La nebbia provocata dall'anidride solforosa rilasciata da una centrale ha tenuto in ostaggio la città
Scritto per noi da
Enza Roberta Petrillo
A Stara Zagora il disastro ambientale era previsto da tempo.
Per questo la nebbia azzurrina che ha avvolto la città dall'otto all’undici luglio
non ha stupito nessuno. Tutti sapevano che prima o poi l’uso indiscriminato della
vecchia centrale termoelettrica di Marista Istok avrebbe chiesto il conto e
la catastrofe non si è lasciata attendere. Nei quattro giorni di luglio il livello
di inquinamento da anidride solforosa in città ha raggiunto i 492 microgrammi
per metro cubo, su una soglia limite di 350 grammi.
Anche se annunciato, il disastro ha traumatizzato ugualmente la popolazione.
Un
abitante del posto ha descritto uno scenario drammatico: “La nebbia azzurra era
talmente fitta che chi era in auto ha dovuto accendere i fari in pieno giorno.
Nessuno riusciva a respirare e a tutti lacrimavano gli occhi”.
“Un vero e proprio genocidio nei confronti dei cittadini” ha affermato la Commissione
sulla Salute e l’Ambiente della città.
Proprio per questo lo scorso 19 luglio centinaia di persone dotate di maschere
antigas si sono riversate nelle strade della città minacciando azioni di disobbedienza
civile nel caso in cui non venissero individuati i responsabili della catastrofe.
Responsabili che ha detta della popolazione hanno un nome e un volto preciso.
Un disastro annunciato.
Il complesso termoelettrico di Marista Istok risale a 40 anni fa. Gli impianti
obsoleti e l’uso indiscriminato di grandi quantità di lignite hanno trasformato
il fiore all’occhiello della modernizzazione industriale socialista in un fardello
sempre più gravoso. Ogni tre mesi i tre impianti che lo costituiscono, la cui
proprietà è in mano a tre diversi imprenditori, pagano multe elevate per l’inquinamento
atmosferico prodotto. Disposti a versare multe salatissime pur di non mettere
in discussione l’utilizzabilità della centrale, gli attuali proprietari, tra cui
l’italiana Enel, non hanno mai disposto l’installazione di un sistema di filtri.
Elementi, questi, che sollevano numerosi interrogativi.
Dove sono finiti i fondi che lo stato ha guadagnato dalla privatizzazione e dalle
multe pagate per l’inquinamento prodotto dagli impianti? Se ne sono perse le
tracce.
Ma la scomparsa dei fondi stanziati per la bonifica dell’area di Marista Istok
è soltanto uno degli elementi strani della vicenda.
Diana Iskreva, direttore della ong bulgara Earth Forever, commenta indignata:
“L’Ispettorato Regionale dell’Ambiente e delle Acque è ovviamente impossibilitato
a frenare l’inquinamento. Le multe inoltrate e la salute a rischio delle 300
mila persone sparse tra le municipalità di Stara Zagora, Radnevo e Galabovo, sono
niente se raffrontate agli enormi profitti.”
Del resto il cinismo affaristico della dirigenza dell’impianto è stato ben coperto
anche dalle istituzioni. Soltanto quattro giorni dopo il disastro, le autorità
hanno pubblicamente riconosciuto la portata della catastrofe. Un ritardo che,
come
commentato da un’attivista di una Ong bulgara durante il terzo giorno di nebbia
blu, non ha tenuto conto neanche delle drammatiche ripercussioni sui cittadini.
“Per il terzo giorno la popolazione di Stara Zagora non ha osato respirare, così
come non ha potuto evitare di pensare al pesante e grigiastro vapore di anidride
solforosa, il primo indicatore della presenza degli acidi nell’aria…E i polmoni
dei nostri bambini? Le mamme non potevano chiedere ai loro bambini di smettere
di respirare finché che la nuvola mortale si fosse allontanata..”
L’aut aut delle nuove imprese.
Oggi, mentre in molti si chiedono dove sia finito il volto amico di un impianto
che per anni ha dato lavoro a tutti, altri sottolineano l’aut aut indecente dello
sviluppo industriale post-comunista.
Stara Zagora non è un caso isolato. La transizione gestita dall’alto verso il
libero mercato dei paesi dell’ex blocco comunista ha costretto la popolazione
ad accettare i meccanismi competitivi provenienti dall’occidente, obbligandoli
a mettere in gioco persino la propria terra pur di poter continuare a lavorare
in quelli che un tempo erano impianti pubblici.
Proprio la presenza consistente e a buon mercato di lavoratori altamente specializzati
nella gestione degli impianti industriali, unita alla privatizzazione indiscriminata
degli impianti pubblici, ha determinato l’arrivo in massa di numerosi investitori
israeliani, russi, cinesi ed italiani. Tutti pronti a lanciarsi nel grande affare
della delocalizzazione industriale.
Nessuno però avrebbe immaginato l’inizio di un nuovo calvario. Quello ambientale.
Negli ultimi anni soprusi ambientali come quello del Marista Istok stanno diventando
una costante.
Lo scorso aprile, nei pressi del villaggio di Kovachevo, regione di Stara Zagora,
la rilevazione di un elevato livello di diossina e policlorinato bifenile nel
terreno ha portato le autorità a suggerire di ridurre le esposizioni ad inquinanti
organici pericolosi. Nessuno però ha parlato di bonificare il terreno contaminato
e così, nel silenzio generale, la popolazione ha continuato a vivere mangiando
i prodotti coltivati sulle stesse terre contaminate.
Ivaylo Hlebarov, della ong ambientalista Za Zemiata, lo ha più volte denunciato
pubblicamente: “La diossina finita nel cibo sta provocando degli effetti terribili.
Numerose persone nell’area di Stara Zagora hanno mostrato l’insorgenza di forme
cancerogene e frequenti difficoltà respiratorie. Eppure loro non possono far altro
che continuare a mangiare cibo contaminato tutti i giorni”.
Morire lentamente per colpa di chi? Anche questa domanda nella Bulgaria post-comunista
resta senza risposta.