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Una svolta storica, lo ripetono in tanti. Se così sarà lo si vedrà con il passare
dei mesi. Ma è sicuramente il cambiamento più importante nel laborioso processo
di pace in Irlanda del Nord: l’Ira depone le armi. L’organizzazione paramilitare
ha annunciato la sua nuova mossa ieri pomeriggio, con un comunicato rivolto a tutti i suoi membri e con effetto immediato. La lotta armata è finita,
compagni repubblicani. Da oggi si punta all’obiettivo di un’Irlanda unita con
mezzi pacifici. Dopo oltre 3.500 morti in trent’anni di scontri armati e attentati,
due cessate il fuoco, una pace firmata sulla carta ma spesso traballante, l’Ulster
forse ha veramente voltato pagina definitivamente.
Fuori dalla crisi. E’ stato un anno difficile, per l’Ira. Dopo la rapina alla Northern Bank di
Belfast del dicembre scorso, un colpo da quasi 40 milioni di euro, la polizia
guarda subito ai paramilitari cattolici. Tecnica già vista in altre occasioni,
organizzazione ampia. Quaranta giorni dopo la rapina, in un pub cattolico di Belfast
viene ucciso il cattolico Robert McCartney. Un omicidio non politico, una rissa
da bar dopo qualche pinta di troppo. Cose che succedono in Irlanda del Nord, perché
i paramilitari sanno di godere di un’impunità dovuta all’omertà delle comunità
da cui provengono. Ma questa volta è diverso: le cinque sorelle dell’uomo accusano
pubblicamente l’Ira dell’omicidio. La loro richiesta di giustizia fa il giro del
mondo, l’Ira è in crisi. E dimostra il suo distacco dalla voglia di normalità
dei nordirlandesi quando propone alle McCartney di vendicare il fratello ucciso,
ammazzando gli omicidi. Offerta respinta, ma patatrac di immagine completo. Fino
a ieri.
Le reazioni. “Un momento storico e cruciale per la ricerca di pace e giustizia”, l’ha definito
Gerry Adams, il leader dello Sinn Fein che è considerato il braccio politico dell’Ira.
“C’è un tempo per la guerra. Ma c'è anche un tempo per impegnarsi, per esporsi
facendo per primi i passi avanti. C'è un tempo per la pace, per la giustizia,
per la ricostruzione. Questo è il momento. È il momento di costruire una nazione”,
ha aggiunto Adams. Anche il premier britannico Tony Blair ha elogiato la decisione
dell’Ira: “E' un enorme passo avanti nella storia dell'Irlanda. Questo potrebbe
essere il giorno in cui in Irlanda la pace prende il posto della guerra, la politica
sostituisce il terrore”. Ma ci sono anche gli scettici, e non potevano che venire
dal campo opposto. “Non hanno dichiarato la fine delle loro attività criminali
che generano milioni di sterline – ha tuonato il reverendo Ian Paisley, leader
del principale e più intransigente partito unionista – e non sono riusciti a garantire
un livello di trasparenza necessario a dare al pubblico fiducia che le armi verranno
abbandonate interamente. Trattiamo con disprezzo il loro tentativo di glorificare
e giustificare la loro campagna assassina».
Un futuro pieno di incognite. Parole che non sorprendono, in bocca al fondatore del partito che si rifiuta
di dividere il governo con lo Sinn Fein. Ma è vero che la mossa dell’Ira è solo
un primo passo: esponenti delle chiese cattolica e protestante sono stati invitati
a controllare che il disarmo sia effettivo, certo. Ma l’arsenale dei paramilitari
repubblicani è enorme, e nessuno sa con precisione dove stanno tutti i depositi.
Si parla di almeno 500 kalashnikov con relativi proiettili, nonché di 2-3 tonnellate
di esplosivo al plastico gentilmente donato negli anni Ottanta dalla Libia di
Gheddafi. Inoltre, l’Ira si è guardata bene dall’annunciare il proprio scioglimento.
Non è da escludere che, in caso di stallo del processo di pace, mantenga la capacità
di colpire. E a scanso di equivoci: l’obiettivo dichiarato è ancora quello di
un’Irlanda unita, ipotesi contro cui i protestanti unionisti lottano da sempre.
Il ripristino dell’assemblea di Stormont, cioè del governo condiviso della regione,
per l’Ira è solo una tappa intermedia verso il traguardo finale. La palla in ogni
caso ora passa ai paramilitari protestanti, ai politici unionisti e alla stessa
Londra. I primi, rimasti senza scuse, dovranno dimostrare di voler veramente arrivare
alla pace. Gli altri, fino a che punto sono disposti a spingersi sulla strada
dell'autodeterminazione dell'Irlanda del Nord.Alessandro Ursic