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Il compito di perpetuare la centenaria tradizione gastronomica giapponese, servendo
carne di balena sui propri tavoli, spetta probabilmente al più improbabile (e
meno tradizionale) dei luoghi di ristorazione nipponici: un fast-food. Il mese
scorso, il "Lucky Pierrot" di Hakodate, sull'isola di Hokkaido, ha infatti deciso
di proporre hamburger di cetaceo ai suoi clienti. "Non che non ne abbiano mai
mangiata - spiega il direttore del locale, Miky Oh -, anzi, si tratta solo di
offrire un piatto tradizionale in una veste differente". E se i bambini che la
provano per la prima volta rispondono che "ha un gusto tra la carne e il pesce",
i più grandi "avvertono una certa nostalgia nel mangiarla". Le mense scolastiche
giapponesi hanno infatti servito carne di balena fino al 1986. In quell'anno la
Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc) - un organismo composto
da una sessantina di Paesi - indisse una moratoria per vietarne l'uccisione a
fini commerciali. Ma le baleniere di Tokyo continuarono a solcare i mari. In barba
alla Commissione, che il 24 giugno scorso, durante il meeting annuale tenutosi
a Uslan, in Corea del Sud, ha posto il veto all'ennesima richiesta giapponese
di rafforzare il programma di "ricerca scientifica". Sotto questa dizione si nasconde
un'intensa attività di pesca, che di scientifico ha ben poco. Non essendo le decisioni
della Commissione vincolanti, il Giappone ha decretato 'd'imperio' di raddoppiare
le sue quote: da 440 a 850 esemplari cacciati all'anno.
Una mattanza. Balene pescate, uccise e sezionate "per capire le loro abitudini alimentari
e determinarne il sesso e le condizioni riproduttive". Un'attività che, secondo
quanto riporta il Wwf nel rapporto 'Science, profit and politcs: scientific whaling
in the 21st century', avrebbe potuto essere evitata, perché 'la semplice analisi
di campioni cutanei, e la biopsia di tali tessuti, sarebbe da sola sufficiente
a capire sesso e stato di gravidanza senza uccidere gli animali'. In realtà, sotto
i cosiddetti 'fini scientifici' si nasconde un colossale mercato, che eludendo
la moratoria dell'86, va a ingrassare il lucroso commercio della prelibata carne
di balena, finendo non solo sui banchi dei negozi specializzati e nei gourmet
dei ristoranti più esclusivi, dove diventa 'sushi', ma anche nei supermarket e,
da pochi giorni, addirittura nei fast-food. Il rapporto del Wwf rivela che dal
1986 sono state uccise oltre 24mila balene, 7mila delle quali 'in nome della scienza'.
Non è servita l'indignazione e la condanna di associazioni ambientaliste come
Greenpeace e Wwf (che partecipano al comitato scientifico della Commissione in
veste di 'osservatori') a dissuadere il Paese del Sol Levante dall'intensificare
la caccia, aggiungendo invece due nuove specie (la megattera, a rischio estinzione,
e un particolare tipo di balenottera) alle quattro già cacciate (il capodoglio,
la balenottera comune e quella rostrata). Né è servito che a Uslan la mozione
dell'Australia per abolire i metodi di ricerca letali, che ha raccolto la maggioranza
dei voti, sconfiggesse il Giappone e i suoi 'alleati'. Tokyo continuerà per la
sua strada. Ma la cosa da chiedersi è tuttavia un'altra: perché il Giappone insiste
nel comprare i voti dei Paesi che compongono la Commissione, se in seguito si
rivela del tutto insensibile alle sue deliberazioni?
Voti comprati e voti venduti. La Dominica è uno sputo nell'Oceano. Un puntino sul planisfero in corrispondenza
del quale vi è un'incantevole isola caraibica. La sua popolazione è inferiore
a quella di una piccola città italiana. Ma la sua importanza è cruciale nelle
lotte di potere che si scatenano in seno alla Commissione. Così come il ruolo
di altri piccoli Paesi centramericani, africani e polinesiani, che il Giappone
guadagna alla sua causa con laute remunerazioni. Sul tetto della principale industria
ittica della capitale di Dominica, Roseau, insieme alla bandiera nazionale sventola
quella giapponese. Nelle piccole strade dell'isola circolano quasi esclusivamente
Toyota, Honda e Nissan. Più due ambulanze del valore di 38mila dollari ciascuna.
Donate da Tokyo. Dominica, come in passato Antigua e Barbuda, Saint Lucia, Saint
Vincent and Grenadine, è altrettanto sensibile agli aiuti giapponesi quanto le
Isole Salomone, alle quali Tokyo ha pagato i costi di partecipazione al summit
di Ulsan (oltre 40mila dollari), incluso viaggio e permanenza, oltre a fornire
beni materiali come barche ed attrezzatura da pesca. Con un gesto tutt'altro che
salomonico, il Premier, Allan Kemakeza, ha deciso di appoggiare Tokyo, contrariamente
alle promesse fatte in occasione del summit di Ulsan al ministro australiano per
l'Ambiente, Ian Campbell, deciso sostenitore di una moratoria totale della caccia.
Il paradosso. Oltre ad avere economie disastrate, i Paesi che non riescono a resistere alle
lusinghe giapponesi sono anche quelli dove l'attività di whale watching, l'osservazione dei cetacei, è più estesa e frequente. Audrey Cardwell, attivista
di Greenpeace, sostiene che tali Paesi potrebbero fare più quattrini con il turismo
che vendendo i loro voti al Giappone o commerciando carne di cetaceo. "Quando
si uccide una balena - ha spiegato in un intervista al Guardian qualche mese fa
- si ha un profitto immediato. Ma se la stessa balena la si lascia vivere, si
possono fare molti più soldi portando la gente a guardarla, tre volte al giorno,
per 50 anni". Fate voi i conti. Il whale watching viene ormai praticato in 87 nazioni da oltre 9 milioni di persone all’anno.
Quanto remunerativo possa essere semplicemente guardarle, le balene, lo si apprende
dall'Islanda, uno dei cinque Paesi 'cacciatori' assieme a Giappone, Russia, Norvegia
e Corea del Sud: nel 2001, 60mila 'whale watchers' hanno portato a Reykjavik profitti
per oltre 14 milioni di dollari. Gli 'osservatori di balene' in Australia hanno
invece superato il milione e mezzo nel 2004, apportando all'economia nazionale
l'equivalente di 180 milioni di euro, in un settore che continua a crescere ad
un ritmo del 15% annuo. Altro che sushi o hamburger.Luca Galassi