09/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il direttore di PeaceReporter racconta l'evolversi delle trattative per il rilascio degli ostaggi
dal nostro inviato
Maso Notarianni 
 
I tre ostaggi italianiOre 10.15, il piccolo aereo si stacca da terra. I posti sono diciotto. I passeggeri sedici, ma l’ impressione che danno i due metri di larghezza dell’ aereo per i 9 di lunghezza è che lo spazio sia davvero poco anche se ci sono posti vuoti.  
 
Ci allontaniamo da Amman, bianco formicaio giordano abitato per il 90 per cento da palestinesi e sporcato dalla terra rossa del deserto. Il pilota, gentile, ci accoglie a bordo e ci fa sapere che quando arriveremo sopra Baghdad  «un sacco di gente vorrà spararci addosso. E dunque faremo un atterraggio a spirale dai nostri 5000 metri di altezza di crociera. Non seguite le evoluzioni dell’aereo con la testa, se soffrite il mal di volo. Qualcuno, si diverte anche, quando scendiamo a vite sull’ aeroporto. Vi auguriamo un buon viaggio».  
 
Benvenuti a Baghdad. Che è la città delle mille e una notte, ma non si direbbe. L’aeroporto non è più il Saddam international airport. È solo un international airport qualunque. Senza nome proprio. Cancellato dalla furia degli invasori. Dei liberatori. È proprio aria di democrazia e di libertà irachena quella che ti accoglie appena usciti dal terminal. Al suono di caricatori che si svuotano.  
 
Sono quelli dei marines di pattuglia, che, bontà loro, prima di entrare nell’ aeroporto tolgono il colpo in canna dai loro M10. I giapponesi addetti alla sicurezza non si fanno intendere. Parlano un inglese assolutamente misterioso. Un messaggio chiaro lo danno, con i loro corpetti antiproiettile, i loro mitragliatori, e le loro facce ombrose.  
Benvenuti a Baghdad, ripetono gli infiniti cavalli di frisia di cemento armato che costringono uno scalcinato bus di quella che era l’ Iraqi airlines ad uno zigzag continuo sulla via che dai terminal porta al check point one. Uno zig zag che fa rimpiangere la vite dell’ aereo in atterraggio. Non vale più chiedersi chi ce lo ha fatto fare.  
Nemmeno guardando la prima opera d’ arte che incontriamo a Baghdad: una enorme spalla di marines con un enorme cuore trafitto dentro ad un elmetto tatuato. Stamattina alle sette abbiamo pagato il conto dell’ hotel.  
 
Lo Sheraton di Amman. All’ ingresso, un enorme semisfera. Si nota poco la porta, imponente e nera e chiusa, che segna il punto di arrivo di tre ampie rampe di scale. Di marmo bianco di Carrara, of course.  
 
È chiusa da un anno, quella porta. Da quando è cominciata la guerra all’ Iraq. E poi la sua occupazione. Allo Sheraton, che al momento del conto ti addebita un dollaro di donazione all’Unicef (a meno di non negarlo esplicitamente, quel dollaro) ci sono gli uffici della Dyn Corp, la multinazionale della sicurezza, o meglio dei mercenari.  
Ecco spiegata la stranezza della clientela dell’ hotel, che uno non si aspetta essere fatta per una buona parte da bestioni dai capelli rasati, dagli occhi di ghiaccio e dai tatuaggi aggressivi. Qualcuno di loro, in verità gli occhi li ha persi nel vuoto. Al ristorante, nella hall, o al bar inglese tutto luci soffuse ed arredamenti old England e camino rigorosamente finto ma fiammeggiante, gli occhi di qualcuno di questi uomini è sempre perso nel vuoto. Sono forse quelli che tornano da Baghdad.  
 
Non è difficile notare la differenza. Qualcuno di loro ha lasciato gli occhi sulle atrocità che ha visto o che ha commesso. Questa è la guerra. Ma non viene da sorridere pensando alle contraddizioni di questo mondo, più bastardo che globale, e che ti chiede un dollaro per «salvare» quegli stessi bambini che va a massacrare, loro e le loro famiglie.  
 
Qualche tecnico dello Sheraton non ci sta, ad ospitare la guerra. Per un paio di giorni, sul canale interno delle televisioni di tutto l'albergo, invece dei filmati pubblicitari della catena, la foto di un bambino, massacrato di guerra, sfonda i video e gli stomaci degli ospiti.  
 
Si incontrano anche gli italiani curiosi, riconoscibilissimi per le scarpe che portano, e che chiedono più e più volte che ci stiamo a fare lì. E chissà quale avventure racconteranno alle famiglie, una volta tornati a casa.  
 
Il nostro contatto lo abbiamo visto più volte. Ci ha fatto un quadro abbastanza preciso della situazione. Ed è persino più ottimista di noi.
 
Ci racconta di una città distrutta, Fallujah. Ci racconta dei diversi gruppi della resistenza che operano nella zona. Islamici, laici, ex bahatisti. Ci conferma che i tre arrestati, così li chiama, sono in mano non ad uno, ma a più gruppi. Due o tre. Per questioni logistiche, e forse anche politiche, il gruppo che li ha presi per primo ha passato la mano.  
«Dopo l’ uccisione del primo ostaggio – racconta Jabbar Al Khubaisi – abbiamo subito mobilitato i nostri uomini. State facendo un grave errore. State facendo del male non agli italiani e all’ Italia, ma all’ Iraq e agli iracheni», è andato dicendo per la zona dove sono tenuti prigionieri i tre italiani.  
 
Il messaggio, pare sia stato ricevuto. E la trattativa miseramente fallita con il Governo Italiano e la Croce rossa, è potuta ripartire. Sanno, da queste parti, quanto dura sarebbe la sconfitta dell’invasore italiano se gli ostaggi fossero riconsegnati a chi chiede, da sempre, di fermare la guerra. Questa come qualsiasi altra.  
 
«Adesso - dice ancora - bisogna solo fare in fretta. Troppi interessi, in questa vicenda. Italiani, iracheni, politici, economici. Bisogna che vi sbrighiate». Benvenuti a Baghdad.  

red

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