Un convoglio di Emergency ha raggiunto la città da un mese sotto l'assedio delle forze della coalizione
Dal nostro inviato
Maso Notarianni
L’appuntamento con l’Imam è saltato. Ne approfittiamo per andare a visitare l’ospedale.
Quello che sta dall’altra parte del ponte, fuori dalla cintura che gli statunitensi
avevano stretto intorno alla città. Mentre torniamo alle macchine, gli abitanti
di Falluja escono dalla moschea.
I camion di Emergency sono parcheggiati lì davanti. Un uomo urla, non si capisce
cosa. Ma si capisce che nelle sue parole c’è la rabbia di una città costretta
da dieci giorni a bere l’acqua stagnante del fiume che in questa stagione quasi
non scorre.
La tensione si alza, in giro ci sono tanti kalashnikov e le urla dell’uomo cominciano
a contagiare la folla presente. Diventa assolutamente chiaro che ce l’ha con noi
quando pronuncia l’unica parola intelligibile: “Berlusconi”. La discussione continua
quando ci allontaniamo un po’. Gino Strada viene portato verso un muro su cui
sta appesa una bandiera irachena.
C’è una telecamera, inizia una improvvisata intervista, mentre intorno a noi
la polemica e l’invettiva, che non è più solo dell’uomo che gridava, non si placa.
Gino Strada spiega che cos’è Emergency, perchè siamo qui. Spiega che Emergency
non c’entra nulla con il governo italiano, che ha contribuito a portare in piazza
milioni di italiani contro questa e altre guerre.
Gli animi cominciano a placarsi e così Hawar fa in tempo a tradurre quello che
urlava l’uomo che ce l’aveva con Berlusconi: “Non vogliamo il vostro aiuto – diceva
– tornatevene via e con voi portate le truppe italiane che ci ha mandato Berlusconi.
Siamo ricchi, qui. Possiamo mandarveli noi gli aiuti. Se non ve ne andate, ve
li bruciamo i vostri camion”. Forse le parole di Gino Strada convincono anche
lui, e riusciamo a entrare nel cortile della moschea dove vengono scaricate le
cose che Emergency ha portato a Falluja.
Entriamo in una stanza dove ci sono il figlio dell’Imam, un autorevole maestro
della scuola islamica, e altri uomini di Falluja. Ci stringiamo su tre divani,
messi a ferro di cavallo, la discussione si riaccende. Il ferro di cavallo formato
dai divani è chiuso da un bancone di legno, dietro al quale sono poggiati a terra
altri kalashnikov. Per fortuna è subito chiaro a tutti che siamo lì solo per dare
una mano, per portare la solidarietà nostra e degli italiani che non vogliono
più la guerra e che non l’hanno mai voluta.
Il nostro accompagnatore, la nostra guida in Falluja, si esibisce in quello che
ha tutta l’aria di essere una concione politica, è molto infervorato. Ancora,
le uniche parole che si capiscono sono Berlusconi ed Emergency.
Le facce di tutti, adesso e nonostante i mitra, si distendono. Usciamo, diretti
all’ospedale. Per arrivarci, attraversiamo la parte di città più colpita dagli
statunitensi. Le case distrutte sono molto più delle venticinque che ci avevano
raccontato. Passiamo di fianco ad un enorme cratere, almeno venti metri di diametro.
Prima lì c’era una casa.
Attraversiamo quell’unico ponte che porta all’ospedale e che fino a poco fa era
bloccato dai carri armati. Sulla porta a vetri dell’ingresso delle fotocopie con
i ritratti di Yassin e di Rantisi, i capi di Hamas uccisi dai missili israeliani.
Mentre Gino Strada prende accordi con i dirigenti dei reparti degli ospedali,
facendosi raccontare quali sono le necessità più urgenti tra medicinali e materiali,
ci facciamo raccontare da un medico l’assedio di Falluja. I morti sono più di
settecento. “Quelli di cui siamo certi, perchè sappiamo che molti cadaveri sono
stati seppelliti nei giardini delle case o ai bordi delle strade”. “Tra i cadaveri
arrivati in ospedale, o visti direttamente dal personale medico – continua – almeno
ottanta bambini.
E poi anziani, donne. E’ finito tutto da troppo poco tempo, nessuno ha avuto
ancora la
voglia o il coraggio di fare statistiche accurate”. “Potrei raccontarvi molte
cose – continua il medico – sulla follia di questa guerra. Ho visto passare aerei
americani che a bassa quota sparavano sulla gente. Lo stesso facevano con gli
elicotteri.
Sparavano anche dove era concentrata la resistenza, certo, ma non solo su quella.
Hanno anche occupato una moschea, e i loro cecchini sparavano dai minareti su
chiunque gli capitasse a tiro: uomini, donne, bambini, non faceva differenza”.
Mentre il medico ci raccontava dell’assedio di Falluja e della carneficina fatta
dall’esercito USA per rappresaglia, sulla televisione scorrevano le immagini di
quel filmato in cui si vede sparare su contadini disarmati da un elicottero apache.