Gli Usa parlano di democrazia in Medio Oriente. Ma sono disposti ad accettarla?
scritto per noi da
Matteo Colombi

A giugno il Re di Giordania ha fatto visita all’Università di Chicago per
l’inaugurazione di un ciclo di lezioni stabilite in suo nome: la
King Abdullah
II Annual Leadership Lecture, da tenersi alla Harris School of Public Policy.
Il sindaco Richard Daley gli ha fatto visita, e il rettore lo ha intrattenuto
nell’Oriental Institute. La Gazzetta ufficiale dell’Università celebra tale evento
in copertina, con la foto del suo illustre ospite. E’ l’arabo più amato dai media
americani, a capo di uno staterello trotterellante e obbligato a stare attento
a tanti potenti protettori, come gli Usa ed Israele, e l’Iraq.
Ora Condoleezza Rice, segretario di Stato, spera di poter aggiungere anche il
Libano alla collana di regimi amici e baluardi della ‘democrazia’, a cui appartiene
la Giordania. Egitto, Kuwait ed Arabia Saudita vengono descritti come paesi in
via di democratizzazione. L’Iran invece viene preso in giro. Le sue elezioni sono
state descritte come una farsa, la bassa affluenza alle urne impugnata come evidenza
di un sistema fallito...Sia il Libano sia la Giordania tanto in voga in America
hanno invece in comune un fattore chiave: non assegnano un ugual peso elettorale
ad ogni votante, poiché gruppi confessionali e tribali diversi ottengono rappresentanza
e potere secondo criteri anti-democratici, che sbilanciano fortemente i regimi
a favore di certe minoranze etniche e certe famiglie.

Queste distorsioni non emergono dalla scelta di sistemi elettorali uninominali,
piuttosto che proporzionali puri. Invece il filtro occorre ancora prima. In Libano
questo è nato dal tentativo di ricucire gli strappi della guerra civile, ma ha
avuto l’effetto di ingessare tutto. Ora che è saltato il ruolo della Siria, nella
“rivoluzione dei cedri” permane una contraddizione profonda: la popolazione sciita
che fa capo a Hezbollah è fortemente sottorappresentata in Parlamento.
L’uscita di scena di un governo filo-siriano non ha portato ad un governo maggioritario
nel paese. Le pressioni americane su Beirut per dimostrare ai telespettatori distratti
che l’egemonia americana s’accresce dopo l’avventura irachena rischia di spingere
il Libano verso una crisi maggiore. Il paradosso è che la struttura attuale non
può durare all’infinito: tenere in minoranza una forza politica che gode del sostegno
della maggioranza della popolazione, Hezbollah, è una bruttissima ricetta per
costruire una democrazia. Promuovere un governo a guida sciita in Iraq ed ostacolarlo
in Libano sarà, alla lunga, una posizione insostenibile.
Oggi il Libano è un sistema politico pluralistico, ma non democratico. Questo
è altrettanto vero della Giordania, dove il Re Abdullah, per quanto magnanimo
e saldo di nervi, è e rimane in gran parte al di fuori ed al di sopra della legge
comune. In Giordania, data la massiccia presenza di popolazione palestinese, così
come varie altre opposizioni, la monarchia gestisce un sistema elettorale pluralistico
ma truccato: le tribù vicine al monarca ricevono quote di rappresentanza parlamentare
completamente al di fuori del loro peso elettorale.

Questi sistemi sono dunque incentrati su di un consociativismo forzato. Viste
le forti pressioni statunitensi per rendere Hezbollah illegale, seguendo la linea
israeliana, poco di buono ci si può attendere nei confronti delle future elezioni
parlamentari palestinesi. Elezioni che sono state rimandate siccome il presidente
palestinese Abbas teme una vittoria di Hamas, movimento islamico militante. Abbas
spera di ridimensionare con il tempo il margine di vittoria di Hamas. Inoltre
il
libero svolgimento di elezioni in Palestina, senza trucchi, non si addice né si
conformerebbe
al canovaccio americano per il Medio Oriente. D’altro canto, la mancanza di libere
elezioni aumenterebbe i rischi di guerra civile tra Palestinesi. I Palestinesi
e Fatah sono tra l’incudine ed il martello.
Pochi in America sono preparati ad accettare una piena democratizzazione della
regione, e ciò che comporta. Re Abdullah può venire a trovarci ancora, donare
altri soldi, finanziare nuovi cicli di lezioni. Noi possiamo contraccambiare compiaciuti.
Possiamo bere in onore di una democrazia che non c’è, e continuare ad assecondare
le storielle dell’impero buono che porta libertà nel mondo. Alla fine la storia
cammina sulle gambe delle persone, e non sulle bugie di convenienza. In Medio
Oriente le minoranze oggi al potere temono la discriminazione futura da parte
delle maggioranze oggi escluse; eppure la continua esclusione di ampi segmenti
della popolazione dalla rappresentanza politica, la costruzione di cittadinanze
parziali, segmentate, è di per sé un pericolo, un fattore di destabilizzazione
che continuerà a ripresentarsi.