Scritto per noi
da Luca Ferrari
Lo Sri Lanka, perla dell’Oceano
Indiano, ha vasti territori minati, dove diversi cartelli indicano le zone non
pericolose. Qui gli scontri fratricidi tra la popolazione singalese e quella tamil
durano dall’inizio degli anni Ottanta e la pace sembra ancora lontana: se da
una parte le Tigri tamil continuano ad arruolare i
bambini soldato, dall’altra la presidente
Chandrika Kumaratunga non sembra intenzionata a tornare sui suoi passi e a riprendere
le trattative per un cessate il fuoco definitivo.
Cristiana Natali, antropologa dell’Università di Bologna,
ha di recente pubblicato “Sabbia sugli dei” (Torino, il
Segnalibro, 2004), saggio che tratta dei riti funebri delle Tigri tamil, movimento
ribelle che si oppone al nazionalismo del governo singalese. La Natali ha
cercato di fare luce su un aspetto molto importante della comunità delle Tigri:
le ragioni per cui i guerriglieri nei primi anni Novanta, pur essendo indù,
decisero di non cremare più i corpi dei loro caduti in guerra ma di seppellirli.
Da ciò, hanno avuto origine le prime “case
del sonno”, tuillam illam,
autentici luoghi di culto e della memoria dove i defunti sono considerati addirittura
divinità.
“Questi cimiteri
– spiega la Natali - sono diventati il luogo per eccellenza della memoria e il
fulcro
della nuova struttura sociale”. Le sepolture infatti hanno prodotto molti
cambiamenti sociali e problemi agli stessi tamil delle caste superiori: il
fatto che le tombe siano tutte uguali avvalora la tesi della volontà di creare
una nuova società basata sull’uguaglianza in opposizione alle gerarchie
induiste. Questa sarebbe la versione ufficiale per spiegare il cambiamento di
pratica funeraria: uniformare la pratiche per i morti delle Tigri a quelle
degli eserciti internazionali, anche se esistono molte altre interpretazioni
non ancora assodate. Il mito di una “nuova società” è stato del resto inseguito
da tutti i movimenti rivoluzionari, tra i quali in Asia il terribile esercito
dei khmer rossi di Pol Pot con la conseguente attuazione di un vero e proprio
genocidio.

La scelta delle sepolture da parte delle Tigri, dunque,
non è di poco conto ed è stata contestata fortemente anche dalle autorità. Nel
1995 per esempio, durante la presa di Jaffna da parte dell’esercito
governativo, i militari distrussero svariati
tuillam illam. Nonostante la distruzione di questi nuovi cimiteri sia
un fatto assodato, ufficialmente il fatto non è mai accaduto in Sri Lanka. Non
ci sono né denunce né è mai stata aperta un’indagine. “Informalmente mi hanno
riferito
delle profanazioni - aggiuge la ricercatrice - formalmente no. Nemmeno gli
esponenti della Croce Rossa Internazionale, per il problema della regola
dell’imparzialità, hanno potuto esprimersi in merito”.
Per scrivere “Sabbia
sugli dei” la Natali è entrata in contatto con la popolazione Tamil, malgrado
alcune reticenze e limitazioni. Una volta entrata nel territorio delle Tigri,
pur
avendo i documenti del Dipartimento che spiegavano ciò che era venuta a fare,
le furono fatte ripetute e diverse domande sugli scopi della sua permanenza. Quando
però uscì sul giornale di Jaffna un articolo in cui si segnalava la presenza di un’antropologa
italiana che stava conducendo ricerche, Cristiana spiega che “fu chiarito il
mio ruolo. C’è stata a lungo la
censura di guerra da queste parti. Le persone sapevano che parlando con me,
probabilmente poi avrei riferito di loro in un altro Paese. Ma è prevalso il
bisogno di raccontarsi. Nel mio libro, infatti, c’è una parte dedicata ai
caduti delle Tigri e alle loro storie quotidiane. Ho intervistato la madre di
una combattente che mi ha donato le fotografie in abiti civili e militari della
figlia uccisa da un colpo di mortaio. E anche se i nomi nel mio libro non
vengono mai citati, ma sono utilizzati solo pseudonimi, lei invece mi chiese
espressamente di pubblicare la storia della figlia”.

Nonostante le indagini della Natali siano antropologiche, è
impossibile trascurare il risvolto umano: “Anche semplicemente perché la gente
ti ospita, ti dà da mangiare. Accadeva spesso che fossi io ad essere
intervistata in quanto, per la maggior parte di loro e soprattutto per gli
anziani ero la prima persona straniera che incontravano nella loro vita”.
Dopo essere stata in Sri Lanka nel 2002 e nel 2003, da
pochi giorni l’antropologa è ritornata nell’isola, sempre nella zona tamil e si
tratterrà per tre mesi nei campi profughi per documentare il problema delle
vedove e della violenza su donne e bambini dopo il recente e devastante
tsunami.
Intanto il conflitto tra le due comunità srilankesi sta
attraversando un periodo di stallo e le previsioni di un miglioramento della
situazione non sono floridissime. “Un anno e mezzo fa c’erano molte più
speranze - spiega la ricercatrice - adesso la situazione mi sembra buia. C’è
sicuramente la volontà di finire questa guerra. Dopo vent’anni di conflitto la
gente non ne può più. Intere generazioni, da una parte e dall’altra, hanno visto
solo guerra. Un militare singalese mi diceva che loro sarebbero contenti della
pace, ma che lavoro troveranno dopo? Nel governo ci sono delle componenti molto
importanti che si oppongono al processo di pace perché non vogliono cedere
alcuna parte dell’isola. È ovvio che quando c’è un nazionalismo esasperato,
diventa difficile scendere a patti”.