Scritto per noi da
Fabio Mini*

I cinesi non vogliono distruggere il quadro mondiale ma inserirsi. Vogliono conoscere
le regole per adeguarsi. La Cina vuole che le si spieghino chiaramente quali sono
le regole del gioco. Pochi, mi pare, si sono accorti del fatto che la Cina ha
fortemente bisogno di regole perché, per sua cultura, non ne ha mai avute.
Bisogno di regole. Fin dagli anni Settanta i cinesi sanzionano ciò che è già accaduto. Non si sono
preoccupati, in passato, di fare leggi per il futuro ma di dare legittimità a
ciò che già esisteva. Poi, con Deng Xiaoping, si è posta l’esigenza di un cambiamento,
sono partite le grandi modernizzazioni ed è nata la necessità di dare un indirizzo
al sistema attraverso un insieme di leggi. L’Assemblea nazionale del popolo, che
si riunisce una volta all’anno, dalla fine degli anni Ottanta ha approvato più
leggi di quanto Mao non ne abbia fatte per tutta la durata del suo potere. Certamente
per ora c’è caos, perché ai regolamenti delle province e delle regioni autonome
si sommano le leggi dell’amministrazione centrale. Ma anche questo è segno di
una voglia di regolarità. Anche il suo recente ingresso nel Wto (l’Organizzazione
mondiale del commercio da cui era uscita nel 1950) è stato un modo per dimostrare
che il suo sistema di riferimento è quello
condiviso dalla comunità mondiale.
Schizofrenia occidentale. Siamo noi, però, a non avere le idee chiare: quando le regole che abbiamo dato
agli altri non ci vanno più bene, pretendiamo le clausole di salvaguardia.
Le regole del Wto le abbiamo fatte noi, gliele abbiamo comunicate ed ora che
loro le applicano ci lasciano esterrefatti… Solo che non si possono dare le regole
e subito dopo infrangerle. Oppure dichiarare fermezza e praticare debolezza. Durante
l’embargo per i fatti di Tian an Men, per ben due volte gli Stati Uniti hanno
riconosciuto alla Cina la clausola della nazione più favorita. Ho visto file
di politici e titolari di multinazionali davanti agli uffici di qualche viceministro
cercando di vendere dai macchinari alle centrali nucleari proprio mentre si mandavano
gli aerei spia a tenerli d’occhio e gli analisti di mezzo mondo ne predicevano
o l’implosione o la minaccia globale: indifferentemente. Che senso ha? Il loro
problema semmai – ed in questo non li aiutiamo – è riuscire a sapere in anticipo
quali saranno le regole che tutti rispetteranno.
Quale concorrenza. I cinesi non hanno nessun interesse particolare a vendere il tessile in Italia,
se non lo piazzano qua lo vendono in Tajikistan o in Russia: invece di incassare
euro o dollari incasserebbero petrolio o gas. Figuriamoci se la cosa li sconvolge!
Siamo noi, dal nostro piccolo punto di vista, che ci sconvolgiamo. Diciamo di
essere uno dei paesi più ricchi ed industrializzati del mondo e poi affermiamo
che la nostra economia è rovinata a causa degli stracci, delle scarpe di plastica
e delle contraffazioni cinesi. Mi sembra quanto meno autolesionistico. Un’economia
ricca e avanzata non può temere la concorrenza degli stracci o degli illeciti:
i primi tolgono mercato soltanto ai produttori di stracci nostrani (e non sarebbe
male liberarsi di quelli che li producono al nero e li vendono come se fossero
griffes), i secondi (gli illeciti) si combattono con le leggi e la giustizia. Sentire
che la nostra società viene minacciata da questi fenomeni (di cui si sapevano
gli effetti con largo anticipo) mi fa ritenere che o la nostra ricchezza, tecnologia
e qualità sono inesistenti o il nostro sistema economico non è in grado di sostenere
la concorrenza attuale, e meno che mai quella del futuro o, infine, che il nostro
sistema sociale e giuridico non è in grado di combattere l’illecito.
Nulla da temere. Il fatto importante, e che per molti versi toglie qualsiasi velleità di influire
sul fenomeno cinese a degli attori provinciali e limitati, è che la Cina è presente.
Pensavamo che fosse ingessata per sempre in un regime repressivo e chiuso. Lo
stesso regime ha reso possibile l’espansione e
probabilmente pagherà per questo, ma la Cina è presente nel mondo come una potenza
non solo demografica. Non possiamo più ignorarla o sperare di fermarla con quattro
dazi doganali. I cinesi fanno parte del mercato globale e vogliono ritagliare
il proprio posto nel mondo. Spetta soltanto a noi occidentali stabilire le regole
di questo inserimento, finché ne abbiamo la capacità e finché questo ruolo ci
viene riconosciuto. Senza regole comuni saranno sempre di più invitati alla pirateria:
un invito a nozze. Dovremmo anche approfittare di questa nuova sfida per affinare
le nostre capacità di competizione e per trarre vantaggi dalle immense potenzialità
del mercato cinese e di quegli altri mercati che proprio i cinesi stanno sbloccando
(ad esempio Sudamerica). Dunque io penso che, se non si passa ad una politica
di provocazioni e destabilizzazioni, non c’è motivo di “temere” la Cina. Bisogna
tenerla d’occhio e inserirla in un sistema di regole eque. D’altra parte, gli
analisti dovrebbero servire anche a questo oltre che a lanciare allarmi e frignare.