01/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



   

Ordinamento politico: repubblica federale composta da 50 Stati e un distretto
Capitale: Washington DC
Superficie: 9.158.960 Kmq (trenta volte l'Italia, è il quarto Paese più esteso al mondo)
Popolazione: 293 milioni (terza al mondo dopo Cina e India, costituisce il 5% della popolazione mondiale)
Lingua: inglese, spagnolo
Religione: protestanti 52%, cattolici 24%, ebrei 2%, mormoni 2%
Mortalità infantile: 14,7 per mille
Popolazione sotto la soglia di povertà: 12,7%
Prodotti esportati: automobili, elettronica, industria aeronautica, forniture militari, prodotti di consumo, prodotti agricoli
Spese militari: 419,3 miliardi per il 2005, pari alla metà del totale mondiale, ma solo al 37esimo posto in rapporto al Pil
Detenuti nelle carceri: 2 milioni (il più alto numero al mondo): ci sono 715 prigionieri ogni 100.000 abitanti
Prodotto interno lordo: 10.500 miliardi di dollari (primo al mondo, rappresenta il 21% del Pil mondiale). Il Pil pro capite è di 37 mila dollari, secondo solo al Lussemburgo
Emissioni di biossido di carbonio: 5,7 milioni di tonnellate cubiche (pari alla somma di quelle di Russia, Giappone, India, Germania, Gran Bretagna e Italia): il 25% del totale mondiale
Agricoltura-Industria-Servizi: 2-18-80% del Pil
 
 
ECONOMIA
 
Gli Stati Uniti sono di gran lunga la più grande potenza economica mondiale e producono quasi un quarto della ricchezza del pianeta. Il Paese dispone di risorse naturali in abbondanza ed è autosufficiente in molte di queste a eccezione del petrolio, di cui importa il 60% del suo fabbisogno. E’ all’avanguardia in tutti i settori economici: l’agricoltura occupa un numero relativamente ristretto di persone (costituisce il 2% del Prodotto Interno Lordo) ma in termini di produttività è la più efficiente al mondo e dispone di spazi immensi. Le aziende statunitensi sono al top nel settore automobilistico, aeronautico, militare, informatico, farmaceutico, dell’elettronica e dei prodotti di consumo. Nella lista delle più grandi società mondiali in base al fatturato, sono statunitensi 29 delle prime 50 e 15 delle prime 20.
Con l’emergere di una coscienza ambientale a livello mondiale, gli Stati Uniti sono stati aspramente criticati per il loro enorme consumo di energia e per la quantità di emissioni nocive che liberano nell’atmosfera. Ogni anno gli Usa – con il 5% della popolazione mondiale – rilasciano 5,7 milioni di tonnellate cubiche di anidride carbonica, pari al 25% del totale mondiale e alla somma – per dire – delle emissioni di Russia, Giappone, India, Germania, Gran Bretagna e Italia. Per produrre un dollaro di Prodotto Interno Lordo, il Giappone consuma metà dell’energia che ci vuole negli Usa, i Paesi dell’Unione Europea in media due terzi. E’ stato calcolato che, se gli Stati Uniti avessero la stessa efficienza energetica dell’Unione Europea, potrebbero fare a meno delle importazioni di petrolio dal Golfo Persico.
 
Il territorio statunitense si può dividere in quattro aree geo-economiche. Sulla costa atlantica, in alcuni tratti di quella pacifica e nella regione dei Grandi Laghi sono presenti le aree più industrializzate. Specialmente il Nord-Est del Paese, a ovest della catena dei Monti Appalachi, è ricco di minerali e ospita enormi acciaierie e fabbriche. Negli ultimi decenni molti di questi stabilimenti sono entrati in crisi, e per le decadenti aree ex-industriali è stata trovata la definizione di rust belt (“fascia della ruggine”). Il Nord-Est rimane l’area a più alta densità di popolazione.
La macro-regione del Midwest si distende dai Grandi Laghi alle Montagne Rocciose, è costituita da una sconfinata pianura e sui suoi enormi spazi si è sviluppata l’agricoltura estensiva: nel nord si producono specialmente frutta, ortaggi e latte, mentre al sud si allevano bovini, ovini e suini e si coltivano grano, mais e altri cereali.
Il Sud, dal Texas con i suoi estesi allevamenti di bestiame all’assolata Florida, è la zona delle grandi piantagioni di cotone, canna da zucchero e riso. La regione è anche ricca di petrolio e minerali come rame, piombo, zinco.
Dalle Montagne Rocciose alla costa sul Pacifico c’è il grande Ovest. In California, lo Stato più popoloso, ha sede un fiorente settore ortofrutticolo, insieme a grandi complessi industriali.
 
SOCIETA’
 
Per descrivere la società statunitense si usa spesso l’espressione melting pot, ovvero il crogiolo in cui si mescolano i metalli: ciò per dare l’idea che negli Usa trovano spazio popolazioni originarie di ogni parte del mondo che si sono fuse in una tipologia di “uomo americano”. Altri autori hanno proposto la metafora della “minestra di pomodoro”, per dire che l’identità fondamentale della società statunitense è rimasta quella datale dai coloni anglosassoni, e che gli immigrati arrivati in oltre due secoli hanno più che altro fornito le “spezie” per insaporirla, adeguandosi ai valori già dominanti.
In generale, si possono distinguere quattro grandi ondate di immigrazione. La prima fu quella dei coloni europei, nel Seicento e nel Settecento, provenienti in gran parte dalla Gran Bretagna. In una seconda fase, milioni di africani furono portati a forza negli Usa e ridotti in schiavitù. Nella seconda parte dell’Ottocento si verificò un terzo afflusso massiccio di europei, prevalentemente irlandesi, tedeschi, scandinavi e italiani. Dopo fortissime limitazioni all’immigrazione introdotte nel 1924, una quarta fase è iniziata nel 1965, con l’arrivo di asiatici e ispanici. Questi ultimi costituiscono oggi la maggioranza dei nuovi arrivi: molti di loro passano entrano illegalmente dal confine con il Messico. Si calcola che tra il 1820 e il 2000 siano giunti negli Usa 66 milioni di immigrati.
Oggi, su 293 milioni di abitanti, i “bianchi” di origine europea costituiscono il 64%, gli ispanici e gli afro-americani entrambi il 13%, gli asiatici il 4%. Negli ultimi anni gli ispanici hanno superato di numero gli afro-americani, diventando la più grande minoranza del Paese.
 
Pur avendo il più alto reddito pro-capite al mondo (superato solo dal Lussemburgo), gli Stati Uniti sono un Paese di grandi squilibri sociali: il 12,7 per cento della popolazione (oltre 30 milioni di persone) vive al di sotto della soglia di povertà, il 10% più ricco della popolazione possiede il 30,7% della ricchezza nazionale (in Europa questa percentuale è generalmente più bassa: Francia 25%, Germania 23,7%, Italia 21,8%)
 
Se si considerano le altre nazioni ricche, gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più religiosi al mondo. In diversi sondaggi condotti negli ultimi anni, il 92% degli interpellati ha risposto di credere in Dio, il 65% ha detto che la religione ha un ruolo molto importante nella loro vita, il 66% ha dichiarato di frequentare regolarmente una chiesa o una sinagoga, il 37% almeno una volta alla settimana.
 
Fondati dai discendenti dei primi coloni anglosassoni, in generale gli Usa hanno mantenuto nei secoli un’identità protestante, con forti connotazione puritane. L’etica del lavoro, della responsabilità individuale e della libertà personale ha dato vita a un Paese operoso, con una popolazione che si riunisce in una miriade di associazioni formate dal basso, e una società che in linea di massima vuole un governo piccolo e flessibile, che non limiti i diritti degli individui. Il risvolto di questi principi è che la punizione per chi ha sbagliato è socialmente accettata. Ancora oggi, 38 Stati su 50 prevedono la pena di morte per il reato di omicidio, e gli Usa sono il Paese con il più alto numero di detenuti al mondo: al momento sono circa 2 milioni, cioè 715 ogni 100.000 abitanti. 
 
POLITICA
 
Il sistema politico statunitense ruota intorno a due grandi partiti, quello repubblicano e quello democratico. Per sintetizzare si descrive spesso i due movimenti rispettivamente come “conservatori, di centro-destra” e “progressisti, di centro-sinistra”; ma la linea di demarcazione tra di loro – oltre a essere profondamente cambiata nel tempo – è più di carattere geografico e socio-economico che ideologico.
 
Nati entrambi intorno alla metà dell’Ottocento, le basi dei due partiti oggi sono molto diverse da quelle di oltre cento anni fa. Nei decenni successivi alla guerra di secessione (1861-1865), il partito repubblicano era formato dal blocco che aveva guidato alla vittoria l’Unione nordista contro la Confederazione sudista: godeva del sostegno delle classi dirigenti del Nord-Est, degli industriali, dei commercianti e anche di gran parte dei neri, che grazie alla vittoria dei nordisti erano stati liberati dalla schiavitù. Al contrario, i democratici avevano la loro base tra i proprietari terrieri bianchi del Sud e raccoglievano consensi tra gli operai e gli immigrati europei delle grandi città.
 
Il grande rimescolamento dell’elettorato avvenne negli anni Sessanta del secolo scorso intorno al tema della concessione dei diritti civili agli afro-americani, decisa dal presidente democratico Lyndon Johnson. I bianchi del Sud voltarono le spalle al loro tradizionale punto di riferimento politico, i neri invece diventarono un blocco fedele ai democratici. Oggi, in linea di massima il partito repubblicano raccoglie i consensi delle grandi aree rurali del Sud e del Midwest nonché nelle aree suburbane, mentre l’elettorato dei democratici si concentra in prevalenza nelle grandi città, nel Nord-Est e negli Stati della costa pacifica.
 
In generale, oggi tra le priorità dei repubblicani figurano una forte difesa nazionale, l’unilateralismo in politica estera, la riduzione delle tasse e la privatizzazione dello stato sociale costruito dai democratici dagli anni Trenta del Novecento. A livello sociale, sotto la presidenza di George W. Bush i repubblicani hanno sposato sempre più la linea della cosiddetta “destra religiosa”, opponendosi veementemente al matrimonio tra omosessuali e all’aborto.
 
In linea di massima i democratici sono invece per la difesa dello stato sociale e dell’ambiente, una politica estera che cerchi di raccogliere il consenso dei tradizionali alleati statunitensi, un sistema di tassazione progressivo, l’unione (per molti solo civile) tra omosessuali e il diritto di scelta della donna.
 
Le elezioni presidenziali funzionano col sistema maggioritario puro e si basano sulla differenza tra voti popolari e voti elettorali. Ognuno dei 50 Stati, a seconda della sua popolazione, dispone di un certo numero di voti al “collegio elettorale” che formalmente elegge il presidente degli Stati Uniti: per esempio, la California mette in palio 55 voti, il Montana solo 3. Il partito che prende il maggior numero di voti popolari in uno Stato guadagna tutti i voti elettorali a disposizione. Per vincere, i candidati devono raggiungere la quota di 270 voti elettorali.
 
L’attuale presidente George W. Bush, repubblicano, è salito al potere nel 2000 dopo un’elezione molto contestata, nella quale ha raccolto 550mila voti popolari in meno dello sfidante democratico Al Gore. Fondamentale è stata la conquista della Florida, vinta da Bush per soli 537 voti di differenza e a lui assegnata definitivamente con una decisione della Corte Suprema, che ha messo fine all’interminabile conta e riconta dei voti. I democratici hanno protestato vivacemente contro la decisione della Corte, formata in maggioranza da giudici nominati dai repubblicani, e hanno trovato il capro espiatorio della sconfitta nel candidato dei Verdi Ralph Nader, che solo in Florida si è accaparrato oltre 97mila voti.
Nel novembre 2004, in una delle sfide più sentite dall’elettorato negli ultimi decenni (12 milioni di votanti in più rispetto a quelle del 2000), Bush è stato confermato in carica staccando di 3 milioni di voti popolari il candidato democratico John Kerry.
 
STORIA
 
Si calcola che i territori nordamericani ora appartenenti agli Stati Uniti fossero abitati già 30mila anni prima dell’arrivo degli europei. Con ogni probabilità i “nativi americani” erano giunti dall’Asia, attraverso lo Stretto di Bering. Prevalentemente cacciatori e agricoltori, erano organizzati in tribù e vivevano in comunità piccole.
I primi europei a raggiungere il NordAmerica furono dei navigatori vichinghi, che però non si stabilirono qui. Dopo la “scoperta” di Cristoforo Colombo nel 1492, gli spagnoli crearono alcune colonie ed esplorarono il territorio fino all’odierna California. Nei secoli successivi giunsero anche i britannici, i francesi e gli olandesi.
Il numero maggiore di pionieri veniva dalla Gran Bretagna: era gente che scappava dalla povertà e dalle persecuzioni religiose, e nel “nuovo mondo” vedeva una possibilità di riscattarsi.
 
Dopo varie guerre contro le popolazioni native e gli altri coloni europei, nel 1733 lungo la costa atlantica si erano formate 13 colonie britanniche, sempre più insofferenti verso il controllo politico ed economico di Londra. La guerra contro l’impero britannico scoppiò nel 1775. Il 4 luglio 1776 fu firmata la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, ma il conflitto durò fino al 1783, quando Londra riconobbe la sovranità delle sue ormai ex colonie.
 
Una volta raggiunta l’indipendenza, gli Usa si allargarono progressivamente verso Ovest. L’idea predominante all’epoca era che occupare l’intero continente faceva parte del “destino manifesto” degli Usa, che solo così sarebbero potuti diventare una grande nazione. Nel 1803, l’acquisto della Louisiana dalla Francia raddoppiò il territorio statunitense. Nel 1819, dopo una guerra persa la Spagna fu costretta a cedere la Florida. Nel 1836, l’enorme territorio del Texas si ribellò al controllo messicano e istituì una repubblica indipendente, che però entrò a far parte degli Stati Uniti nel 1845. Successivamente gli Stati Uniti dichiararono guerra al Messico, annettendo la California nel 1850 e l’Oregon nel 1853. Il continuo spostamento della frontiera occidentale (un mito ricorrente nella cultura americana) portò a innumerevoli scontri con i nativi americani che occupavano quelle terre da migliaia di anni. I trattati firmati con in nativi venivano stracciati appena si scatenava una nuova corsa verso Ovest. Guerre e malattie decimarono la popolazione nativa, che progressivamente venne rinchiusa in riserve aride e isolate.
 
Nel frattempo, gli Stati Uniti comprendevano realtà molto diverse. Le colonie di nord-est avevano sviluppato una fiorente industria, mentre al Sud l’economia era incentrata sulle grandi piantagioni, che sfruttavano la forza lavoro degli schiavi provenienti dall’Africa. Con l’elezione a presidente di Abraham Lincoln, un convinto antischiavista, gli Stati del Sud proclamarono la secessione dall’Unione. Dopo una guerra durata quattro anni e costata un milione di vittime, la forza economica e militare del Nord ebbe la meglio, e la schiavitù fu abolita.
 
Risolti i principali problemi interni, gli Usa si lanciarono sulla scena internazionale seguendo la cosiddetta “dottrina Monroe”, secondo la quale l’intero continente americano avrebbe dovuto essere libero dalle interferenze europee (“l’America agli americani”). Francia e Inghilterra videro riducersi progressivamente le loro sfere di influenza nell’America centrale e meridionale. Con la guerra del 1898, gli Usa strapparono Cuba e le Filippine alla Spagna.
 
Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti proclamarono la propria neutralità. Tuttavia, nel 1917 il presidente Wilson dichiarò guerra agli imperi centrali. Una volta vinto il conflitto, Wilson fu uno degli architetti della pace di Versailles, e volle fortemente l’istituzione della Società delle Nazioni, una specie di progenitrice dell’Onu. Ma nel 1920 il Congresso non ratificò l’entrata degli Usa nella Società, infliggendo alla forza della nuova organizzazione un colpo decisivo.
Uscita dalla Grande Guerra in piena salute, l’economia statunitense crollò improvvisamente nell’ottobre 1929, facendo precipitare il Paese in Depressione. Sotto la lunga presidenza di Franklin Roosevelt (1933-1945) e il suo New Deal, una politica economica che pompò un’enorme quantità di denaro pubblico nell’economia, la crisi finanziaria tornò sotto controllo.
 
Mentre l’Europa si preparava al secondo conflitto mondiale, nel 1935 il Congresso Usa approvò una legge che proclamava la neutralità degli Usa. L’inizio delle ostilità mise a dura prova il provvedimento: Roosevelt introdusse diversi emendamenti con lo scopo di rifornire di armi la Francia e la Gran Bretagna, impegnate contro la Germania nazista. Il 7 dicembre 1941, l’aviazione giapponese annientò la flotta statunitense di stanza a Pearl Harbour, nelle isole Hawaii. In risposta, gli Usa entrarono in guerra contro Germania, Italia e Giappone, risultando decisivi per il ribaltamento delle sorti del conflitto. Il 6 e 9 agosto 1945, quando in Europa la guerra era già finita ma il Giappone continuava a combattere sul fronte del Pacifico, il presidente Truman – appena subentrato al defunto Roosevelt – diede l’ordine di sganciare le prime bombe atomiche della storia sulle città di Hiroshima e Nagasaki. In un colpo solo morirono almeno 100 mila civili, molti altri furono uccisi più avanti dalle radiazioni. Pochi giorni dopo i due bombardamenti, il Giappone firmò la resa.
Tra Usa e Unione Sovietica, alleati vincitori del conflitto, già alla fine della guerra le relazioni si fecero ostili. Le uniche due grandi potenze rimaste si accordarono sulla spartizione di sfere di influenza. Era l’inizio della Guerra Fredda, un conflitto non combattuto con le armi ma nel quale americani e sovietici si confrontarono a livello politico ed economico con l’obiettivo di non far cader nessun paese ‘terzo’ nella sfera di influenza dell’altro.
 
L’economia statunitense emerse dal conflitto più potente che mai, e gli Usa si ersero a difensori del sistema capitalista, con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale Con il Piano Marshall gli Usa destinarono 13 miliardi di dollari (100 miliardi di oggi) alla ricostruzione dell’Europa occidentale.
Gli anni Cinquanta videro una continua rincorsa tra Usa e Urss nel campo militare e spaziale: la pace del mondo si reggeva su una “deterrenza reciproca” secondo la quale ognuna delle due potenze sapeva di non poter attaccare l’altra perché entrambe erano in grado di distruggersi a vicenda. Gli Usa elaborarono la “teoria del domino”: bisognava impedire la diffusione del comunismo ovunque, altrimenti un’intera area avrebbe potuto cadere sotto l’influenza di Mosca. I primi consiglieri militari inviati nel 1956 nell’ex colonia francese del Vietnam, dove era attiva una guerriglia comunista, rispondevano proprio a questo principio. Con la presidenza di John Kennedy (1961-1963) e del suo successore Lyndon Johsnon (1963-1968), quella col Vietnam diventò una vera e propria guerra. L’escalation militare degli Usa portò la presenza americana in Indocina a oltre 500 mila soldati, ma era una guerra che gli Usa non potevano vincere. Eletto nel 1972, Richard Nixon puntò a una “vietnamizzazione” del conflitto, e nel 1975 gli Usa lasciarono il Vietnam, dopo aver perso 58 mila uomini.
 
Negli anni Settanta e Ottanta, gli Usa continuarono nel tentativo di arginare in tutto il mondo l’emergere di governi “ostili” agli interessi americani: ciò comportò il sostegno militare e finanziario a dittature specialmente in America Latina.
Intuendo che l’Urss era sull’orlo del collasso, il presidente Ronald Reagan (1981-1988) accelerò la corsa tecnologica degli armamenti negli anni Ottanta, scommettendo che i sovietici non avrebbero retto il passo. Le relazioni tra i due Paesi vissero un processo di distensione nella seconda metà del decennio. Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e il dissolvimento dell’Urss nel 1991 chiusero l’era della Guerra Fredda. Gli Usa rimasero l’unica superpotenza mondiale, si cominciò a parlare di “fine della storia”.
 
Con l’assenso dell’Onu, nel 1991 gli Usa guidarono una coalizione internazionale contro l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait per annetterlo come provincia. La prima Guerra del Golfo fu vinta facilmente dalla coalizione, che poi impose all’Iraq un embargo economico. A fine anni Novanta per gli Usa cominciò a profilarsi la minaccia del terrorismo islamico. Un attacco al World Trade Center di New York nel 1993 causò pochi danni. Nel 1998 due autobomba esplosero davanti alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, provocando oltre 200 morti.
L’11 settembre 2001 un commando di terroristi dirottò quattro aerei di linea appena partiti. Due vennero fatti schiantare contro le torri del World Trade Center di New York, un terzo contro il Pentagono a Washington e un quarto venne ritrovato distrutto in un bosco della Pennsylvania. Morirono 3 mila persone. L’attentato fu rivendicato da al Qaeda, la rete terroristica guidata da Osama bin Laden. Il presidente George W. Bush, in carica da nove mesi, dichiarò “guerra al terrorismo”. Un mese dopo gli attentati, gli Usa attaccarono l’Afghanistan per far cadere il regime integralista dei talebani, accusato di ospitare i campi di addestramento per i terroristi di al Qaeda. Dopodiché nel mirino dell’amministrazione Bush finì l’Iraq di Saddam Hussein, sospettato di possedere armi di distruzione di massa e di aver intrattenuto legami con al Qaeda. Pur non ottenendo il consenso dell’Onu, gli Usa attaccarono l’Iraq nel marzo 2003. Vinta in poco più di un mese la guerra convenzionale e deposto Saddam, gli Usa rimangono però tuttora impegnati in Iraq con circa 130mila uomini, e devono fronteggiare una guerriglia composta di iracheni e infiltrati stranieri.
 
 
Categoria: Risorse, Politica, Storia
Luogo: Stati Uniti