Seconda parte del reportage dal Nagorno Karabakh, un conflitto congelato da 10 anni
Scritto per noi da
Margherita Belgiojoso
Stepanakert (Nagorno Karabakh) - (Segue dalla prima parte) I mattoni, le piastrelle e i cavi elettrici rubati dalle rovine di Agdam sono
serviti a ricostruire la ‘capitale’ del Nagorno Karabakh, Stepanakert. Qui i segni
della guerra non si vedono più: le strade sono state riparate e la vita scorre
come se niente fosse mai accaduto. Almeno a prima vista.
Un tempo Stepanakert era un città mutietnica, abitata da armeni e azeri. Oggi
di azeri ne sono rimasti molto pochi, praticamente solo quelli che non hanno
i soldi che gli permetterebbero di andarsene via.
Economia di guerra. In città l’acqua a singhiozzo scorre per due ore a giorni alterni. Le fabbriche
di tè e di tappeti, fiorenti nel periodo sovietico, sono oggi chiuse e fatiscenti.
Le uniche attività economiche visibili sono quella dei tassisti che fanno avanti
e indietro sulla strada di sei ore per Erevan e quella delle bancarelle che vendono
vestiti ‘made in China’, le verdure degli orti e gli inimitabili
zhengelevhats, l’orgoglio gastronomico nazionale: piadine calde imbottite di erbette verdi
di diciassette tipi diversi, raccolte sulle montagne del Karabakh.

Per pagare gli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione, delle
università e degli ospedali, il governo si affida agli ingenti aiuti che provengono
dalla diaspora armena, ramificata in tutto il mondo, dal sostegno economico ‘sotto
banco’ del governo dell’Armenia, e dall’ingente assegno che il congresso americano
assicura ogni anno a Stepanakert. Un sostegno difficile da giustificare per gli
Stati Uniti, che da una parte accusano Erevan di occupare il Nagorno Karabakh,
e per questa ragione l’hanno esclusa dal tragitto dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan,
appena inaugurato, e dall’altra sostengono direttamente lo Stato reietto per un
totale di 35 milioni di dollari in cinque anni. Una somma di cruciale importanza
per uno Stato povero e che conta solo 180 mila abitanti.
Ma sostanzialmente l’economia gira ancora attorno alla guerra.
“E’ l’esercito senza dubbio la più grande fonte di entrate per la popolazione:
200 dollari, lo stipendio mensile di un ufficiale, è un’ottima paga per Stepanakert”,
spiega Albert Voskanyan, armeno di Baku ma originario del Karabakh, direttore
di una ong locale.
Né i giovani sembrano voler andare a cercare fortuna altrove. I sondaggi d’opinione
condotti dal quotidiano Delo indicano che almeno 70 per cento della gioventù è convinta di rimanere a Stepanakert
e cerca lavoro qui.
A messa in un teatro. “Stepanakert ai tempi dell’Unione Sovietica si vantava di essere una città di
soli atei: neppure una chiesa è mai stata costruita. Una moschea esisteva, ma
giaceva inutilizzata.” dice Albert Voskanyan, “Oggi abbiamo una chiesa dove possono
pregare le nostri madri e i nostri figli” e indica la facciata neoclassica di
un teatro. Il nuovo governo, nell’attesa che arrivino i soldi per costruire una
vera chiesa, ha concesso agli abitanti di Stepanakert di adibire una stanza dell’ex
teatro a luogo di culto. Sembra di essere nell’aula di una scuola, mentre il sacerdote
leva la croce al cielo dando le spalle alla stanza gremita di fedeli inginocchiati
con la testa velata. Nessuna icona, nessuna decorazione, solo il fumo intenso
che sale dalle centinaia di candele accese. Stepanakert è una città recente, fondata
nel 1917, e diventata capoluogo per volontà di Mosca. Ha 40 mila abitanti che
si conoscono tutti e si salutano per strada, come il ministro degli Esteri, amico
del proprietario di un piccolo alimentari nel centro. Sorta nel mezzo del nulla,
a sei ore di curve da Erevan, alla fine di una strada lunghissima a due corsie
che si percorre senza incontrare una casa o un campo coltivato. Una strada nuova
di zecca, costruita con i soldi della diaspora armena, che i tassisti descrivono
come la migliore del Caucaso. In epoca sovietica al suo posto c’era solo una mulattiera,
e per raggiungere Baku o Erevan si era obbligati a giri lunghissimi.
Un pezzo di Armenia. Il ‘giardino nero montagnoso’, questo il significato letterale del nome Nagorno
Karabakh, è collegato all’Armenia dal ‘corridoio di Lachin’, territorio azero
oggi inglobato da Stepanakert.
Il Karabakh ha con l’Armenia un rapporto complesso, viscerale, eppure i karabaki
si farebbero uccidere per la propria indipendenza. “Non daremo indietro la nostra
terra per nulla al mondo” dice Anahit Marukhyan, la giovane direttrice dell’organizzazione
karabaka erede del Komsomol sovietico. Gli armeni di Erevan parlano di Stepanakert
come di una loro provincia, e assicurano che le radici di tutte le famiglie armene
provengono da quelle terre. Ma a Stepanakert i karabaki si sentono karabaki, non
armeni, né, tanto meno, azeri. Correggono chi chiama il Karabakh ‘Armenia’. Negano
un legame politico e economico con l’Armenia, anche se i fatti lo confermano.
Un funzionario del ministero degli Esteri smentisce che l’Armenia abbia mai contribuito
alla guerra, sostiene che abbia soltanto offerto “sostegno umanitario”, mentre
non è un segreto per nessuno che l’Armenia aveva qui i suoi carri armati e la
sua artiglieria.
“L’esercito armeno e quello karabako sono effettivamente la stessa cosa” ammette
un ragazzo che indossa ancora la divisa militare e sta tornando a casa, a Erevan,
dopo avere terminato il servizio militare di due anni a Stepanakert.
Il ministro degli Esteri karabako risiede a Erevan mentre sul seggio della presidenza
armena c’è oggi l’ex presidente del Nagorno Karabakh, Robert Kocharyan.
Una complessa relazione che è evidente anche nella politica interna armena.
“La questione del Nagorno Karabakh è il parametro del successo politico in Armenia”
sostiene Styopa Sefaryan, direttore del Centro Studi Nazionali e Internazionali
di Erevan. “E viene strumentalizzata sia dalle élites armene
Per risolvere la contraddittorietà di questo rapporto a Stepanakert indicano
la bandiera appesa alla modesta facciata della Casa Bianca: le tre strisce dell’emblema
armeno, rosso, blu e arancione, e un triangolo, distaccato, rivolto in direzione
del corpo centrale. “È la metafora del Karabakh, indipendente, ma che tende verso
la madre Armenia”.