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Finché cantavano sul marciapiede davanti al centro di reclutamento, ogni mercoledì
mattina da tre anni, le avevano anche sopportate. Duravano qualche ora e poi se
ne andavano. Ma mercoledì 13 luglio, dal punto di vista dei militari, hanno esagerato:
invece di fermarsi in strada, stavolta hanno deciso di entrare. Continuando a
cantare le loro canzoni pacifiste. E in più chiedendo di arruolarsi nell’esercito
e di essere mandate in Iraq. I reclutatori di Tucson, in Arizona, si sono spazientiti
e hanno chiamato la polizia. Come risultato, cinque delle dimostranti sono state
fermate per violazione di proprietà privata. E ora dovranno comparire davanti
al giudice fra tre settimane.
Le nonnine infuriate. Una normale storia di scaramucce tra pacifisti e reclutatori dell’esercito?
Lo sarebbe anche, se non fosse per l’età delle dimostranti: tutte tra i 55 e gli
81 anni. Sono le “raging grannies”, le nonnine infuriate che fanno parte della Women’s International League for Peace and Freedom. Attempate, ma non per questo meno combattive: gruppi del genere – il primo
è nato nel 1987 in Virginia – sono spuntati in decine di città statunitensi negli
ultimi anni. Le “nonnine” si vestono con abiti sgargianti, quasi a voler sfidare
gli stereotipi. E quelle di Tucson fanno particolarmente sul serio. “Siamo entrate
nel centro dicendo che volevamo arruolarci per far ritornare a casa i nostri nipoti
, ma non ci hanno creduto”, dice Pat Birnie, 75 anni, la leader del gruppo. “Invece
di ascoltarci, hanno chiamato la polizia – aggiunge la 74enne Betty Schroeder
–. Avrebbero dovuto dirci i requisiti, ma si rifiutavano di parlarci. Avrebbero
dovuto dire ‘siete troppo vecchie’”.
Rischiano una condanna. Dopo aver letto un proclama di pace, le nonnine sono uscite dalla stazione di
reclutamento. Ma a quel punto è arrivata la polizia, chiamata dai militari. Gli
agenti hanno chiesto ai reclutatori di indicare le “intruse”. Ed è scattato l’arresto
per cinque di loro. Per la Birnie si è trattata di una “reazione eccessiva”, perché
le donne erano veramente intenzionate ad arruolarsi: “Noi abbiamo già vissuto
abbastanza, mentre migliaia di ragazzi muoiono in Iraq o tornano a casa traumatizzati”.
Ieri le donne si sono dichiarate innocenti davanti al giudice preliminare, nella
speranza che le accuse fossero lasciate cadere. Invece il procedimento va avanti:
il 19 agosto si terrà un’udienza preliminare, poi le nonnine potrebbero essere
rinviate a giudizio.
La polemica. Il sergente Nancy Hutchinson, portavoce dei centri di reclutamento dell’Arizona,
non vede di buon occhio le raging grannies e crede che le loro proteste dovrebbero prendere altre forme, contattando i
loro rappresentanti al Congresso invece di importunare i reclutatori. “Dovrebbero
dirigere le loro frustrazioni verso le persone che hanno il potere di cambiare
le cose – dice –. I reclutatori non fanno le politiche e non le cambiano. Hanno
un lavoro da fare ed eseguono gli ordini”. Le nonnine però non demordono. E non
escludono di contattare direttamente il Pentagono per vedere se possono essere
mandate in Iraq. Magari senza dover prima passare dal carcere.
Alessandro Ursic