
Dopo il primo discorso alla nazione fatto da Bashar Al Assad, neo Presidente
della Repubblica, all’occasione della cerimonia di giuramento nel luglio del 2000,
in cui ha riconosciuto la durezza del regime e promesso delle riforme, soffia
una ventata d’aria fresca sul paese in genere e sulla città di Damasco in particolare.
Nelle università si creano dei forum spontanei di discussione. Ovunque si parla
di riforme, di democratizzazione...di fine dello stato d’emergenza in vigore dal
1963. L’ondata di libertà si chiama primavera di Damasco e le rondini che lo annunciano
sono gruppi di intellettuali indipendenti che vogliono credere in un futuro migliore
e trascinano con loro tanti giovani.
“Ci abbiamo creduto” dice Hassan, intellettuale e funzionario della televisione
nazionale. “Ovunque si parlava di cambiamento. In TV non c’era quasi più censura.
Potevamo far vedere e sentire quasi di tutto…è stata una parentesi bellissima.”
Una parentesi bella ma breve che viene chiusa violentemente all’inizio del 2002,
con l’arresto dei principali animatori della primavera tra cui i parlamentari
liberali: Riadh Saif e Mamun Homsi e l’intellettuale comunista Arif Dalila. Il
sistema Bathista ha visto le sue basi minacciate dalla permissività del nuovo
leader e si è ribellato. Il “principe” è stato richiamato all’ordine: vanno bene
il liberalismo economico soprattutto se tutto il business è tra le mani dei baroni
del partito e dell’esercito, va bene un’illusione di apertura. Ma niente riforme
politiche e niente pluralismo o condivisione del potere.
“Resta che in Siria oggi si respira una aria diversa” continua Hassan. “All’epoca
del padre, per i testi che avevo scritto e le trasmissioni che ho mandato in onda
nel 2001, il minimo per me sarebbe stato l’ergastolo. Oggi si sono accontentati
di isolarmi e di non darmi accesso alla produzione. Sono libero di andare e venire
al lavoro quando voglio. Non esisto più per i miei responsabili. Una specie di
voce fantasma sul libro paga. Poi oggi la gente si fa prendere dall’illusione
di libertà che offre la finta liberalizzazione del mercato. Ci sono i telefonini,
c’è internet, la Coca cola sta per arrivare sul mercato. Cosa chiedere di più?”

In effetti, l’unico risultato tangibile delle riforme promesse è l’apertura del
mercato al commercio internazionale. Lo scenario è il solito: smantellamento del
settore pubblico, svendita dei beni pubblici e apertura del mercato alle merci
d’importazione. Ma di libertà di mercato in realtà c’è solo l’illusione. I baroni
dell’import sono generali dell’esercito, membri potenti del partito e soprattutto
membri del potente clan presidenziale. L’esempio più significativo di questa egemonia
lo si trova nella telefonia mobile. Apparentemente in Siria ci sono due compagnie
che si fanno concorrenza sul mercato della telefonia mobile: Syriatel e 94. Ma
se si va a vedere da vicino di concorrenza ce n’è ben poca. La compagnia 94 è
proprietà di Maher Al Assad, fratello minore del presidente, e Syriatel è di Rami
Makhlouf, cugino dalla parte della madre dei fratelli Al Assad. Qualche mala lingua
è arrivata a dire che la primavera di Damasco è finita quando i forum hanno smesso
di parlare di teoria e di filosofare e hanno cominciato ad interessarsi alla “cosa
economica”. Vogliono per prova il fatto che i due parlamentari arrestati avevano
introdotto pochi giorni prima un’interpellanza in parlamento sulle condizioni
opache in cui sono stati concessi i contratti di telefonia.
Eppure nonostante la repressione e nonostante l’indifferenza internazionale,
un'opposizione in Siria continua ad esserci. Ci sono i partiti, quelli più radicali:
Lega dell’azione comunista (di Fateh Giamus e Aslan Abdelkarim tra altri) e i
Fratelli musulmani, che si nominano ancora nel più grande segreto, che rimangono
tabù e che contano ancora più di 20.000 prigionieri politici nelle carceri del
regime, mentre altre correnti più moderate, anche se ancora informali, riescono
ad attivarsi in qualche modo. Tra questi movimenti due correnti uscite dal Partito
comunista Siriano. Il Partito Comunista Siriano ha conosciuto una prima rottura
quando il suo allora segretario generale, Khaled Bagtash, incoraggiato da Mosca,
decide in maniera unilaterale di dichiarare l’alleanza con il partito Baath al
potere e di entrare nel “fronte”, la pseudo coalizione al potere, composta dal
Partito Arabo Socialista del Baath, di una dozina di sigle fantasma (quasi tutte
formate da combinazioni delle tre parole: Nazionale, Arabo e Socialista) e del
Partito Comunista (Khaled Bagtash) diventato nel frattempo “Partito Del Popolo”.

Il gruppo dei dissidenti, che in realtà erano la maggioranza nel Comitato Politico,
continuò la strada dell’opposizione e adottò una posizione molto critica anche
nei confronti dell’Unione Sovietica e delle sue posizioni ambigue in Medioriente.
Questa corrente è conosciuta oggi come Partito Comunista (Political Office). L’altra
scissione che si sta producendo in questo momento è quella di membri del Partito
del Popolo, che hanno quindi in tasca un tesserino di un partito della coalizione
al governo e che però hanno deciso di prendere le distanze dalla politica del
governo, “troppo liberista e distruttrice del bene pubblico a favore della proprietà
privata di pochi”, ma anche di non reazione nei confronti “del piano aggressivo
dell’asse Israele-USA nella regione.”
Questa tendenza è diffusa tra la classe media di Damasco e si è data il nome
di corrente “Kassioun” (Kassioun è il monte che domina la città di Damasco e dal
quale scendono 7 torrenti d’acqua limpida e fresca). La corrente Kassioun chiede
un congresso nazionale per dare una svolta storica al Partito del Popolo, ma decide
nel frattempo di ignorare il comitato Centrale costruito intorno alla persona
di Khaled Bagtash e della sua famiglia (moglie, figli e entourage).
Altro partito molto presente nel dibattito nazionale è il Partito Nazionalista
Sociale Siriano. Nato nel 1932, sotto l’ombra dell’uomo politico libanese Anton
Saadeh (1904-1949), l’SSNP è un partito che si vuole nazionalista ma di una nazione
che loro chiamano la Siria Naturale, cioè tutta la Mezzaluna Fertile. Il partito
nasce come rifiuto della spartizione colonialista della regione e come alternativa
ai nazionalismi (esclusivisti) su base religiosa o linguistica che si stavano
sviluppando nella regione. Il Nazionalismo Siriano parla di Patria Naturale (terra)
proprietà di tutti i popoli che la abitano. Rifiuta la partizione attuale degli
stati ereditata dal colonialismo (Libano, Palestina-Israele, Siria, Giordania,
Iraq, Kurdistan…) e rifiuta la divisione su base etnica della regione, che serve
solo a chi vuole dividere per regnare. E' superfluo dire che principi del genere,
pericolosi per i governi dei paesi della regione, per i capi dei gruppi etnici,
per lo stato israeliano e per gli integralisti religiosi di tutti i bordi, sono
combattuti da tutte le parti.
In effetti, libero dal vincolo dell’interesse nazionale (nel senso stretto riservato
agli stati nazionali creati all’inizio del secolo scorso) e dal legame con un
dato gruppo culturale o religioso l’SSNP è l’unica formazione che riesce a produrre
una analisi della situazione della regione, a mio avviso, più completa.
"La Siria non e' sola e non e' isolata dal resto del mondo. Subisce e interagisce
con le situazioni nei paesi vicini e con il resto del mondo. La situazione irachena
e quella libanese hanno delle ricadute dirette su di noi. Poi ci sono le pressioni
dirette e indirette dell'America e di Israele per dominare la regione" dice il
dottor Ali Abdallah, Segretario Regionale per la Siria (gli stati nazione sono
chiamati regioni e lo stato è inteso come grande Siria) e primo vice presidente
nazionale, dietro Giabran Arigi, il presidente Nazionale (con sede in Libano dove
il partito è legale mentre rimane illegale in Siria e negli altri paesi della
Grande Siria).
Dello stesso parere è anche S.K., giornalista molto vicino alle tesi del SSNP. S.K vede, per esempio, un collegamento diretto tra le ultime uccisioni avvenute
in Siria e in Libano. "Tanti vedono", dice, "la mano dei servizi siriani dietro l'uccisione di Samir
Kasir e George Haoui in Libano e anche dietro la morte dell'Imam Al Khaznaoui.
Io non credo che la Siria abbia, in questo momento, bisogno di attirare ancora
di più l'attenzione su di sé. Il regime siriano ha bisogno di tranquillità più
di qualsiasi altra cosa. Ha bisogno di farsi dimenticare un po'. Sa di essere
nel mirino degli Stati Uniti. Io vedo un collegamento diverso su queste uccisioni
mirate. Kassir era molto critico nei confronti della Siria, ma questo non basta
a definire una personalità così interessante come la sua. Kassir e Haoui erano
entrambi laici, progressisti, opposti all'etnicizzazione del Libano e ai signori
dei gruppi etnici. Mentre Al Khaznaoui era un curdo sì, ma era soprattutto un’autorità
religiosa sunnita moderata e aperta al dialogo. Al Khaznaoui era doppiamente pericoloso
per chi vuole trascinare tutto l'Islam sunnita tra le braccia degli estremisti
e chi vuole tagliare i ponti tra Curdi e Arabi".
"Credo che nella situazione attuale ad essere più minacciati sono quei movimenti
che cercano soluzioni democratiche, laiche e pluraliste nella regione", continua
S. K. "Soffia un aria di etnicizzazione e di estremismo e chi non conferma la
regola è minacciato da tutte le parti. E' la stessa strategia adottata dappertutto.
E' come quando si cerca di mettere tutta la resistenza irachena sul conto del
terrorismo di matrice islamica nascondendo il fatto che tra i resistenti ci siano
nazionalisti arabi, comunisti e gruppi tribali assolutamente indipendenti dalle
reti integraliste; oppure quando si vuol caricare tutta la resistenza palestinese
sul conto di Hamas e Jihad Islamica, oscurando il ruolo delle formazioni laiche.Il
governo siriano ha usato come tutti gli altri la carta dell'integralismo ma non
e' nel suo interesse attualmente incoraggiarlo. Non sta giocando la carta dell'integralismo
in questo momento, secondo me. Qualcuno la sta giocando al suo posto. Bisogna
capire che il regime in Siria e' in mano ad una minoranza religiosa considerata
dagli estremisti come apostasia, gli alauiti. Un arrivo al potere nella regione
di una formazione di estrema destra religiosa metterebbe in pericolo l'intera
popolazione alauita. Alle prese con una situazione internazionale molto delicata
e una interna esplosiva, il regime siriano cerca di piacere all'America e fa sempre
più concessioni al liberalismo e agli interessi degli Stati Uniti e di Israele.
Ma sembra non basti e qualcuno (da cercare, contrariamente a quanto indica la
stampa internazionale, non in Siria ma altrove) sta giocando molto sporco.”
Effettivamente, viaggiando in Medioriente si fa fatica a capire con quale logica
furono tracciate le frontiere. Sembra tutto un popolo unico. Non c’è una differenza
culturale, religiosa, storica o geografica che determina queste divisioni. Molto
spesso sono le stesse tribù, a volte anche le stesse famiglie ad essere divise
in due da una frontiera tracciata su una cartina da qualche geometra francese
o inglese. “E per questo che il coinvolgimento di tanti gruppi di giovani siriani,
giordani, iracheni e libanesi (di tutti i credi religiosi e politici) nella resistenza
palestinese è stato completamente naturale nei primi decenni dell’occupazione.
Così come oggi, sono migliaia quelli che sono andati o vanno ancora a dare una
mano alla resistenza irachena”, mi spiegano i miei vari interlocutori.
La Siria, così come gli altri paesi della regione, ha in sè il potenziale umano
necessario per farcela e uscire dallo stato di degrado in cui l’ha trascinata
un sistema violento, corrotto e corruttore, che regna senza condivisione da più
di trent’anni. Solo che i pericoli più gravi vengono dall’estero. “Già ci sono
dei movimenti strani negli Stati Uniti e in Gran Bretagna”, commenta Hamed, un
militante della corrente Kassioun, “ci sono dei personaggi strani, mai conosciuti
nell’opposizione siriana, che hanno creato dei partiti politici e organizzano
degli incontri sul modello di quelli che nel 2002/2003 tenevano quei personaggi,
come Alaoui e Pachachi, che poi sono arrivati a Baghdad a bordo dei blindati americani.”
Il paese sente di essere nel mirino dell’imperialismo americano. “Siamo quasi
sicuri che saremmo noi a pagare il conto, di tutto questo”, mi dice un vecchio signore in albergo, mentre guardiamo in TV le immagini degli
attentati di Londra, “aspettiamo solo di capire come.” E ho avuto l’occasione
di constatare che questa idea è molto condivisa in questo momento in Siria. Ma
questo non vuol dire che regni nel paese un'aria pesante di odio o di sospetto.
Nonostante tutto, il cittadino siriano non perde né la sua affabilità né il suo
leggendario buon umore e Damasco rimane una città dove si scherza e si ride tantissimo,
e il turista di passaggio, se ignaro delle tensioni politiche della regione, si
trova davanti soltanto un paese bello, tranquillo, sicuro, e una popolazione molto
accogliente.