29/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa parlano di democrazia in Medio Oriente. Ma sono disposti ad accettarla?
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Re Abdullah di Giordania col presidente statunitense George W. BushA giugno il Re di Giordania ha fatto visita all’Università di Chicago per l’inaugurazione di un ciclo di lezioni stabilite in suo nome: la King Abdullah II Annual Leadership Lecture, da tenersi alla Harris School of Public Policy. Il sindaco Richard Daley gli ha fatto visita, e il rettore lo ha intrattenuto nell’Oriental Institute. La Gazzetta ufficiale dell’Università celebra tale evento in copertina, con la foto del suo illustre ospite. E’ l’arabo più amato dai media americani, a capo di uno staterello trotterellante e obbligato a stare attento a tanti potenti protettori, come gli Usa ed Israele, e l’Iraq.
 
Ora Condoleezza Rice, segretario di Stato, spera di poter aggiungere anche il Libano alla collana di regimi amici e baluardi della ‘democrazia’, a cui appartiene la Giordania. Egitto, Kuwait ed Arabia Saudita vengono descritti come paesi in via di democratizzazione. L’Iran invece viene preso in giro. Le sue elezioni sono state descritte come una farsa, la bassa affluenza alle urne impugnata come evidenza di un sistema fallito...Sia il Libano sia la Giordania tanto in voga in America hanno invece in comune un fattore chiave: non assegnano un ugual peso elettorale ad ogni votante, poiché gruppi confessionali e tribali diversi ottengono rappresentanza e potere secondo criteri anti-democratici, che sbilanciano fortemente i regimi a favore di certe minoranze etniche e certe famiglie.
 
Membri della milizia sciita HezbollahQueste distorsioni non emergono dalla scelta di sistemi elettorali uninominali, piuttosto che proporzionali puri. Invece il filtro occorre ancora prima. In Libano questo è nato dal tentativo di ricucire gli strappi della guerra civile, ma ha avuto l’effetto di ingessare tutto. Ora che è saltato il ruolo della Siria, nella “rivoluzione dei cedri” permane una contraddizione profonda: la popolazione sciita che fa capo a Hezbollah è fortemente sottorappresentata in Parlamento.
 
L’uscita di scena di un governo filo-siriano non ha portato ad un governo maggioritario nel paese. Le pressioni americane su Beirut per dimostrare ai telespettatori distratti che l’egemonia americana s’accresce dopo l’avventura irachena rischia di spingere il Libano verso una crisi maggiore. Il paradosso è che la struttura attuale non può durare all’infinito: tenere in minoranza una forza politica che gode del sostegno della maggioranza della popolazione, Hezbollah, è una bruttissima ricetta per costruire una democrazia. Promuovere un governo a guida sciita in Iraq ed ostacolarlo in Libano sarà, alla lunga, una posizione insostenibile.
 
Oggi il Libano è un sistema politico pluralistico, ma non democratico. Questo è altrettanto vero della Giordania, dove il Re Abdullah, per quanto magnanimo e saldo di nervi, è e rimane in gran parte al di fuori ed al di sopra della legge comune. In Giordania, data la massiccia presenza di popolazione palestinese, così come varie altre opposizioni, la monarchia gestisce un sistema elettorale pluralistico ma truccato: le tribù vicine al monarca ricevono quote di rappresentanza parlamentare completamente al di fuori del loro peso elettorale.
 
La 'rivoluzione dei cedri' per chiedere il ritiro della Siria dal LibanoQuesti sistemi sono dunque incentrati su di un consociativismo forzato. Viste le forti pressioni statunitensi per rendere Hezbollah illegale, seguendo la linea israeliana, poco di buono ci si può attendere nei confronti delle future elezioni parlamentari palestinesi.  Elezioni che sono state rimandate siccome il presidente palestinese Abbas teme una vittoria di Hamas, movimento islamico militante. Abbas spera di ridimensionare con il tempo il margine di vittoria di Hamas. Inoltre il libero svolgimento di elezioni in Palestina, senza trucchi, non si addice né si conformerebbe al canovaccio americano per il Medio Oriente. D’altro canto, la mancanza di libere elezioni aumenterebbe i rischi di guerra civile tra Palestinesi. I Palestinesi e Fatah sono tra l’incudine ed il martello.
 
Pochi in America sono preparati ad accettare una piena democratizzazione della regione, e ciò che comporta. Re Abdullah può venire a trovarci ancora, donare altri soldi, finanziare nuovi cicli di lezioni. Noi possiamo contraccambiare compiaciuti. Possiamo bere in onore di una democrazia che non c’è, e continuare ad assecondare le storielle dell’impero buono che porta libertà nel mondo. Alla fine la storia cammina sulle gambe delle persone, e non sulle bugie di convenienza. In Medio Oriente le minoranze oggi al potere temono la discriminazione futura da parte delle maggioranze oggi escluse; eppure la continua esclusione di ampi segmenti della popolazione dalla rappresentanza politica, la costruzione di cittadinanze parziali, segmentate, è di per sé un pericolo, un fattore di destabilizzazione che continuerà a ripresentarsi.
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Stati Uniti