Scritto per noi da
Silvia Zugno*
La strategia di conquista americana delle società civili dell’Est Europa ha avuto
inizio con OTPOR (“Resistenza”), il movimento fondato in Serbia nel dicembre 1998.
All’inizio del 2000, un flusso insolito di giovani serbi si recò in visita al
monastero ortodosso di Sant’Andrea in Ungheria. In realtà, erano tutti attesi
all’Hilton di Budapest, dove il colonnello USA in pensione Robert Helvy li avrebbe
formati alle più avanzate tecniche di azione nonviolenta, sulla base delle dottrine
di Gene Sharp.
Chi pagava quel seminario? La Us Aid, l'Iri (International Republic Institute
del partito di Bush) come pure il suo gemello Ndi (National Democratic Institute
di Kerry), la Fondazione Soros e la derivata Freedom House, le fondazioni tedesche
Friedrich Ebert e Konrad Adenauer e la britannica Westminster.
Iniziati i bombardamenti sulla Serbia, OTPOR avviò la lotta per l’autonomia di
università ed informazione, con gli strumenti della resistenza individuale nonviolenta
e di quasi due milioni di adesivi incollati ovunque. Nel dopoguerra condusse la
protesta collettiva contro Milosevic, da cui maturò la deposizione della dittatura
e l’elezione di Kustunica: il mondo intero rimase stupito di fronte all’evidenza
che il potere della popolazione locale era stato più forte sia della diplomazia
che della forza militare. Otpor si trasformò poi in partito politico ma perse
le elezioni nonostante un sondaggio ne avesse data per scontata la vittoria.
Ora gli attivisti di Otpor impazzano per l’est Europa educando i loro cloni.
Hanno addirittura costituito un “Centro per la resistenza nonviolenta” che esporta
la via serba alla rivoluzione democratica.
Otpor addestra alla democrazia i giovani di Europa e Medio-Oriente. Gli attivisti
di Otpor sono stati chiamati prima in Georgia dai ragazzi di KMARA (“Abbastanza!”)
che ne hanno ereditato il medesimo logo del pungo chiuso e lo stesso diplomatico
americano che dalla Serbia si era spostato in Georgia. In questo modo è stata
così avviata la “rivoluzione delle rose” contro Shevardnadze. Gli “istruttori”
- che si muovono per condivisione degli ideali ma anche per soldi, provenienti
sempre dagli stessi committenti esteri - si sono poi spostati per mesi in Ucraina
per impartire le medesime lezioni e preparare la rivoluzione arancione degli attivisti
di PORA (“E’ tempo!”). Kiev è stato anche un punto di ritrovo con giovani bielorussi,
iraniani, azerbaijani, kazaki; appena eletto Yushenko, già si diceva che i militanti
del “bisonte” ZUBR avrebbero condotto la successiva rivoluzione nonviolenta per
destituire Lukashenko in Bielorussia. Invece, si è realizzata prima la rivoluzione
dei cedri in Libano, dove PoF (Pulse of Freedon) si era costituito nel febbraio
di quest’anno dopo l’assassinio del Primo Ministro Rafik Hariri. PoF non ha solo
il nome anglosassone, ma anche il simbolo: la statua della Libertà. E’ stato capace
di mobilitare un corteo trans-partitico di un milione e mezzo di persone che chiedeva
di indire nuove elezioni a un mese dall’assassinio.
Accanto ai protagonisti di ieri, sedevano attivisti in fibrillazione per nuovi
sovvertimenti. Interessante ed originale si è rivelata la presenza di KAN (Kosova
Action Network), non solo perché kosovari e serbi sedevano e dialogavano allo
stesso tavolo. I rappresentanti hanno denunciato che la gestione antidemocratica
dell’UNMIK, la sua struttura verticistica e l’indefinito status amministrativo
rallentano i processi decisionali e non consentono una minima pianificazione.
Si è denunciato anche che oltre all’assenza della libertà d’espressione, i media
subiscono un controllo soffocante da parte delle authorities dell’informazione,
viene impedito di vigilare e rispettare la legittimità: poco tempo fa, in casa
Rugova è stato scoperto un capitale proveniente da circuiti di corruzione, ma
il fatto è stato taciuto dal momento che il Presidente è persona comoda all’Onu.
Questo insieme di elementi ha condotto alla demonizzazione delle Nazioni Unite
e all’acritica preferenza degli statunitensi, come se questi ultimi comunque non
fossero una componente di peso dello schieramento internazionale: «UN out – US
in» è uno dei tanti slogan di piazza. Gli attivisti di Kan sono tuttavia gli unici
che hanno posto alcune questioni scomode a cui non si è voluto dar peso: come
includere la posizione del vinto nel momento in cui si passa dalla parte dei vincitori,
oppure la scelta stessa della democrazia, che si sostanzia su precise politiche
economiche, governative, educative, sociali, di volta in volta adeguate alle esigenze
locali ma che comunque dovrebbero basarsi su principi e pratiche condivisi, che
non si sono volute approfondire.
Un altro Presidente “comodo” si trova in Azerbaijan, a capo di un regime autoritario
che spregia i diritti e le libertà fondamentali. Di conseguenza, la voce azerbaijana
YOX (“No”), relegata alla pressoché totale clandestinità, è uscita fuori dal coro.
Come ha dichiarato uno degli attivisti: “finchè il signor Bush sarà interessato
soltanto al petrolio, non avremo una rivoluzione” .
Tavole rotonde squadrate. Il Tirana Activism Festival prevedeva diverse tavole
rotonde, moderate da rappresentanti della Freedom House. Le discussioni non hanno
condotto ad alcuna conclusione e si sono svolte nel confronto libero su esperienze
passate, obiettivi futuri, difficoltà e perplessità presenti. Alla fine è rimasta
una sensazione di incompiutezza.
Due i nodi principali. Il primo costituito dalla difficoltà di mobilitare la
società civile o piuttosto di mantenerla attiva e vigile oltre la fase delle cosiddette
rivoluzioni. La vitalità dei movimenti presenti in genere segue un andamento parabolico,
con un rapido appiattimento dopo il vertice del successo. Si professano indipendenti
da ogni affiliazione politica ma in realtà finiscono per confondersi con l’opposizione
parlamentare e per scontarne i successivi errori. Il caso ucraino è emblematico
di tale contraddizione, che si lega alla seconda questione: cambiare leadership
non significa cambiare sistema politico, specie quando le alternative politiche
esprimono soltanto interessi economici ed orientamenti di mercato contrapposti.
Ben poca differenza corre tra chi si proclama neoliberista e la ristretta casta
di ex-comunisti provenienti dai passati governi. Finora le varie rivoluzioni hanno
ottenuto soltanto un ribaltamento dei vertici, a cui non è seguito un rinnovamento
in senso democratico e trasparente del sistema politico-governativo. L’ammissione,
velata da un amaro sentimento d’impotenza, ha posto il problema sul “che fare
dopo” e la risposta non è né semplice, né immediata. Trasformarsi in partito politico
autenticamente alternativo significa correre i rischi di un sistema di potere
ad alto tasso di corrosività, di faide interne e, soprattutto, di incassare un
sonante insuccesso, dal momento che alla percezione iniziale ed esteriore di presa
sulle masse non segue la conquista della fiducia dell’elettorato, spesso diffidente
nei confronti di nuove aggregazioni politiche.
Restare invece fuori del sistema politico per cambiarlo dall’esterno esprime
una posizione forte di delegittimazione, di rifiuto di ogni compromesso ma implica
una lenta, faticosa e talvolta infruttuosa azione di pressione politica. Vincente
è stata l’avventura della croata GONG, che grazie al monitoraggio elettorale,
all’attività costante di educazione alla coscienza civica, alle sollecitazioni
sugli organi di governo sta «educando» generazioni abituate al comunismo a trovare
nuove forme di convivenza e comunicazione, nella convinzione che le elezioni siano
soltanto l’inizio della partecipazione effettiva alla vita democratica.
La baby Nato. Intanto al termine della tre giorni, nella suggestiva cornice della cittadina
di Kruja, in Albania, è stato firmato il Patto che ha preso il nome della cittadina.
“Noi, rappresentanti dei movimenti e delle organizzazioni combattenti per la
libertà e la democrazia attraverso azioni nonviolente abbiamo deciso di sancire
una solenne dichiarazione di supporto e solidarietà.
Perciò riconosciamo e proclamiamo quanto segue:
1. Ogni battaglia indigena per la libertà e la democrazia è la nostra battaglia.
2. Ci impegniamo, perciò, a stare l’uno a fianco all’altro.
3. Ogni attacco contro uno o più di noi sarà considerato un attacco contro tutti
noi.
4. Conseguentemente, se un simile attacco capiterà, ciascuno di noi presterà
soccorso e difesa agli offesi e reagirà secondo gli accordi.
Tutti per uno e uno per tutti!”
Le organizzazioni, già unite nel Balkan Youth Link, hanno così stretto un’alleanza
balcanico-orientale sotto l’egida della Freedom House, delegittimando organismi
internazionali già esistenti e puntando sul potere dell’unità popolare, che di
“popolare” ha ben poco.