Superficie: 9.158.960 Kmq (trenta volte l'Italia, è il quarto Paese più esteso
al mondo)
Popolazione: 293 milioni (terza al mondo dopo Cina e India, costituisce il 5%
della popolazione mondiale)
Prodotti esportati: automobili, elettronica, industria aeronautica, forniture
militari, prodotti di consumo, prodotti agricoli
Spese militari: 419,3 miliardi per il 2005, pari alla metà del totale mondiale,
ma solo al 37esimo posto in rapporto al Pil
Detenuti nelle carceri: 2 milioni (il più alto numero al mondo): ci sono 715
prigionieri ogni 100.000 abitanti
Prodotto interno lordo: 10.500 miliardi di dollari (primo al mondo, rappresenta
il 21% del Pil mondiale). Il Pil pro capite è di 37 mila dollari, secondo solo
al Lussemburgo
Emissioni di biossido di carbonio: 5,7 milioni di tonnellate cubiche (pari alla
somma di quelle di Russia, Giappone, India, Germania, Gran Bretagna e Italia):
il 25% del totale mondiale
ECONOMIA
Gli Stati Uniti sono di gran lunga la più grande potenza economica mondiale e
producono quasi un quarto della ricchezza del pianeta. Il Paese dispone di risorse
naturali in abbondanza ed è autosufficiente in molte di queste a eccezione del
petrolio, di cui importa il 60% del suo fabbisogno. E’ all’avanguardia in tutti
i settori economici: l’agricoltura occupa un numero relativamente ristretto di
persone (costituisce il 2% del Prodotto Interno Lordo) ma in termini di produttività
è la più efficiente al mondo e dispone di spazi immensi. Le aziende statunitensi
sono al top nel settore automobilistico, aeronautico, militare, informatico, farmaceutico,
dell’elettronica e dei prodotti di consumo. Nella lista delle più grandi società
mondiali in base al fatturato, sono statunitensi 29 delle prime 50 e 15 delle
prime 20.
Con l’emergere di una coscienza ambientale a livello mondiale, gli Stati Uniti
sono stati aspramente criticati per il loro enorme consumo di energia e per la
quantità di emissioni nocive che liberano nell’atmosfera. Ogni anno gli Usa –
con il 5% della popolazione mondiale – rilasciano 5,7 milioni di tonnellate cubiche
di anidride carbonica, pari al 25% del totale mondiale e alla somma – per dire
– delle emissioni di Russia, Giappone, India, Germania, Gran Bretagna e Italia.
Per produrre un dollaro di Prodotto Interno Lordo, il Giappone consuma metà dell’energia
che ci vuole negli Usa, i Paesi dell’Unione Europea in media due terzi. E’ stato
calcolato che, se gli Stati Uniti avessero la stessa efficienza energetica dell’Unione
Europea, potrebbero fare a meno delle importazioni di petrolio dal Golfo Persico.
Il territorio statunitense si può dividere in quattro aree geo-economiche. Sulla
costa atlantica, in alcuni tratti di quella pacifica e nella regione dei Grandi
Laghi sono presenti le aree più industrializzate. Specialmente il Nord-Est del
Paese, a ovest della catena dei Monti Appalachi, è ricco di minerali e ospita
enormi acciaierie e fabbriche. Negli ultimi decenni molti di questi stabilimenti
sono entrati in crisi, e per le decadenti aree ex-industriali è stata trovata
la definizione di rust belt (“fascia della ruggine”). Il Nord-Est rimane l’area a più alta densità di popolazione.
La macro-regione del Midwest si distende dai Grandi Laghi alle Montagne Rocciose,
è costituita da una sconfinata pianura e sui suoi enormi spazi si è sviluppata
l’agricoltura estensiva: nel nord si producono specialmente frutta, ortaggi e
latte, mentre al sud si allevano bovini, ovini e suini e si coltivano grano, mais
e altri cereali.
Il Sud, dal Texas con i suoi estesi allevamenti di bestiame all’assolata Florida,
è la zona delle grandi piantagioni di cotone, canna da zucchero e riso. La regione
è anche ricca di petrolio e minerali come rame, piombo, zinco.
Dalle Montagne Rocciose alla costa sul Pacifico c’è il grande Ovest. In California,
lo Stato più popoloso, ha sede un fiorente settore ortofrutticolo, insieme a grandi
complessi industriali.
SOCIETA’
Per descrivere la società statunitense si usa spesso l’espressione melting pot, ovvero il crogiolo in cui si mescolano i metalli: ciò per dare l’idea che negli
Usa trovano spazio popolazioni originarie di ogni parte del mondo che si sono
fuse in una tipologia di “uomo americano”. Altri autori hanno proposto la metafora
della “minestra di pomodoro”, per dire che l’identità fondamentale della società
statunitense è rimasta quella datale dai coloni anglosassoni, e che gli immigrati
arrivati in oltre due secoli hanno più che altro fornito le “spezie” per insaporirla,
adeguandosi ai valori già dominanti.
In generale, si possono distinguere quattro grandi ondate di immigrazione. La
prima fu quella dei coloni europei, nel Seicento e nel Settecento, provenienti
in gran parte dalla Gran Bretagna. In una seconda fase, milioni di africani furono
portati a forza negli Usa e ridotti in schiavitù. Nella seconda parte dell’Ottocento
si verificò un terzo afflusso massiccio di europei, prevalentemente irlandesi,
tedeschi, scandinavi e italiani. Dopo fortissime limitazioni all’immigrazione
introdotte nel 1924, una quarta fase è iniziata nel 1965, con l’arrivo di asiatici
e ispanici. Questi ultimi costituiscono oggi la maggioranza dei nuovi arrivi:
molti di loro passano entrano illegalmente dal confine con il Messico. Si calcola
che tra il 1820 e il 2000 siano giunti negli Usa 66 milioni di immigrati.
Oggi, su 293 milioni di abitanti, i “bianchi” di origine europea costituiscono
il 64%, gli ispanici e gli afro-americani entrambi il 13%, gli asiatici il 4%.
Negli ultimi anni gli ispanici hanno superato di numero gli afro-americani, diventando
la più grande minoranza del Paese.
Pur avendo il più alto reddito pro-capite al mondo (superato solo dal Lussemburgo),
gli Stati Uniti sono un Paese di grandi squilibri sociali: il 12,7 per cento della
popolazione (oltre 30 milioni di persone) vive al di sotto della soglia di povertà,
il 10% più ricco della popolazione possiede il 30,7% della ricchezza nazionale
(in Europa questa percentuale è generalmente più bassa: Francia 25%, Germania
23,7%, Italia 21,8%)
Se si considerano le altre nazioni ricche, gli Stati Uniti sono uno dei Paesi
più religiosi al mondo. In diversi sondaggi condotti negli ultimi anni, il 92%
degli interpellati ha risposto di credere in Dio, il 65% ha detto che la religione
ha un ruolo molto importante nella loro vita, il 66% ha dichiarato di frequentare
regolarmente una chiesa o una sinagoga, il 37% almeno una volta alla settimana.
Fondati dai discendenti dei primi coloni anglosassoni, in generale gli Usa hanno
mantenuto nei secoli un’identità protestante, con forti connotazione puritane.
L’etica del lavoro, della responsabilità individuale e della libertà personale
ha dato vita a un Paese operoso, con una popolazione che si riunisce in una miriade
di associazioni formate dal basso, e una società che in linea di massima vuole
un governo piccolo e flessibile, che non limiti i diritti degli individui. Il
risvolto di questi principi è che la punizione per chi ha sbagliato è socialmente
accettata. Ancora oggi, 38 Stati su 50 prevedono la pena di morte per il reato
di omicidio, e gli Usa sono il Paese con il più alto numero di detenuti al mondo:
al momento sono circa 2 milioni, cioè 715 ogni 100.000 abitanti.
POLITICA
Il sistema politico statunitense ruota intorno a due grandi partiti, quello repubblicano
e quello democratico. Per sintetizzare si descrive spesso i due movimenti rispettivamente
come “conservatori, di centro-destra” e “progressisti, di centro-sinistra”; ma
la linea di demarcazione tra di loro – oltre a essere profondamente cambiata nel
tempo – è più di carattere geografico e socio-economico che ideologico.
Nati entrambi intorno alla metà dell’Ottocento, le basi dei due partiti oggi
sono molto diverse da quelle di oltre cento anni fa. Nei decenni successivi alla
guerra di secessione (1861-1865), il partito repubblicano era formato dal blocco
che aveva guidato alla vittoria l’Unione nordista contro la Confederazione sudista:
godeva del sostegno delle classi dirigenti del Nord-Est, degli industriali, dei
commercianti e anche di gran parte dei neri, che grazie alla vittoria dei nordisti
erano stati liberati dalla schiavitù. Al contrario, i democratici avevano la loro
base tra i proprietari terrieri bianchi del Sud e raccoglievano consensi tra gli
operai e gli immigrati europei delle grandi città.
Il grande rimescolamento dell’elettorato avvenne negli anni Sessanta del secolo
scorso intorno al tema della concessione dei diritti civili agli afro-americani,
decisa dal presidente democratico Lyndon Johnson. I bianchi del Sud voltarono
le spalle al loro tradizionale punto di riferimento politico, i neri invece diventarono
un blocco fedele ai democratici. Oggi, in linea di massima il partito repubblicano
raccoglie i consensi delle grandi aree rurali del Sud e del Midwest nonché nelle
aree suburbane, mentre l’elettorato dei democratici si concentra in prevalenza
nelle grandi città, nel Nord-Est e negli Stati della costa pacifica.
In generale, oggi tra le priorità dei repubblicani figurano una forte difesa
nazionale, l’unilateralismo in politica estera, la riduzione delle tasse e la
privatizzazione dello stato sociale costruito dai democratici dagli anni Trenta
del Novecento. A livello sociale, sotto la presidenza di George W. Bush i repubblicani
hanno sposato sempre più la linea della cosiddetta “destra religiosa”, opponendosi
veementemente al matrimonio tra omosessuali e all’aborto.
In linea di massima i democratici sono invece per la difesa dello stato sociale
e dell’ambiente, una politica estera che cerchi di raccogliere il consenso dei
tradizionali alleati statunitensi, un sistema di tassazione progressivo, l’unione
(per molti solo civile) tra omosessuali e il diritto di scelta della donna.
Le elezioni presidenziali funzionano col sistema maggioritario puro e si basano
sulla differenza tra voti popolari e voti elettorali. Ognuno dei 50 Stati, a seconda
della sua popolazione, dispone di un certo numero di voti al “collegio elettorale”
che formalmente elegge il presidente degli Stati Uniti: per esempio, la California
mette in palio 55 voti, il Montana solo 3. Il partito che prende il maggior numero
di voti popolari in uno Stato guadagna tutti i voti elettorali a disposizione.
Per vincere, i candidati devono raggiungere la quota di 270 voti elettorali.
L’attuale presidente George W. Bush, repubblicano, è salito al potere nel 2000
dopo un’elezione molto contestata, nella quale ha raccolto 550mila voti popolari
in meno dello sfidante democratico Al Gore. Fondamentale è stata la conquista
della Florida, vinta da Bush per soli 537 voti di differenza e a lui assegnata
definitivamente con una decisione della Corte Suprema, che ha messo fine all’interminabile
conta e riconta dei voti. I democratici hanno protestato vivacemente contro la
decisione della Corte, formata in maggioranza da giudici nominati dai repubblicani,
e hanno trovato il capro espiatorio della sconfitta nel candidato dei Verdi Ralph
Nader, che solo in Florida si è accaparrato oltre 97mila voti.
Nel novembre 2004, in una delle sfide più sentite dall’elettorato negli ultimi
decenni (12 milioni di votanti in più rispetto a quelle del 2000), Bush è stato
confermato in carica staccando di 3 milioni di voti popolari il candidato democratico
John Kerry.
STORIA
Si calcola che i territori nordamericani ora appartenenti agli Stati Uniti fossero
abitati già 30mila anni prima dell’arrivo degli europei. Con ogni probabilità
i “nativi americani” erano giunti dall’Asia, attraverso lo Stretto di Bering.
Prevalentemente cacciatori e agricoltori, erano organizzati in tribù e vivevano
in comunità piccole.
I primi europei a raggiungere il NordAmerica furono dei navigatori vichinghi,
che però non si stabilirono qui. Dopo la “scoperta” di Cristoforo Colombo nel
1492, gli spagnoli crearono alcune colonie ed esplorarono il territorio fino all’odierna
California. Nei secoli successivi giunsero anche i britannici, i francesi e gli
olandesi.
Il numero maggiore di pionieri veniva dalla Gran Bretagna: era gente che scappava
dalla povertà e dalle persecuzioni religiose, e nel “nuovo mondo” vedeva una possibilità
di riscattarsi.
Dopo varie guerre contro le popolazioni native e gli altri coloni europei, nel
1733 lungo la costa atlantica si erano formate 13 colonie britanniche, sempre
più insofferenti verso il controllo politico ed economico di Londra. La guerra
contro l’impero britannico scoppiò nel 1775. Il 4 luglio 1776 fu firmata la dichiarazione
d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, ma il conflitto durò fino al 1783,
quando Londra riconobbe la sovranità delle sue ormai ex colonie.
Una volta raggiunta l’indipendenza, gli Usa si allargarono progressivamente verso
Ovest. L’idea predominante all’epoca era che occupare l’intero continente faceva
parte del “destino manifesto” degli Usa, che solo così sarebbero potuti diventare
una grande nazione. Nel 1803, l’acquisto della Louisiana dalla Francia raddoppiò
il territorio statunitense. Nel 1819, dopo una guerra persa la Spagna fu costretta
a cedere la Florida. Nel 1836, l’enorme territorio del Texas si ribellò al controllo
messicano e istituì una repubblica indipendente, che però entrò a far parte degli
Stati Uniti nel 1845. Successivamente gli Stati Uniti dichiararono guerra al Messico,
annettendo la California nel 1850 e l’Oregon nel 1853. Il continuo spostamento
della frontiera occidentale (un mito ricorrente nella cultura americana) portò
a innumerevoli scontri con i nativi americani che occupavano quelle terre da migliaia
di anni. I trattati firmati con in nativi venivano stracciati appena si scatenava
una nuova corsa verso Ovest. Guerre e malattie decimarono la popolazione nativa,
che progressivamente venne rinchiusa in riserve aride e isolate.
Nel frattempo, gli Stati Uniti comprendevano realtà molto diverse. Le colonie
di nord-est avevano sviluppato una fiorente industria, mentre al Sud l’economia
era incentrata sulle grandi piantagioni, che sfruttavano la forza lavoro degli
schiavi provenienti dall’Africa. Con l’elezione a presidente di Abraham Lincoln,
un convinto antischiavista, gli Stati del Sud proclamarono la secessione dall’Unione.
Dopo una guerra durata quattro anni e costata un milione di vittime, la forza
economica e militare del Nord ebbe la meglio, e la schiavitù fu abolita.
Risolti i principali problemi interni, gli Usa si lanciarono sulla scena internazionale
seguendo la cosiddetta “dottrina Monroe”, secondo la quale l’intero continente
americano avrebbe dovuto essere libero dalle interferenze europee (“l’America
agli americani”). Francia e Inghilterra videro riducersi progressivamente le loro
sfere di influenza nell’America centrale e meridionale. Con la guerra del 1898,
gli Usa strapparono Cuba e le Filippine alla Spagna.
Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti proclamarono la propria
neutralità. Tuttavia, nel 1917 il presidente Wilson dichiarò guerra agli imperi
centrali. Una volta vinto il conflitto, Wilson fu uno degli architetti della pace
di Versailles, e volle fortemente l’istituzione della Società delle Nazioni, una
specie di progenitrice dell’Onu. Ma nel 1920 il Congresso non ratificò l’entrata
degli Usa nella Società, infliggendo alla forza della nuova organizzazione un
colpo decisivo.
Uscita dalla Grande Guerra in piena salute, l’economia statunitense crollò improvvisamente
nell’ottobre 1929, facendo precipitare il Paese in Depressione. Sotto la lunga
presidenza di Franklin Roosevelt (1933-1945) e il suo New Deal, una politica economica
che pompò un’enorme quantità di denaro pubblico nell’economia, la crisi finanziaria
tornò sotto controllo.
Mentre l’Europa si preparava al secondo conflitto mondiale, nel 1935 il Congresso
Usa approvò una legge che proclamava la neutralità degli Usa. L’inizio delle ostilità
mise a dura prova il provvedimento: Roosevelt introdusse diversi emendamenti con
lo scopo di rifornire di armi la Francia e la Gran Bretagna, impegnate contro
la Germania nazista. Il 7 dicembre 1941, l’aviazione giapponese annientò la flotta
statunitense di stanza a Pearl Harbour, nelle isole Hawaii. In risposta, gli Usa
entrarono in guerra contro Germania, Italia e Giappone, risultando decisivi per
il ribaltamento delle sorti del conflitto. Il 6 e 9 agosto 1945, quando in Europa
la guerra era già finita ma il Giappone continuava a combattere sul fronte del
Pacifico, il presidente Truman – appena subentrato al defunto Roosevelt – diede
l’ordine di sganciare le prime bombe atomiche della storia sulle città di Hiroshima
e Nagasaki. In un colpo solo morirono almeno 100 mila civili, molti altri furono
uccisi più avanti dalle radiazioni. Pochi giorni dopo i due bombardamenti, il
Giappone firmò la resa.
Tra Usa e Unione Sovietica, alleati vincitori del conflitto, già alla fine della
guerra le relazioni si fecero ostili. Le uniche due grandi potenze rimaste si
accordarono sulla spartizione di sfere di influenza. Era l’inizio della Guerra
Fredda, un conflitto non combattuto con le armi ma nel quale americani e sovietici
si confrontarono a livello politico ed economico con l’obiettivo di non far cader
nessun paese ‘terzo’ nella sfera di influenza dell’altro.
L’economia statunitense emerse dal conflitto più potente che mai, e gli Usa si
ersero a difensori del sistema capitalista, con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale Con il Piano Marshall gli Usa destinarono 13 miliardi di dollari
(100 miliardi di oggi) alla ricostruzione dell’Europa occidentale.
Gli anni Cinquanta videro una continua rincorsa tra Usa e Urss nel campo militare
e spaziale: la pace del mondo si reggeva su una “deterrenza reciproca” secondo
la quale ognuna delle due potenze sapeva di non poter attaccare l’altra perché
entrambe erano in grado di distruggersi a vicenda. Gli Usa elaborarono la “teoria
del domino”: bisognava impedire la diffusione del comunismo ovunque, altrimenti
un’intera area avrebbe potuto cadere sotto l’influenza di Mosca. I primi consiglieri
militari inviati nel 1956 nell’ex colonia francese del Vietnam, dove era attiva
una guerriglia comunista, rispondevano proprio a questo principio. Con la presidenza
di John Kennedy (1961-1963) e del suo successore Lyndon Johsnon (1963-1968), quella
col Vietnam diventò una vera e propria guerra. L’escalation militare degli Usa
portò la presenza americana in Indocina a oltre 500 mila soldati, ma era una guerra
che gli Usa non potevano vincere. Eletto nel 1972, Richard Nixon puntò a una “vietnamizzazione”
del conflitto, e nel 1975 gli Usa lasciarono il Vietnam, dopo aver perso 58 mila
uomini.
Negli anni Settanta e Ottanta, gli Usa continuarono nel tentativo di arginare
in tutto il mondo l’emergere di governi “ostili” agli interessi americani: ciò
comportò il sostegno militare e finanziario a dittature specialmente in America
Latina.
Intuendo che l’Urss era sull’orlo del collasso, il presidente Ronald Reagan (1981-1988)
accelerò la corsa tecnologica degli armamenti negli anni Ottanta, scommettendo
che i sovietici non avrebbero retto il passo. Le relazioni tra i due Paesi vissero
un processo di distensione nella seconda metà del decennio. Il crollo del Muro
di Berlino nel 1989 e il dissolvimento dell’Urss nel 1991 chiusero l’era della
Guerra Fredda. Gli Usa rimasero l’unica superpotenza mondiale, si cominciò a parlare
di “fine della storia”.
Con l’assenso dell’Onu, nel 1991 gli Usa guidarono una coalizione internazionale
contro l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait per annetterlo come
provincia. La prima Guerra del Golfo fu vinta facilmente dalla coalizione, che
poi impose all’Iraq un embargo economico. A fine anni Novanta per gli Usa cominciò
a profilarsi la minaccia del terrorismo islamico. Un attacco al World Trade Center
di New York nel 1993 causò pochi danni. Nel 1998 due autobomba esplosero davanti
alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, provocando oltre 200 morti.
L’11 settembre 2001 un commando di terroristi dirottò quattro aerei di linea
appena partiti. Due vennero fatti schiantare contro le torri del World Trade Center
di New York, un terzo contro il Pentagono a Washington e un quarto venne ritrovato
distrutto in un bosco della Pennsylvania. Morirono 3 mila persone. L’attentato
fu rivendicato da al Qaeda, la rete terroristica guidata da Osama bin Laden. Il
presidente George W. Bush, in carica da nove mesi, dichiarò “guerra al terrorismo”.
Un mese dopo gli attentati, gli Usa attaccarono l’Afghanistan per far cadere il
regime integralista dei talebani, accusato di ospitare i campi di addestramento
per i terroristi di al Qaeda. Dopodiché nel mirino dell’amministrazione Bush finì
l’Iraq di Saddam Hussein, sospettato di possedere armi di distruzione di massa
e di aver intrattenuto legami con al Qaeda. Pur non ottenendo il consenso dell’Onu,
gli Usa attaccarono l’Iraq nel marzo 2003. Vinta in poco più di un mese la guerra
convenzionale e deposto Saddam, gli Usa rimangono però tuttora impegnati in Iraq
con circa 130mila uomini, e devono fronteggiare una guerriglia composta di iracheni
e infiltrati stranieri.