scritto per noi da
Gianluca Ursini
Il despota di Harare Robert Mugabe non sa più dove girarsi per trovare un conforto
ad un isolamento internazionale che serra i cordoni della borsa del suo Governo.
Venerdì scorso è stata interrotta di fretta e furia una visita pechinese di sei
giorni del dittatore al potere dal 1980.
Mugabe aveva incontrato il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao, per
proporre nuove commesse di beni tecnologici cinesi, che l’osteggiato regime africano
non si può procurare sui mercati internazionali da cui è estromesso a seguito
dell’embargo dichiarato due anni or sono dai Paesi anglosassoni del Commonwealth,
(Comunità che raduna le ex colonie britanniche) più Usa e Unione Europea. Australia
e Nuova Zelanda hanno proposto l’esclusione degli africani dall’Organizzazione
Mondiale del Commercio, ma adesso Harare rischia seriamente di venir esclusa dal
Fondo Monetario Internazionale, se non paga entro il prossimo mese 290 milioni
di dollari di debito all’istituzione monetaria di Washington. I giornali sudafricani
'Sunday Indipendent' e 'Business day' hanno scritto nelle loro ultime edizioni
che Mugabe sarebbe tornato da Pechino "pressocché a mani vuote"; questo significa
in moneta sonante che dei 200 milioni di dollari in cui sperava, il dittatore
africano ne avrebbe ottenuto soltanto sei, oltretutto vincolati all'acquisto di
cereali per rimediare ad una carestia durissima, acuita dalla decisione di espropriare
(a partire dal 2000), quasi tutte le fattorie del Paese per affidarle a suoi vecchi
accoliti, che ha fatto crollare la produzione. Niente aiuti tecnologici o finanziari.
L'impressione dei commentatori è che Mugabe avesse troppo poco da offrire, cioè
soltanto concessioni per lo sfruttamento delle miniere di platino, mentre ben
altri materiali preziosi si trovano nel suolo zimbabweano.
Soldi in cambio di democrazia. Mugabe sta sperando nel supporto del Sudafrica, che dovrebbe coprire parte del
debito zimbabweano con un prestito di 6 miliardi di rand, (pari a circa un miliardo
di dollari Usa) ma il premier Thabo Mbeki da Pretoria ha detto che il prestito
sarà “condizionato all’apertura politica all’opposizione, alla quale finora è
stata negata rappresentanza legittima”. Voci dal ‘Zanu-Pf Party’, partito del
leader dell’indipendenza, suggeriscono come Mugabe sia praticamente forzato a
creare un governo di unità nazionale. Dalla segreteria del Presidente si sostiene
che dietro Pretoria ci sarebbero altre potenze straniere, che starebbero esercitando
pressioni perché il vento cambi ad Harare.
‘Senza impicciarci degli affari altrui’. Certo, non tutti sono dei soci discreti come i cinesi, che hanno dichiarato
per voce del ministro degli Esteri che “Pechino non è abituata ad interferire
nella politica interna di altri Paesi”. Per Li Zhaoxing “la Cina ha fiducia nel
governo dello Zimbabwe e quel popolo è in grado di badare ai propri affari. Sin
da quando Pechino e Harare hanno stabilito relazioni diplomatiche, noi cinesi
abbiamo costantemente rifornito di aiuti i nostri alleati, dando tutto il supporto
economico possibile”, ha detto stupendosi che i cronisti presenti vedessero adesso
un sospeto e improvvido interesse cinese ad accaparrarsi le risorse di cui è ricco
lo Zimbabwe, come manganese, tungsteno ma anche oro e prodotti agricoli quali
tabacco e cotone. Nei fatti è vero che i due Governi sono amici di vecchia data,
da quando un giovane Mugabe aveva l’allure del rivoluzionario terzomondista contro
il potere pro-apartheid del fondatore dello Zimbabwe Ian Smith; allora la Repubblica
Popolare di Pechino aiutava i ‘compagni africani’ nella loro lotta per l’indipendenza
fornendo artiglieria leggera e aviazione ai ribelli che volevano cacciare i ‘bianchi’
dalle loro posizioni di privilegio nei gangli dell’economa zimbabweana. Dal 1980
poi, Pechino si è occupata di addestrare l’esercito di Mugabe e ha concluso prestiti
e joint ventures per oltre 100 milioni di dollari Usa. La nuova politica di Mugabe
di ‘Andare ad Est’ è mirata a concedere i diritti per le concessioni minerarie
in cambio di quelle iniezioni di liquidi senza le quali il dittatore osteggiato
per il proprio pessimo record di rispetto dei diritti umani, potrebbe sopravvivere.
La Nuova Zelanda ha chiesto a Pechino di controllare almeno che i soldi concessi
ad Harare non finiscano in mano a esponenti del regime, ma ai zimbabweani che
ne hanno bisogno, ma è difficile che i cinesi prestino tanto interesse ai diritti
umani, anche se le violazioni di Mugabe sono di non trascurabile entità; come
le ultime operazioni per sbarazzarsi dell’opposizione che ha votato massiccia
contro di lui nelle elezioni del marzo scorso e si trovava in gran parte nelle
bidonville di periferia che da inizio maggio il dittatore sta facendo smantellare
con la scusa che “l’economia sommersa sta rovinando il Paese”. Fin ad ora l’operazione
‘Murambatsvina’ (Gettiamo la spazzatura) ha ridotto 700mila persone senza casa,
ed ha distrutto l’attività commerciale ad altri 2 milioni 400mila.
‘Siamo ridotti all’elemosina’. La sensazione è che l’economia del Paese australe sia ridotta veramente all’osso,
con gli ultimi due anni che hanno visto l’inflazione salire a doppia cifra e il
tasso di disoccupazione schizzare al 70 per cento. Per la prima volta si sta verificando
una carestia, in una nazione conosciuta come granaio dell’Africa meridionale;
le interruzioni di corrente sono sempre più frequenti. L‘analista economico John Anderson
ha considerato che molto probabilmente la Cina si è impegnata ad assicurare
merci ad Harare, ma dietro concessioni commerciali sostanziose. “Non credo che
queste iniezioni di yuan ci aiuteranno a contenere i prezzi. Sarebbe meglio sapere
le condizioni degli accordi: stiamo vendendo alle stesse condizioni che sul libero
mercato, o stiamo svendendo perché siamo disperati?I Cinesi ci sanno fare davvero
negli affari e non credo che pensino al bene degli zimbabweani, quanto al loro”.
Mercoledì in parlamento il deputato del partito d’opposizione Mdc (‘
Movement for Democratic Change’) Job Sikhala ha detto “Siamo diventati una nazione di mendicanti. La sovranità
nazionale è stata venduta a cinesi e sudafricani”.
Business e violazioni dei diritti umani. La strategia cinese in Africa è nota da tempo, con Pechino che cerca nuovi clienti
per accaparrarsi risorse primarie che alimentino il suo boom economico, che la
ha vista raddoppiare il Prodotto interno lordo nell’ultimo decennio. Pechino forniva
già autobus e trasporto aereo a Mugabe, definito da Hu Jintao come “un vecchio
amico”, ma adesso metterà tutti e due i piedi nella sua ricca industria mineraria.
E Mugabe si guarda intorno, tanto che gli ultimi affari si son fatti con un altro
paria della comunità economica internazionale, i persiani. L’azienda elettrica
locale, la ‘
Zesa’, ha stretto un patto con l’iraniana ‘Farab’ per ingrandire la centrale elettrica
di Kariba nel sud. Un affare da 200 milioni di dollari, di cui 120 saranno versati
dai persiani. Ai zimbabweani rimarrà il controllo dell’energia prodotta, ma i
persiani si sono aggiudicati una commessa che farebbe gola a molte imprese del
mondo occidentale. Per esempio statunitensi. Infatti da Washington non sono mancate
critiche a questo viaggio di Mugabe in Oriente.
Siamo tutti uguali, alcuni più uguali degli altri. Sempre tirando in ballo la scusa dei diritti umani. “Faremo presente a Pechino
che prima di far affari con lo Zimbabwe, Harare deve rivedere le sue politiche
economiche e la gestione dei diritti civili”, ha detto al Congresso Michael Rannenberg,
funzionario del Dipartimento di Stato che segue il dossier Zimbabwe. Secondo il
politico Usa, “Washington vuole esser sicura che nel caso di investimenti cinesi
in Paesi come Sudan o Zimbabwe, questi non aiutino dei Governi con seri problemi
di violazioni dei diritti umani”. Strano che nessuno abbia mai sollevato le stesse
preoccupazioni tre anni or sono, al momento di decidere dell’ammissione della
stessa Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio; un Paese che occupa
illegalmente il Tibet, che ha fatto sapere di voler riprendere con la forza la
repubblica indipendente di Taiwan, considerata solo come “provincia ribelle”;
in cui le associazioni pro diritti umani calcolano dalle 10 alle 15 mila esecuzioni
capitali all’anno, e in cui esiste un solo partito politico, mentre le altre espressioni
comunitarie vengono perseguitate, come succede alle setta ‘Falun Gong’, per non
parlare dei sindacati, illegali in Cina. Ma la Cina è un mercato di un miliardo
e 300 milioni di potenziali consumatori, cosa volete che contino i diritti umani?