27/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'appuntamento degli 'arancioni'in Albania - II Parte

 Scritto per noi da
Silvia Zugno*

La strategia di conquista americana delle società civili dell’Est Europa ha avuto inizio con OTPOR (“Resistenza”), il movimento fondato in Serbia nel dicembre 1998. All’inizio del 2000, un flusso insolito di giovani serbi si recò in visita al monastero ortodosso di Sant’Andrea in Ungheria. In realtà, erano tutti attesi all’Hilton di Budapest, dove il colonnello USA in pensione Robert Helvy li avrebbe formati alle più avanzate tecniche di azione nonviolenta, sulla base delle dottrine di Gene Sharp.
Chi pagava quel seminario? La Us Aid, l'Iri (International Republic Institute del partito di Bush) come pure il suo gemello Ndi (National Democratic Institute di Kerry), la Fondazione Soros e la derivata Freedom House, le fondazioni tedesche Friedrich Ebert e Konrad Adenauer e la britannica Westminster.
Iniziati i bombardamenti sulla Serbia, OTPOR avviò la lotta per l’autonomia di università ed informazione, con gli strumenti della resistenza individuale nonviolenta e di quasi due milioni di adesivi incollati ovunque. Nel dopoguerra condusse la protesta collettiva contro Milosevic, da cui maturò la deposizione della dittatura e l’elezione di Kustunica: il mondo intero rimase stupito di fronte all’evidenza che il potere della popolazione locale era stato più forte sia della diplomazia che della forza militare. Otpor si trasformò poi in partito politico ma perse le elezioni nonostante un sondaggio ne avesse data per scontata la vittoria.
Ora gli attivisti di Otpor impazzano per l’est Europa educando i loro cloni. Hanno addirittura costituito un “Centro per la resistenza nonviolenta” che esporta la via serba alla rivoluzione democratica.

Otpor addestra alla democrazia i giovani di Europa e Medio-Oriente. Gli attivisti di Otpor sono stati chiamati prima in Georgia dai ragazzi di KMARA (“Abbastanza!”) che ne hanno ereditato il medesimo logo del pungo chiuso e lo stesso diplomatico americano che dalla Serbia si era spostato in Georgia. In questo modo è stata così avviata  la “rivoluzione delle rose” contro Shevardnadze. Gli “istruttori” - che si muovono per condivisione degli ideali ma anche per soldi, provenienti sempre dagli stessi committenti esteri - si sono poi spostati per mesi in Ucraina per impartire le medesime lezioni e preparare la rivoluzione arancione degli attivisti di PORA (“E’ tempo!”). Kiev è stato anche un punto di ritrovo con giovani bielorussi, iraniani, azerbaijani, kazaki; appena eletto Yushenko, già si diceva che i militanti del “bisonte” ZUBR avrebbero condotto la successiva rivoluzione nonviolenta per destituire Lukashenko in Bielorussia. Invece, si è realizzata prima la rivoluzione dei cedri in Libano, dove PoF (Pulse of Freedon) si era costituito nel febbraio di quest’anno dopo l’assassinio del Primo Ministro Rafik Hariri. PoF non ha solo il nome anglosassone, ma anche il simbolo: la statua della Libertà. E’ stato capace di mobilitare un corteo trans-partitico di un milione e mezzo di persone che chiedeva di indire nuove elezioni a un mese dall’assassinio.
Accanto ai protagonisti di ieri, sedevano attivisti in fibrillazione per nuovi sovvertimenti. Interessante ed originale si è rivelata la presenza di KAN (Kosova Action Network), non solo perché kosovari e serbi sedevano e dialogavano allo stesso tavolo. I rappresentanti hanno denunciato che la gestione antidemocratica dell’UNMIK, la sua struttura verticistica e l’indefinito status amministrativo rallentano i processi decisionali e non consentono una minima pianificazione. Si è denunciato anche che oltre all’assenza della libertà d’espressione, i media subiscono un controllo soffocante da parte delle authorities dell’informazione, viene impedito di vigilare e rispettare la legittimità: poco tempo fa, in casa Rugova è stato scoperto un capitale proveniente da circuiti di corruzione, ma il fatto è stato taciuto dal momento che il Presidente è persona comoda all’Onu. Questo insieme di elementi ha condotto alla demonizzazione delle Nazioni Unite e all’acritica preferenza degli statunitensi, come se questi ultimi comunque non fossero una componente di peso dello schieramento internazionale: «UN out – US in» è uno dei tanti slogan di piazza. Gli attivisti di Kan sono tuttavia gli unici che hanno posto alcune questioni scomode a cui non si è voluto dar peso: come includere la posizione del vinto nel momento in cui si passa dalla parte dei vincitori, oppure la scelta stessa della democrazia, che si sostanzia su precise politiche economiche, governative, educative, sociali, di volta in volta adeguate alle esigenze locali ma che comunque dovrebbero basarsi su principi e pratiche condivisi, che non si sono volute approfondire.
Un altro Presidente “comodo” si trova in Azerbaijan, a capo di un regime autoritario che spregia i diritti e le libertà fondamentali. Di conseguenza, la voce azerbaijana YOX (“No”), relegata alla pressoché totale clandestinità, è uscita fuori dal coro. Come ha dichiarato uno degli attivisti: “finchè il signor Bush sarà interessato soltanto al petrolio, non avremo una rivoluzione” .
Tavole rotonde squadrate.  Il Tirana Activism Festival prevedeva diverse tavole rotonde, moderate da rappresentanti della Freedom House. Le discussioni non hanno condotto ad alcuna conclusione e si sono svolte nel confronto libero su esperienze passate, obiettivi futuri, difficoltà e perplessità presenti. Alla fine è rimasta una sensazione di incompiutezza.
Due i nodi principali. Il primo costituito dalla difficoltà di mobilitare la società civile o piuttosto di mantenerla attiva e vigile oltre la fase delle cosiddette rivoluzioni. La vitalità dei movimenti presenti in genere segue un andamento parabolico, con un rapido appiattimento dopo il vertice del successo. Si professano indipendenti da ogni affiliazione politica ma in realtà finiscono per confondersi con l’opposizione parlamentare e per scontarne i successivi errori. Il caso ucraino è emblematico di tale contraddizione, che si lega alla seconda questione: cambiare leadership non significa cambiare sistema politico, specie quando le alternative politiche esprimono soltanto interessi economici ed orientamenti di mercato contrapposti. Ben poca differenza corre tra chi si proclama neoliberista e la ristretta casta di ex-comunisti provenienti dai passati governi. Finora le varie rivoluzioni hanno ottenuto soltanto un ribaltamento dei vertici, a cui non è seguito un rinnovamento in senso democratico e trasparente del sistema politico-governativo. L’ammissione, velata da un amaro sentimento d’impotenza, ha posto il problema sul “che fare dopo” e la risposta non è né semplice, né immediata. Trasformarsi in partito politico autenticamente alternativo significa correre i rischi di un sistema di potere ad alto tasso di corrosività, di faide interne e, soprattutto, di incassare un sonante insuccesso, dal momento che alla percezione iniziale ed esteriore di presa sulle masse non segue la conquista della fiducia dell’elettorato, spesso diffidente nei confronti di nuove aggregazioni politiche.
Restare invece fuori del sistema politico per cambiarlo dall’esterno esprime una posizione forte di delegittimazione, di rifiuto di ogni compromesso ma implica una lenta, faticosa e talvolta infruttuosa azione di pressione politica. Vincente è stata l’avventura della croata GONG, che grazie al monitoraggio elettorale, all’attività costante di educazione alla coscienza civica, alle sollecitazioni sugli organi di governo sta «educando» generazioni abituate al comunismo a trovare nuove forme di convivenza e comunicazione, nella convinzione che le elezioni siano soltanto l’inizio della partecipazione effettiva alla vita democratica.
 
La baby  Nato. Intanto  al termine della tre giorni, nella suggestiva cornice della cittadina di Kruja, in Albania,  è stato firmato il Patto che ha preso il nome della cittadina.
“Noi,  rappresentanti dei movimenti e delle organizzazioni combattenti per la libertà e la democrazia attraverso azioni nonviolente abbiamo deciso di sancire una solenne dichiarazione di supporto e solidarietà.
Perciò riconosciamo e proclamiamo quanto segue:
1. Ogni battaglia indigena per la libertà e la democrazia è la nostra battaglia.
2. Ci impegniamo, perciò, a stare l’uno a fianco all’altro.
3. Ogni attacco contro uno o più di noi sarà considerato un attacco contro tutti noi.
4. Conseguentemente, se un simile attacco capiterà, ciascuno di noi presterà soccorso e difesa agli offesi e reagirà secondo gli accordi.
Tutti per uno e uno per tutti!”
Le organizzazioni, già unite nel Balkan Youth Link, hanno così stretto un’alleanza balcanico-orientale sotto l’egida della Freedom House, delegittimando organismi internazionali già esistenti e puntando sul potere dell’unità popolare, che di “popolare” ha  ben poco. 
 
Categoria: Diritti, Media
Luogo: Albania
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