La Cina ha un prezioso ruolo di equilibrio. Se non verrà provocata su Taiwan
Scritto per noi da
Fabio Mini*

Credo che la Cina debba essere considerata, nel panorama
internazionale, un elemento di equilibrio.
Se si tolgono infatti tre questioni, che essa considera
problemi interni - e si arrabbierebbe se venissero “internazionalizzati” -,
tali funzioni di stabilità può svolgerle in pieno.
Le questioni sono il Tibet, lo Xinjiang e Taiwan. Se nessuno
mette la Cina con le spalle al muro con uno di questi tre problemi, non
costituirà un elemento di precarietà negli equilibri. Sin dai tempi di Mao, il
Paese aspira a raggiungere una parità strategica e di ruolo.
Sul giudizio che si dà sull’ammodernamento in corso
dell’esercito cinese sono meno allarmista. In questo settore l’armamento e la
tecnologia sono ben lontani dai livelli americani, anche perché sostengono
spese enormi per il mantenimento degli eserciti che, in alcune parti della
Cina, hanno funzione di ammortizzatore sociale. E’ vero che comprano sistemi ed
armi, ma io ho l’impressione che lo facciano più per alzare la posta che per
reali progetti di egemonia.
Nazionalismo di Stato.
I cinesi, come tutti i popoli consci di un grande passato, sono
nazionalisti. Ma nelle manifestazioni che possono influenzare la politica sia
interna che internazionale non ho mai visto un nazionalismo cinese che non
fosse innescato da dinamiche del potere centrale per motivi contingenti. Ho
visto le reazioni quando è stata bombardata l’ambasciata di Belgrado: ed anche
in televisione si vedeva chi ne fossero i leader e come fomentassero le
proteste. La stessa cosa è successa con l’abbattimento dell’aereo-spia
americano. Ne deduco che non esiste un
nazionalismo politico diffuso o una fazione nazionalistica che predomini. Sono
processi strumentalizzati dal centro, che dunque possono diventare pericolosi
non per autocombustione, ma per scelta politica deliberata. Senza decisione
politica i fucili non sparano e le folle
non si mobilitano. Per questo è necessario osservare i processi politici
piuttosto che le pulsioni nazionaliste o le manifestazioni pubbliche.
La questione di Taiwan.
In questo senso può esserci, questo sì, un elemento scatenante ed è la
questione di Taiwan. Se gli americani o la Corea del sud o il Giappone o le
Filippine o il Vietnam, insomma i paesi confinanti, li metteranno alle strette
su questa questione, i cinesi reagiranno molto male. Ma dovrà essere una pura
provocazione, che dati i precedenti potrebbe non essere improbabile. Le
provocazioni costituiscono perciò un forte fattore di rischio. Quando vedo
quello che hanno fatto e quello che possono fare giapponesi e coreani, pensando
di mettere la Cina con le spalle al muro, non sto tranquillo. Allora sì che
viene fuori la grande destabilizzazione. Ma è anche per questo che ci vogliono
i monitor, gli analisti e chi studia permanentemente la situazione e previene
le strumentalizzazioni. Sul problema dell’integrità territoriale, tuttavia, è
vero che Pechino è irremovibile. Ricordo che, nel lontano 1996, l’allora
ministro della difesa cinese disse: la nostra priorità è la salvaguardia
dell’integrità nazionale e noi riprenderemo Taiwan a qualsiasi costo. Non ha
mai parlato dei 20 milioni di taiwanesi. Io sono sempre convinto che non gliene
importi nulla.
Con la recente legge che legittima l’uso della forza nei
confronti di Taiwan, dunque, il governo cinese si è esposto ed ha mandato un
messaggio a tutto il mondo che dice: stabilisco delle regole per l’uso della
forza nelle questioni interne ed a queste mi atterrò. Le regole si possono
anche non condividere, ma la loro definizione pubblica ed in forma di legge
dello stato non ha precedenti.
Più che il Tibet il
‘lamaismo’. Il Dalai Lama, riguardo al Tibet, dice di non avere
rivendicazioni territoriali ma di cercare la libertà di espressione. Per la
Cina la cosa non è affatto rassicurante: una libertà religiosa gestita dal
Dalai Lama o da chiunque altro non sia di nomina governativa, riconoscerebbe un
primato religioso ‘lamaista’ che porterebbe via al controllo cinese i tre
quarti del paese. Il Tibet, il Qinghai, il Sichuan, il Gansu, la Mongolia
interna e su fino a quella esterna compresa sono infatti lamaiste. All’egemonia
ideologica del partito resterebbe la vecchia Cina tra il fiume Giallo e la parte
meridionale.
(Continua...)