01/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



STORIA

Si calcola che i territori nordamericani ora appartenenti agli Stati Uniti fossero abitati già 30mila anni prima dell’arrivo degli europei. Con ogni probabilità i “nativi americani” erano giunti dall’Asia, attraverso lo Stretto di Bering. Prevalentemente cacciatori e agricoltori, erano organizzati in tribù e vivevano in comunità piccole.
I primi europei a raggiungere il NordAmerica furono dei navigatori vichinghi, che però non si stabilirono qui. Dopo la “scoperta” di Cristoforo Colombo nel 1492, gli spagnoli crearono alcune colonie ed esplorarono il territorio fino all’odierna California. Nei secoli successivi giunsero anche i britannici, i francesi e gli olandesi.
Il numero maggiore di pionieri veniva dalla Gran Bretagna: era gente che scappava dalla povertà e dalle persecuzioni religiose, e nel “nuovo mondo” vedeva una possibilità di riscattarsi.
 
Dopo varie guerre contro le popolazioni native e gli altri coloni europei, nel 1733 lungo la costa atlantica si erano formate 13 colonie britanniche, sempre più insofferenti verso il controllo politico ed economico di Londra. La guerra contro l’impero britannico scoppiò nel 1775. Il 4 luglio 1776 fu firmata la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, ma il conflitto durò fino al 1783, quando Londra riconobbe la sovranità delle sue ormai ex colonie.
 
Una volta raggiunta l’indipendenza, gli Usa si allargarono progressivamente verso Ovest. L’idea predominante all’epoca era che occupare l’intero continente faceva parte del “destino manifesto” degli Usa, che solo così sarebbero potuti diventare una grande nazione. Nel 1803, l’acquisto della Louisiana dalla Francia raddoppiò il territorio statunitense. Nel 1819, dopo una guerra persa la Spagna fu costretta a cedere la Florida. Nel 1836, l’enorme territorio del Texas si ribellò al controllo messicano e istituì una repubblica indipendente, che però entrò a far parte degli Stati Uniti nel 1845. Successivamente gli Stati Uniti dichiararono guerra al Messico, annettendo la California nel 1850 e l’Oregon nel 1853. Il continuo spostamento della frontiera occidentale (un mito ricorrente nella cultura americana) portò a innumerevoli scontri con i nativi americani che occupavano quelle terre da migliaia di anni. I trattati firmati con in nativi venivano stracciati appena si scatenava una nuova corsa verso Ovest. Guerre e malattie decimarono la popolazione nativa, che progressivamente venne rinchiusa in riserve aride e isolate.
 
Nel frattempo, gli Stati Uniti comprendevano realtà molto diverse. Le colonie di nord-est avevano sviluppato una fiorente industria, mentre al Sud l’economia era incentrata sulle grandi piantagioni, che sfruttavano la forza lavoro degli schiavi provenienti dall’Africa. Con l’elezione a presidente di Abraham Lincoln, un convinto antischiavista, gli Stati del Sud proclamarono la secessione dall’Unione. Dopo una guerra durata quattro anni e costata un milione di vittime, la forza economica e militare del Nord ebbe la meglio, e la schiavitù fu abolita.
 
Risolti i principali problemi interni, gli Usa si lanciarono sulla scena internazionale seguendo la cosiddetta “dottrina Monroe”, secondo la quale l’intero continente americano avrebbe dovuto essere libero dalle interferenze europee (“l’America agli americani”). Francia e Inghilterra videro riducersi progressivamente le loro sfere di influenza nell’America centrale e meridionale. Con la guerra del 1898, gli Usa strapparono Cuba e le Filippine alla Spagna.
 
Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti proclamarono la propria neutralità. Tuttavia, nel 1917 il presidente Wilson dichiarò guerra agli imperi centrali. Una volta vinto il conflitto, Wilson fu uno degli architetti della pace di Versailles, e volle fortemente l’istituzione della Società delle Nazioni, una specie di progenitrice dell’Onu. Ma nel 1920 il Congresso non ratificò l’entrata degli Usa nella Società, infliggendo alla forza della nuova organizzazione un colpo decisivo.
Uscita dalla Grande Guerra in piena salute, l’economia statunitense crollò improvvisamente nell’ottobre 1929, facendo precipitare il Paese in Depressione. Sotto la lunga presidenza di Franklin Roosevelt (1933-1945) e il suo New Deal, una politica economica che pompò un’enorme quantità di denaro pubblico nell’economia, la crisi finanziaria tornò sotto controllo.
 
Mentre l’Europa si preparava al secondo conflitto mondiale, nel 1935 il Congresso Usa approvò una legge che proclamava la neutralità degli Usa. L’inizio delle ostilità mise a dura prova il provvedimento: Roosevelt introdusse diversi emendamenti con lo scopo di rifornire di armi la Francia e la Gran Bretagna, impegnate contro la Germania nazista. Il 7 dicembre 1941, l’aviazione giapponese annientò la flotta statunitense di stanza a Pearl Harbour, nelle isole Hawaii. In risposta, gli Usa entrarono in guerra contro Germania, Italia e Giappone, risultando decisivi per il ribaltamento delle sorti del conflitto. Il 6 e 9 agosto 1945, quando in Europa la guerra era già finita ma il Giappone continuava a combattere sul fronte del Pacifico, il presidente Truman – appena subentrato al defunto Roosevelt – diede l’ordine di sganciare le prime bombe atomiche della storia sulle città di Hiroshima e Nagasaki. In un colpo solo morirono almeno 100 mila civili, molti altri furono uccisi più avanti dalle radiazioni. Pochi giorni dopo i due bombardamenti, il Giappone firmò la resa.
Tra Usa e Unione Sovietica, alleati vincitori del conflitto, già alla fine della guerra le relazioni si fecero ostili. Le uniche due grandi potenze rimaste si accordarono sulla spartizione di sfere di influenza. Era l’inizio della Guerra Fredda, un conflitto non combattuto con le armi ma nel quale americani e sovietici si confrontarono a livello politico ed economico con l’obiettivo di non far cader nessun paese ‘terzo’ nella sfera di influenza dell’altro.
 
L’economia statunitense emerse dal conflitto più potente che mai, e gli Usa si ersero a difensori del sistema capitalista, con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale Con il Piano Marshall gli Usa destinarono 13 miliardi di dollari (100 miliardi di oggi) alla ricostruzione dell’Europa occidentale.
Gli anni Cinquanta videro una continua rincorsa tra Usa e Urss nel campo militare e spaziale: la pace del mondo si reggeva su una “deterrenza reciproca” secondo la quale ognuna delle due potenze sapeva di non poter attaccare l’altra perché entrambe erano in grado di distruggersi a vicenda. Gli Usa elaborarono la “teoria del domino”: bisognava impedire la diffusione del comunismo ovunque, altrimenti un’intera area avrebbe potuto cadere sotto l’influenza di Mosca. I primi consiglieri militari inviati nel 1956 nell’ex colonia francese del Vietnam, dove era attiva una guerriglia comunista, rispondevano proprio a questo principio. Con la presidenza di John Kennedy (1961-1963) e del suo successore Lyndon Johsnon (1963-1968), quella col Vietnam diventò una vera e propria guerra. L’escalation militare degli Usa portò la presenza americana in Indocina a oltre 500 mila soldati, ma era una guerra che gli Usa non potevano vincere. Eletto nel 1972, Richard Nixon puntò a una “vietnamizzazione” del conflitto, e nel 1975 gli Usa lasciarono il Vietnam, dopo aver perso 58 mila uomini.
 
Negli anni Settanta e Ottanta, gli Usa continuarono nel tentativo di arginare in tutto il mondo l’emergere di governi “ostili” agli interessi americani: ciò comportò il sostegno militare e finanziario a dittature specialmente in America Latina.
Intuendo che l’Urss era sull’orlo del collasso, il presidente Ronald Reagan (1981-1988) accelerò la corsa tecnologica degli armamenti negli anni Ottanta, scommettendo che i sovietici non avrebbero retto il passo. Le relazioni tra i due Paesi vissero un processo di distensione nella seconda metà del decennio. Il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e il dissolvimento dell’Urss nel 1991 chiusero l’era della Guerra Fredda. Gli Usa rimasero l’unica superpotenza mondiale, si cominciò a parlare di “fine della storia”.
 
Con l’assenso dell’Onu, nel 1991 gli Usa guidarono una coalizione internazionale contro l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait per annetterlo come provincia. La prima Guerra del Golfo fu vinta facilmente dalla coalizione, che poi impose all’Iraq un embargo economico. A fine anni Novanta per gli Usa cominciò a profilarsi la minaccia del terrorismo islamico. Un attacco al World Trade Center di New York nel 1993 causò pochi danni. Nel 1998 due autobomba esplosero davanti alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, provocando oltre 200 morti.
L’11 settembre 2001 un commando di terroristi dirottò quattro aerei di linea appena partiti. Due vennero fatti schiantare contro le torri del World Trade Center di New York, un terzo contro il Pentagono a Washington e un quarto venne ritrovato distrutto in un bosco della Pennsylvania. Morirono 3 mila persone. L’attentato fu rivendicato da al Qaeda, la rete terroristica guidata da Osama bin Laden. Il presidente George W. Bush, in carica da nove mesi, dichiarò “guerra al terrorismo”. Un mese dopo gli attentati, gli Usa attaccarono l’Afghanistan per far cadere il regime integralista dei talebani, accusato di ospitare i campi di addestramento per i terroristi di al Qaeda. Dopodiché nel mirino dell’amministrazione Bush finì l’Iraq di Saddam Hussein, sospettato di possedere armi di distruzione di massa e di aver intrattenuto legami con al Qaeda. Pur non ottenendo il consenso dell’Onu, gli Usa attaccarono l’Iraq nel marzo 2003. Vinta in poco più di un mese la guerra convenzionale e deposto Saddam, gli Usa rimangono però tuttora impegnati in Iraq con circa 130mila uomini, e devono fronteggiare una guerriglia composta di iracheni e infiltrati stranieri.
 
Menù scheda
 
Categoria: Storia
Luogo: Stati Uniti