Secondo il politico Usa, “Washington vuole esser sicura che nel caso di investimenti cinesi in Paesi come Sudan o Zimbabwe, questi non aiutino dei Governi con seri problemi di violazioni dei diritti umani”. Strano che nessuno abbia mai sollevato le stesse preoccupazioni tre anni or sono, al momento di decidere dell’ammissione della stessa Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio; un Paese che occupa illegalmente il Tibet, che ha fatto sapere di voler riprendere con la forza la repubblica indipendente di Taiwan, considerata solo come “provincia ribelle”; in cui le associazioni pro diritti umani calcolano dalle 10 alle 15 mila esecuzioni capitali all’anno, e in cui esiste un solo partito politico, mentre le altre espressioni comunitarie vengono perseguitate, come succede alle setta ‘Falun Gong’, per non parlare dei sindacati, illegali in Cina. Ma la Cina è un mercato di un miliardo e 300 milioni di potenziali consumatori, cosa volete che contino i diritti umani?
 
Categoria: Risorse, Politica, Popoli
Luogo: Zimbabwe
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