Cresce la paura della leva obbligatoria. Anche per la storia di un riservista hawaiano

“Finchè sarò presidente, non ci sarà nessuna leva obbligatoria”, aveva detto
George W. Bush in uno dei tre confronti televisivi con lo sfidante democratico
John Kerry. Serviva per placare le paure di una reintroduzione del
draft, abolito dalla fine delle guerra del Vietnam e sempre più temuto dai giovani
statunitensi che non hanno votato per rieleggere Bush. Finora il presidente appena
rieletto ha mantenuto la parola: ma intanto la storia di David Miyasato, un ex
riservista delle Hawaii, ha messo in allarme molte potenziali nuove reclute.
Un mese fa Miyasato ha ricevuto una lettera dall’Esercito, nella quale gli veniva
ordinato di tornare in servizio attivo e presentarsi in una caserma del South
Carolina proprio oggi, martedì 9 novembre. Fin qui niente di strano, i riservisti
sanno che possono essere richiamati in caso di bisogno. Ma il 34enne hawaiano,
che ha servito la patria durante la prima guerra del Golfo come specialista degli
approvvigionamenti dei convogli militari, è stato congedato con onore nel 1991,
dopo tre anni di servizio. E’ rimasto inattivo ma potenzialmente richiamabile
fino al 1996, quando ha creduto che il suo dovere per l’esercito fosse finito.
Ha messo su un’impresa di tintura pervetri di automobili, ha trovato moglie e
sette mesi fa la coppia ha avuto una bambina. Poi è arrivata quella lettera.

"Ero scioccato", ha detto Miyasato all’
Honolulu Advertiser . "Non mi sarei mai aspettato di vedere una cosa del genere tredici anni dopo
aver prestato servizio". L’ex riservista si è subito rivolto alla magistratura,
sostenendo di aver adempiuto ai suoi doveri. Poco dopo ha ricevuto via fax una
seconda lettera dall’ufficio personale dell’Esercito, per informarlo che “la sua
richiesta di esonero dal servizio attivo non era stata accolta”, ma che ci sarebbe
stato un “ritardo amministrativo” di 30 giorni per la decisione finale. Oggi Miyasato
non sa ancora quale sarà il suo destino.
Il ritorno della leva obbligatoria è uno dei più forti argomenti anti-Bush in
voga negli Stati Uniti. Per quanto non sia stata fatta nessuna mossa concreta
verso questo traguardo e sapendo che con una decisione del genere Bush scontenterebbe
anche buona parte del suo elettorato, è naturale che gli sforzi militari Usa in
Iraq e le mire di una parte dell’amministrazione verso l’Iran e la Corea del Nord
preoccupino quella parte della popolazione che, in caso di guerra permanente,
avrebbe più da rimetterci. E già lo scorso anno l’Esercito Usa, a corto di soldati,
aveva annunciato che avrebbe mandato in Iraq e in Afghanistan circa 5.600 riservisti.
Funzionari militari avevano dato il via alla caccia di chi aveva ancora obblighi
contrattuali con l’esercito, per reintegrarli nei ranghi.
E la storia di David Miyasato ha contribuito a far disseppellire le vecchie paure
del
draft. Di leva obbligatoria si discute appassionatamente sui blog statunitensi. “Se
si torna al
draft, credo che alla fine questo danneggerà Bush e la sua amministrazione", scrive
un blogger su
DailyKos.com. "Gli elettori ‘dei valori’ l’avranno anche sostenuto nel casino che ha creato,
ma aspettate che i loro figli tornino a casa dalla guerra in una bara o disabili,
e vedrete come volterebbero le spalle a Bush, rendendosi conto che operazioni
militari come quelle che vuole lui sono più minacciose dei matrimoni gay”.

Non tutti condividono questa speranza, però. “Quello che mi preoccupa – dice
un altro blogger – è che gli elettori di Bush che vedono i loro figli partire
per la guerra penseranno che tutto ciò è patriottico. Che se i loro bambini tornano
a casa in una
body bag è tutto ok, perché hanno aiutato Bush a combattere quegli infedeli di musulmani”.
Contro lo spettro della leva obbligatoria, allora, qualcuno propone i vecchi
rimedi dell’epoca del Vietnam per essere scartati dall’esercito: dichiarare apertamente
la propria omosessualità, convertirsi e diventare quacchero (uno dei precetti
della religione quacchera è il rifiuto di ogni attività guerresca), oppure passare
il confine illegalmente e scappare in Canada. La scelta che fecero circa 100mila
giovani americani negli anni Sessanta: ma vallo a dire a David Miyasato, delle
lontane isole Hawaii.