scritto per noi da
Karim Metref

Damasco, Bab al Giamii, porta della grande Moschea ommayade, 5.30 del mattino.
La piazza della moschea è tranquilla. Pochi i passanti. Qualche pellegrina iraniana
passa per andare ad assistere alla preghiera dell’alba in uno dei mausolei sciiti
della città, qualche mercante che va a preparare il suo banco nel vicino mercato,
alcuni tiratardi che non vogliono rientrare e cercano di approfittare della brezza
mattutina, unica tregua concessa dalla spietata onda di calore che travolge la
città da giorni.
Sulla piazza un inserviente della moschea svuota sacchi di cibo per i piccioni.
Oltre a dare loro da mangiare, l’addetto bada anche che nessun curioso venga a
disturbare i suoi protetti mentre si sfamano.
Sembra un rito quotidiano, consacrato da anni. Tutti i piccioni di Damasco si
danno appuntamento qui ogni mattina, "per colazione", dopodiché ognuno vola per
una parte diversa della città in cerca di sopravvivenza. Nessuno rimarrà qui.
Perché qui, per loro, fra un’ora, sarà l’inferno. Centinaia di migliaia di persone
di tutti i colori, provenienze e obiettivi si spingeranno per aprirsi un passaggio
in una folla densa e variopinta.
La moschea degli Ommayadi è il simbolo della città. Il luogo impone rispetto
non solo per le sue dimensioni vertiginose, una città nella città, ma soprattutto
per la lunga storia che raccontano le sue mura. Il luogo è stato tempio aramaico,
fenicio, greco, romano, cristiano, per diventare infine musulmano. La stessa struttura,
le stesse pietre, hanno dato riparo a questa specie di gioco di bocce per oltre
seimila anni…seimila anni di vita quotidiana, di speranze e di preghiere, ma anche
di violenza e di aggressioni.

Il luogo è anche simbolo della convivenza pacifica che i popoli della regione
hanno spesso saputo costruire nonostante la politica. La moschea è ufficialmente
musulmana sunnita, ma di fatto i più numerosi a pregarci sono gli sciiti, i cristiani
e altre minoranze religiose. In effetti il luogo contiene le sepolture, tra altri,
di Giovanni Battista, e forse della testa dell’Imam Hussein (secondo imam per
importanza per gli Sciiti, figlio di Ali e nipote del profeta Maometto) e di vari
santi sunniti.
Damasco è rimasta isolata dal mondo per un po’ di tempo ma sta riprendendo molto
velocemente il suo ruolo di piattaforma di scambio tra Medioriente e resto del
mondo, come è sempre stata.
Il paese vive una situazione paradossale di grandi speranze e di altrettante
grandi paure. Da una parte c’è lo spiraglio di libertà individuale e politica
aperto dall’arrivo del presidente Bashar al potere; dall’altra parte ci sono le
paure legate alla situazione regionale ed internazionale.
"E' da pochi anni che si comincia a vedere la fine del tunnel" mi dice S.K, "Sui
giornali ricominciano ad apparire nomi di persone e movimenti che fino ad un anno
fa non potevi neanche sussurrare in una stanza vuota senza avere un brivido. Con
l'arrivo di Bashar le catene si sono allentate un pochino." Di nazionalità siriana,
S. K è ingegnere di formazione, ma firma articoli su varie riviste e giornali
siriani, e anche libanesi e iracheni. In effetti dal 2000, alla morte di Hafiz
Al Assad, il figlio, Bashar, che in realtà aveva l’incarico della gestione dello
stato ormai da due anni perché il padre era già impedito dalla grave malattia,
pronuncia un discorso in occasione del suo giuramento in cui riconosce la difficoltà
in cui vive il paese e promette delle riforme. Per dimostrare la sua buona volontà
libera subito migliaia di prigionieri politici. Tra cui anche alcuni grandi nomi.
Oggi quest’apertura si sente dappertutto. La gente osa parlare. Le opposizioni
non sono riconosciute ma agiscono in semi clandestinità. Si discute di politica
ovunque. Anche se nell’ultimo periodo il regime sembra aver ripensato certe sue
concessioni e ha arrestato alcuni eminenti animatori del dibattito politico, tra
cui anche due parlamentari. Ma prima di arrivare all’attualità torniamo un po’
indietro nel tempo, a quello che l’opposizione siriana chiama gli anni neri di
Hafez.

Quando nel 1969 Hafez Al Assad, un ufficiale delle forze aeree di 39 anni, appartenente
alla minoranza Alauita, allora ministro della difesa, prende i comandi del partito
Baath e quindi anche del paese, scartando Salah Jadid, considerato troppo attaccato
all’Unione Sovietica, la Siria aveva vissuto un lungo periodo di instabilità cosparso
di guerre di liberazione, guerre civili, colpi di stato e lotte interne. L’ultimo
colpo di stato nel marzo del 1963, quello che portò il partito Baath al potere,
è un puro prodotto di quegli anni di guerra fredda e mette la Siria indubitabilmente
nel campo socialista. Hafiz Al Assad tenta di ridimensionare le cose e di dare
più autonomia al paese nei confronti dell’Impero sovietico.
Il paese viveva in quegli anni una vera ebollizione culturale e politica. I partiti
di sinistra, molto forti e molto attivi, e i Fratelli musulmani, in crescita continua,
sfidavano apertamente il potere del partito Baath. La debolezza nei confronti
dell’opposizione era anche una delle principali critiche del generale Assad nei
confronti di Jadid, il suo predecessore. Il suo arrivo al potere segna la politica
di pugno di ferro nei confronti dell’opposizione. Gli anni settanta hanno segnato
l’inizio di una vera e propria guerra tra opposizione (comunisti e Fratelli musulmani)
e governo. Attentati, scontri armati, manifestazioni represse nel sangue marcano
questi anni. Il culmine di questi scontri avviene nel 1979. La scintilla è il
massacro eseguito da un allievo ufficiale in una scuola di cavalleria motorizzata
contro 40 suoi colleghi, tutti appartenenti alla minoranza alauita, quella del
presidente Assad.
La repressione si abbatte subito su ogni forma di opposizione, terribile. Centinaia
di persone sono giustiziate dentro le carceri, e nelle città gli esponenti dell’opposizione
sono ricercati attivamente e passati per le armi, senza nessuna forma di processo.
L’attentato del 1980 contro la persona di Hafez Al Assad aumenta ancora la tensione
portando il paese in un crescendo di violenza, peggiorato dall’intervento della
Siria in Libano. L’opposizione accusa il Rais di aver colpito i movimenti di sinistra
pro-palestinesi e incoraggiato l’estrema destra falangista cristiana. L’ondata
di violenza toccherà la cima della sua intensità con il massacro di Hamah.
Il due febbraio 1982 la città di Hama, un centro urbano vecchio più di quattromila
anni, diventata durante questi anni il covo di tutte le opposizioni, si sveglia
assediata dall’artiglieria e dai blindati dell’esercito siriano sotto il comando
del Generale Ali Haidar, ufficiale molto vicino alla famiglia Al Assad e soprattutto
al fratello Rifat, capo delle “Unità di Difesa del Baath”, vero artefice della
“pulizia” operata dal regime in questi anni. A ben poco servì la resistenza eroica
dei guerrieri comunisti, nazionalisti siriani e islamisti. La città fu sottomessa
ad un bombardamento senza tregua per ben 27 giorni prima dell’assalto. Gli ultimi
sopravissuti furono finiti all’arma bianca. Le organizzazioni internazionali parlano
di cifre che vanno dai 30 ai 40.000 morti e 100.000 espulsi, ma l’opposizione
interna parla di più di 100.000 morti. “Fatto sta che della vecchia città di Hamah non c’è più nessuna traccia.” Mi
dice C., il nostro accompagnatore: “Guarda. Questa era una città millenaria. Oggi
non c’è una costruzione che abbia più di vent'anni.”
Hamah sembra una qualunque città mediorientale. La sua autostazione assomiglia
a qualsiasi autostazione di una città media siriana. Dei minibus carichi di viaggiatori
vanno e vengono in continuazione. La città attorno è anonima. Le case, di due
o tre piani per lo più, sono coperte di scritte e di insegne pubblicitarie. La
vita si svolge tranquilla. Niente lascia intravedere che qui, ventitre anni fa,
si consumava uno dei più gravi massacri del dopoguerra. Il mondo allora tutto
assorto nella guerra fredda non reagì per paura di vedere Al Assad, che fino ad
allora a saputo abilmente camminare sulla linea di confine tra i due schieramenti,
entrare definitivamente nel campo avverso.
Con il massacro di Hamah finisce lo scontro armato, ma non finisce il calvario
siriano. Gli anni ottanta furono terribili. Repressione a tutti i livelli. Una
parola sbagliata, un vicino malintenzionato, un battibecco con un membro dei servizi
o delle forze armate poteva portare una persona in prigione, nella sala di torture
o persino alla morte.
Ciò nonostante, nel 1991, quando nello stupore generale la Siria si schierò tra
le forze d’intervento in Iraq nella prima guerra del Golfo, il popolo uscì per
le strade e manifestò chiaramente il suo dissenso. Le forze di sicurezza ovviamente
non lesinarono sui metodi repressivi, dando luogo a delle vere e proprie battaglie
di strada. Questo fu per tutti gli anni novanta, esclusi i vari attentati isolati
perpetrati qua e là, l’unico movimento di contestazione rilevante. Il vecchio
leone ha portato l’arte del potere assoluto alla sua quintessenza, assicurandosi
per i suoi vecchi giorni un regno senza opposizione. Al punto che anche un dilettante
come il secondogenito, Bashar, non trovò nessun ostacolo per prendere la sua successione.

All’inizio Bashar non si interessava di politica ma seguiva tranquillamente
i suoi studi di medicina in Inghilterra. A succedere al padre doveva essere il
primogenito, Bassil. Ma alla morte di quest’ultimo in un incidente di macchina,
nel 1994, il fratello minore fu richiamato ad occupare il centro dello scacchiere
politico. Dal 1998, anno dell’inizio della malattia del padre, Bashar prende i
comandi del paese.
L’arrivo di Bashar al potere segna una svolta storica nel corso del regno degli
Assad. Alcuni dicono che è la personalità dei due leader ad essere diametralmente
opposta. Hafez era un figlio di contadini poveri che non si potevano permettere
di mandarlo all’università; allora, come fanno tanti dei poveri del mondo e in
modo particolare quelli del suo gruppo culturale, gli Alaui, Hafez si arruolò
nell’esercito nazionale. Il suo è un percorso duro e sofferto per fare carriera
prima nell’esercito e poi nella politica. Si è aperto la strada con coraggio,
furbizia e forza di carattere.
Il figlio invece è nato privilegiato tra i privilegiati. Non si è mai dovuto
preoccupare di niente. Ha trovato tutto pronto. Anche la famiglia non ha mai voluto
annoiarlo troppo con gli affari dello stato. Intanto, nelle regole non scritte
della repubblica monarchica, era al fratello maggiore che incombeva la sostituzione
del padre dopo la morte. La formazione militare e politica è toccata a Bassil.
Bashar, lui, ha seguito un percorso universitario lontano dall’esercito e dai
giochi politici. Ha viaggiato tanto e frequentato la gioventù dorata di mezzo
mondo. Parla un inglese perfetto ma fa un po’ fatica con l’arabo, soprattutto
quello classico, quello del potere. I sostenitori di questa teoria pretendono
anche che se fosse per Bashar la dittatura finirebbe subito. Soltanto che l’era
del padre ha costruito un sistema che ormai si regge da solo. Bashar, finalmente,
sarebbe soltanto una ruota in questo ingranaggio preciso e ben lubrificato.
L’altra versione è quella di chi pretende che in realtà sì il sistema è quasi
perfetto e si regge da solo. Solo che le mafie in esso contenute, che hanno accumulato
capitali vertiginosi, razziando letteralmente le risorse del paese, adesso vorrebbero
anche far fruttare questo capitale creandosi una sembianza di apertura economica e politica. Allora approfittano del cambio di leadership e anche delle pressioni
internazionali per mettere in moto il loro piano, fino a quel giorno ostacolato
dalla figura diventata ingombrante del vecchio leone.
Entrambe le versioni sono d’accordo sul fatto che Bashar non può fare altro che
adeguarsi al sistema introducendo delle trasformazioni formali, ma niente di sostanziale.