30/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage nella Siria di oggi
scritto per noi da
Karim Metref
 
 
Moschea degli Ommayadi, DamascoDamasco, Bab al Giamii, porta della grande Moschea ommayade, 5.30 del mattino. La piazza della moschea è tranquilla. Pochi i passanti. Qualche pellegrina iraniana passa per andare ad assistere alla preghiera dell’alba in uno dei mausolei sciiti della città, qualche mercante che va a preparare il suo banco nel vicino mercato, alcuni tiratardi che non vogliono rientrare e cercano di approfittare della brezza mattutina, unica tregua concessa dalla spietata onda di calore che travolge la città da giorni.
Sulla piazza un inserviente della moschea svuota sacchi di cibo per i piccioni. Oltre a dare loro da mangiare, l’addetto bada anche che nessun curioso venga a disturbare i suoi protetti mentre si sfamano.
 
Sembra un rito quotidiano, consacrato da anni. Tutti i piccioni di Damasco si danno appuntamento qui ogni mattina, "per colazione", dopodiché ognuno vola per una parte diversa della città in cerca di sopravvivenza. Nessuno rimarrà qui. Perché qui, per loro, fra un’ora, sarà l’inferno. Centinaia di migliaia di persone di tutti i colori, provenienze e obiettivi si spingeranno per aprirsi un passaggio in una folla densa e variopinta.
La moschea degli Ommayadi è il simbolo della città. Il luogo impone rispetto non solo per le sue dimensioni vertiginose, una città nella città, ma soprattutto per la lunga storia che raccontano le sue mura. Il luogo è stato tempio aramaico, fenicio, greco, romano, cristiano, per diventare infine musulmano. La stessa struttura, le stesse pietre, hanno dato riparo a questa specie di gioco di bocce per oltre seimila anni…seimila anni di vita quotidiana, di speranze e di preghiere, ma anche di violenza e di aggressioni.
 
Moschea degli Ommayadi, DamascoIl luogo è anche simbolo della convivenza pacifica che i popoli della regione hanno spesso saputo costruire nonostante la politica. La moschea è ufficialmente musulmana sunnita, ma di fatto i più numerosi a pregarci sono gli sciiti, i cristiani e altre minoranze religiose. In effetti il luogo contiene le sepolture, tra altri, di Giovanni Battista,  e forse della testa dell’Imam Hussein (secondo imam per importanza per gli Sciiti, figlio di Ali e nipote del profeta Maometto) e di vari santi sunniti.
Damasco è rimasta isolata dal mondo per un po’ di tempo ma sta riprendendo molto velocemente il suo ruolo di piattaforma di scambio tra Medioriente e resto del mondo, come è sempre stata.
Il paese vive una situazione paradossale di grandi speranze e di altrettante grandi paure. Da una parte c’è lo spiraglio di libertà individuale e politica aperto dall’arrivo del presidente Bashar al potere; dall’altra parte ci sono le paure legate alla situazione regionale ed internazionale.
 
"E' da pochi anni che si comincia a vedere la fine del tunnel" mi dice S.K, "Sui giornali ricominciano ad apparire nomi di persone e movimenti che fino ad un anno fa non potevi neanche sussurrare in una stanza vuota senza avere un brivido. Con l'arrivo di Bashar le catene si sono allentate un pochino." Di nazionalità siriana, S. K è ingegnere di formazione, ma firma articoli su varie riviste e giornali siriani, e anche libanesi e iracheni. In effetti dal 2000, alla morte di Hafiz Al Assad, il figlio, Bashar, che in realtà aveva l’incarico della gestione dello stato ormai da due anni perché il padre era già impedito dalla grave malattia, pronuncia un discorso in occasione del suo giuramento in cui riconosce la difficoltà in cui vive il paese e promette delle riforme. Per dimostrare la sua buona volontà libera subito migliaia di prigionieri politici. Tra cui anche alcuni grandi nomi. Oggi quest’apertura si sente dappertutto. La gente osa parlare. Le opposizioni non sono riconosciute ma agiscono in semi clandestinità. Si discute di politica ovunque. Anche se nell’ultimo periodo il regime sembra aver ripensato certe sue concessioni e ha arrestato alcuni eminenti animatori del dibattito politico, tra cui anche due parlamentari. Ma prima di arrivare all’attualità torniamo un po’ indietro nel tempo, a quello che l’opposizione siriana chiama gli anni neri di Hafez.
 
Palazzo Azem a DamascoQuando nel 1969 Hafez Al Assad, un ufficiale delle forze aeree di 39 anni, appartenente alla minoranza Alauita, allora ministro della difesa, prende i comandi del partito Baath e quindi anche del paese, scartando Salah Jadid, considerato troppo attaccato all’Unione Sovietica, la Siria aveva vissuto un lungo periodo di instabilità cosparso di guerre di liberazione, guerre civili, colpi di stato e lotte interne. L’ultimo colpo di stato nel marzo del 1963, quello che portò il partito Baath al potere, è un puro prodotto di quegli anni di guerra fredda e mette la Siria indubitabilmente nel campo socialista. Hafiz Al Assad tenta di ridimensionare le cose e di dare più autonomia al paese nei confronti dell’Impero sovietico.
 
Il paese viveva in quegli anni una vera ebollizione culturale e politica. I partiti di sinistra, molto forti e molto attivi, e i Fratelli musulmani, in crescita continua, sfidavano apertamente il potere del partito Baath. La debolezza nei confronti dell’opposizione era anche una delle principali critiche del generale Assad nei confronti di Jadid, il suo predecessore. Il suo arrivo al potere segna la politica di pugno di ferro nei confronti dell’opposizione. Gli anni settanta hanno segnato l’inizio di una vera e propria guerra tra opposizione (comunisti e Fratelli musulmani) e governo. Attentati, scontri armati, manifestazioni represse nel sangue marcano questi anni. Il culmine di questi scontri avviene nel 1979. La scintilla è il massacro eseguito da un allievo ufficiale in una scuola di cavalleria motorizzata contro 40 suoi colleghi, tutti appartenenti alla minoranza alauita, quella del presidente Assad.

La repressione si abbatte subito su ogni forma di opposizione, terribile. Centinaia di persone sono giustiziate dentro le carceri, e nelle città gli esponenti dell’opposizione sono ricercati attivamente e passati per le armi, senza nessuna forma di processo. L’attentato del 1980 contro la persona di Hafez Al Assad aumenta ancora la tensione portando il paese in un crescendo di violenza, peggiorato dall’intervento della Siria in Libano. L’opposizione accusa il Rais di aver colpito i movimenti di sinistra pro-palestinesi e incoraggiato l’estrema destra  falangista cristiana. L’ondata di violenza toccherà la cima della sua intensità con il massacro di Hamah.
 
Il due febbraio 1982 la città di Hama, un centro urbano vecchio più di quattromila anni, diventata durante questi anni il covo di tutte le opposizioni, si sveglia assediata dall’artiglieria e dai blindati dell’esercito siriano sotto il comando del Generale Ali Haidar, ufficiale molto vicino alla famiglia Al Assad e soprattutto al fratello Rifat, capo delle “Unità di Difesa del Baath”, vero artefice della “pulizia” operata dal regime in questi anni. A ben poco servì la resistenza eroica dei guerrieri comunisti, nazionalisti siriani e islamisti. La città fu sottomessa ad un bombardamento senza tregua per ben 27 giorni prima dell’assalto. Gli ultimi sopravissuti furono finiti all’arma bianca. Le organizzazioni internazionali parlano di cifre che vanno dai 30 ai 40.000 morti e 100.000 espulsi, ma l’opposizione interna parla di più di 100.000 morti. “Fatto sta che della vecchia città di Hamah non c’è più nessuna traccia.” Mi dice C., il nostro accompagnatore: “Guarda. Questa era una città millenaria. Oggi non c’è una costruzione che abbia più di vent'anni.”

Hamah sembra una qualunque città mediorientale. La sua autostazione assomiglia a qualsiasi autostazione di una città media siriana. Dei minibus carichi di viaggiatori vanno e vengono in continuazione. La città attorno è anonima. Le case, di due o tre piani per lo più, sono coperte di scritte e di insegne pubblicitarie. La vita si svolge tranquilla. Niente lascia intravedere che qui, ventitre anni fa, si consumava uno dei più gravi massacri del dopoguerra. Il mondo allora tutto assorto nella guerra fredda non reagì per paura di vedere Al Assad, che fino ad allora a saputo abilmente camminare sulla linea di confine tra i due schieramenti, entrare definitivamente nel campo avverso.  
Con il massacro di Hamah finisce lo scontro armato, ma non finisce il calvario siriano. Gli anni ottanta furono terribili. Repressione a tutti i livelli. Una parola sbagliata, un vicino malintenzionato, un battibecco con un membro dei servizi o delle forze armate poteva portare una persona in prigione, nella sala di torture o persino alla morte.
 
Ciò nonostante, nel 1991, quando nello stupore generale la Siria si schierò tra le forze d’intervento in Iraq nella prima guerra del Golfo, il popolo uscì per le strade e manifestò chiaramente il suo dissenso. Le forze di sicurezza ovviamente non lesinarono sui metodi repressivi, dando luogo a delle vere e proprie battaglie di strada. Questo fu per tutti gli anni novanta, esclusi i vari attentati isolati perpetrati qua e là, l’unico movimento di contestazione rilevante. Il vecchio leone ha portato l’arte del potere assoluto alla sua quintessenza, assicurandosi per i suoi vecchi giorni un regno senza opposizione. Al punto che anche un dilettante come il secondogenito, Bashar, non trovò nessun ostacolo per prendere la sua successione.
 
All’inizio Bashar non si interessava di  politica ma seguiva tranquillamente i suoi studi di medicina in Inghilterra. A succedere al padre doveva essere il primogenito, Bassil. Ma alla morte di quest’ultimo in un incidente di macchina, nel 1994, il fratello minore fu richiamato ad occupare il centro dello scacchiere politico. Dal 1998, anno dell’inizio della malattia del padre, Bashar prende i comandi del paese.
L’arrivo di Bashar al potere segna una svolta storica nel corso del regno degli Assad. Alcuni dicono che è la personalità dei due leader ad essere diametralmente opposta. Hafez era un figlio di contadini poveri che non si potevano permettere di mandarlo all’università; allora, come fanno tanti dei poveri del mondo e in modo particolare quelli del suo gruppo culturale, gli Alaui, Hafez si arruolò nell’esercito nazionale. Il suo è un percorso duro e sofferto per fare carriera prima nell’esercito e poi nella politica. Si è aperto la strada con coraggio, furbizia e forza di carattere.
 
Il figlio invece è nato privilegiato tra i privilegiati. Non si è mai dovuto preoccupare di niente. Ha trovato tutto pronto. Anche la famiglia non ha mai voluto annoiarlo troppo con gli affari dello stato. Intanto, nelle regole non scritte della repubblica monarchica, era al fratello maggiore che incombeva la sostituzione del padre dopo la morte. La formazione militare e politica è toccata a Bassil. Bashar, lui, ha seguito un percorso universitario lontano dall’esercito e dai giochi politici. Ha viaggiato tanto e frequentato la gioventù dorata di mezzo mondo. Parla un inglese perfetto ma fa un po’ fatica con l’arabo, soprattutto quello classico, quello del potere. I sostenitori di questa teoria pretendono anche che se fosse per Bashar la dittatura finirebbe subito. Soltanto che l’era del padre ha costruito un sistema che ormai si regge da solo. Bashar, finalmente, sarebbe soltanto una ruota in questo ingranaggio preciso e ben lubrificato.
 
L’altra versione è quella di chi pretende che in realtà sì il sistema è quasi perfetto e si regge da solo. Solo che le mafie in esso contenute, che hanno accumulato capitali vertiginosi, razziando letteralmente le risorse del paese, adesso vorrebbero anche far fruttare questo capitale creandosi una sembianza di apertura economica  e politica. Allora approfittano del cambio di leadership e anche delle pressioni internazionali per mettere in moto il loro piano, fino a quel giorno ostacolato dalla figura diventata ingombrante del vecchio leone.    
Entrambe le versioni sono d’accordo sul fatto che Bashar non può fare altro che adeguarsi al sistema introducendo delle trasformazioni formali, ma niente di sostanziale.
 
fine prima parte
Segue
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Siria
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