Repressione, scontri, ma anche convivenza pacifica. Vita di una minoranza
Non solo in Tibet. In nome dell’unità e dell’integrità nazionale, il governo
cinese, rappresentante della comunità Han (92 per cento della popolazione), spesso
esercita un rigido controllo anche sulle minoranze musulmane, 2 per cento di un
miliardo e trecento milioni di abitanti della Repubblica Popolare.
In particolare, la situazione è tesa nella provincia nordorientale dello Xinjiang,
la più grande della Cina, dove vivono 8 milioni di Uyguri, discendenti da un ceppo
prototurco dell’Asia centrale.
Qui, da cinquant’anni, Pechino reprime ogni aspirazione – spesso armata – all’autonomia
dei suoi abitanti originari, colpendo con arresti di massa, torture ed esecuzioni
sommarie moltissimi civili.
Negli ultimi tempi, però, si sono verificati scontri anche nella regione centrale
dell’Henan, popolata dai musulmani Hui e finora estranea ai disordini.
In seguito a un incidente stradale avvenuto il 27 ottobre 2004, quando un taxista
Hui ha investito una bambina Han, sette persone sono state uccise e decine di
case sono state date alle fiamme. I membri delle due comunità hanno condotto gli
attacchi contro i vicini armati di attrezzi agricoli.
Il primo novembre scorso il governo – che da sempre occulta gli eventi riguardanti
le minoranze – ha imposto la legge marziale. Le tensioni nel cuore della Cina
sono state esacerbate dal crescente scarto economico tra i cinesi e gli Hui, che
soffrono per le difficili condizioni economiche in cui sono costretti a vivere
rispetto alle comunità più benestanti Han e per un sistema politico sempre più corrotto.
Intanto nello Xinjiang è in corso un processo di sinizzazione: Pechino incoraggia
l’immigrazione cinese nel nor-est ricco di petrolio e centro dell’industria spaziale
e atomica.
Ci sono però altre regioni in cui musulmani e cinesi vivono in armonia. Qui
molti Uyguri fuggono in cerca di lavoro e libertà. Come Muhammed, che oggi lavora
in un ristorante a Kunming nello Yunnan, provincia meridionale della Cina.
Muhammed è un ragazzo sui venti anni. E’ scappato dallo Xinjiang per poter praticare
liberamente la sua religione. Cosa che a Kunming è permessa, a differenza di quanto
accade in altre province musulmane.
Il giovane racconta: “Nello Xinjiang essere musulmani significa avere continuamente
problemi con le forze dell’ordine. Dopo l’attentato dell’undici settembre 2001,
i musulmani vengono chiamati con disprezzo “talebani”.
Durante la celebrazione della festa che conclude il periodo del Ramadan, i problemi
sono ancora più grandi. Se in quel periodo un musulmano con un impiego statale
si reca alla moschea, rischia di perdere il posto di lavoro. La polizia si posiziona
all’esterno del luogo di culto per schedare i musulmani e segnare i lavori che
svolgono”.
Muhammed ricorda i tragici eventi del 1996, quando nello Xinjiang centinaia di
manifestanti musulmani
furono colpiti a morte dalla polizia. “Per giorni il sangue ha macchiato le strade.
Le autorità ordinarono di non ripulirle per lanciare un avvertimento agli altri
musulmani. Perchè la comunità internazionale non intervenne?”. Alla domanda del
giovane non c’è risposta.
Tra il 20 aprile e il 9 giugno 1996 una durissima repressione delle forze dell’ordine
cinesi avrebbe portato alla carcerazione di 2.700 Uyguri. Nei circoli della minoranza
all’estero si è parlato addirittura di 18mila arresti.
Muhammed non conosce il cinese, non è capace di leggere i caratteri e non desidera
imparare. Parla la lingua della sua regione e conosce perfettamente l’arabo. A
Kunming finalmente ha trovato un poco di serenità, alcuni amici e un lavoro.
La presenza della comunità musulmana nello Yunnan risale al periodo dell’invasione
mongola di Kubilai Khan (XIII secolo). Allora iniziarono a insediarsi in tutta
la provincia diversi mercanti, costruttori e artigiani musulmani. Tale era la
loro maggioranza numerica e l’ascesa nella scala sociale che lo Yunnan fu l’unica
regione ad essere governata da un musulmano, Sayyid Ajall.
I problemi con i cinesi arrivarono quando i musulmani insorsero per ottenere
l’indipendenza (1873) e, in seguito, durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976).
Quest’ultima ha rappresentato un periodo di forte repressione in Cina per i credenti
di ogni confessione.
Attualmente, nonostante ciò che accade in Tibet e in Xinjiang, la nuova politica
adottata da Pechino promuove in altre zone l’integrazione delle diverse etnie
e la riabilitazione dei luoghi di culto. Antichi templi buddisti e diverse moschee
sono stati infatti riaperti.
A Kunming la comunità musulmana è numerosa. In una città di quasi 4 milioni di
abitanti si contano cinque moschee. La più antica venne costruita sotto la dinastia
Qing (circa 400 anni fa), ma venne abbattuta nel 1997. Al suo posto è stato costruito
un edificio che non ha niente a che vedere con quello originale. Ad ogni angolo
di Kunming è possibile trovare numerosi ristoranti musulmani e il venerdì, per
le strade, i venditori ambulanti di dolci tipici.
Apparentemente, i musulmani nello Yunnan sono perfettamente integrati: fanno
gli insegnanti, gli artigiani e i ristoratori. Tra loro, però, si trovano anche
i migranti provenienti da altre parti dello Yunnan o da altre regioni della Cina,
giunti a Kunming in cerca di fortuna o semplicemente di pace. Come Muhammed.
Federica Angioni