19/09/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il parere di Fabio Mini rispetto al timore verso l'export cinese
Scritto per noi da
Fabio Mini* 
 
(Segue dalla terza parte)
Il generale Fabio MiniI cinesi non vogliono distruggere il quadro mondiale ma inserirsi. Vogliono conoscere le regole per adeguarsi. La Cina vuole che le si spieghino chiaramente quali sono le regole del gioco. Pochi, mi pare, si sono accorti del fatto che la Cina ha fortemente bisogno di regole perché, per sua cultura, non ne ha mai avute.
 
Bisogno di regole. Fin dagli anni Settanta i cinesi sanzionano ciò che è già accaduto. Non si sono preoccupati, in passato, di fare leggi per il futuro ma di dare legittimità a ciò che già esisteva. Poi, con Deng Xiaoping,  si è posta l’esigenza di un cambiamento, sono partite le grandi modernizzazioni ed è nata la necessità di dare un indirizzo al sistema attraverso un insieme di leggi. L’Assemblea nazionale del popolo, che si riunisce una volta all’anno, dalla fine degli anni Ottanta ha approvato più leggi di quanto Mao non ne abbia fatte per tutta la durata del suo potere. Certamente per ora c’è caos, perché ai regolamenti delle province e delle regioni autonome si sommano le leggi dell’amministrazione centrale. Ma anche questo è segno di una voglia di regolarità. Anche il suo recente ingresso nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio da cui era uscita nel 1950) è stato un modo per dimostrare che il suo sistema di riferimento è quello
condiviso dalla comunità mondiale.
 
Pistola giocattolo cineseSchizofrenia occidentale. Siamo noi, però, a non avere le idee chiare: quando le regole che abbiamo dato agli altri non ci vanno più bene, pretendiamo le clausole di salvaguardia.
Le regole del Wto le abbiamo fatte noi, gliele abbiamo comunicate ed ora che loro le applicano ci lasciano esterrefatti… Solo che non si possono dare le regole e subito dopo infrangerle. Oppure dichiarare fermezza e praticare debolezza. Durante l’embargo per i fatti di Tian an Men, per ben due volte gli Stati Uniti hanno riconosciuto alla Cina la clausola della nazione più favorita.  Ho visto file di politici e titolari di multinazionali davanti agli uffici di qualche viceministro cercando di vendere dai macchinari alle centrali nucleari proprio mentre si mandavano gli aerei spia a tenerli d’occhio e gli analisti di mezzo mondo ne predicevano o l’implosione o la minaccia globale: indifferentemente. Che senso ha? Il loro problema semmai – ed in questo non li aiutiamo – è riuscire a sapere in anticipo quali saranno le regole che tutti rispetteranno.
 
componente elettronico cineseQuale concorrenza. I cinesi non hanno nessun interesse particolare a vendere il tessile in Italia, se non lo piazzano qua lo vendono in Tajikistan o in Russia: invece di incassare euro o dollari incasserebbero petrolio o gas. Figuriamoci se la cosa li sconvolge! Siamo noi, dal nostro piccolo punto di vista, che ci sconvolgiamo. Diciamo di essere uno dei paesi più ricchi ed industrializzati del mondo e poi affermiamo che la nostra economia è rovinata a causa degli stracci, delle scarpe di plastica e delle contraffazioni cinesi. Mi sembra quanto meno autolesionistico. Un’economia ricca e avanzata non può temere la concorrenza degli stracci o degli illeciti: i primi tolgono mercato soltanto ai produttori di stracci nostrani (e non sarebbe male liberarsi di quelli che li producono al nero e li vendono come se fossero griffes), i secondi (gli illeciti) si combattono con le leggi e la giustizia. Sentire che la nostra società viene minacciata da questi fenomeni (di cui si sapevano gli effetti con largo anticipo) mi fa ritenere che o la nostra  ricchezza, tecnologia e qualità sono inesistenti o il nostro sistema economico non è in grado di sostenere la concorrenza attuale, e meno che mai quella del futuro o, infine, che il nostro sistema sociale e giuridico non è in grado di combattere l’illecito.
 
robot spaziale cineseNulla da temere. Il fatto importante, e che per molti versi toglie qualsiasi velleità di influire sul fenomeno cinese a degli attori provinciali e limitati, è che la Cina è presente. Pensavamo che fosse ingessata per sempre in un regime repressivo e chiuso. Lo stesso regime ha reso possibile l’espansione e
probabilmente pagherà per questo, ma la Cina è presente nel mondo come una potenza non solo demografica. Non possiamo più ignorarla o sperare di fermarla con quattro dazi doganali. I cinesi fanno parte del mercato globale e vogliono ritagliare il proprio posto nel mondo. Spetta soltanto a noi occidentali stabilire le regole di questo inserimento, finché ne abbiamo la capacità e finché questo ruolo ci viene riconosciuto. Senza regole comuni saranno sempre di più invitati alla pirateria: un invito a nozze. Dovremmo anche approfittare di questa nuova sfida per affinare le nostre capacità di competizione e per trarre vantaggi dalle immense potenzialità del mercato cinese e di quegli altri mercati che proprio i cinesi stanno sbloccando (ad esempio Sudamerica). Dunque io penso che, se non si passa ad una politica di provocazioni e destabilizzazioni, non c’è motivo di “temere” la Cina. Bisogna tenerla d’occhio e inserirla in un sistema di regole eque. D’altra parte, gli analisti dovrebbero servire anche a questo oltre che a lanciare allarmi e frignare.
Categoria: Politica, Popoli, Economia
Luogo: Cina
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