Teheran (Iran) - Akbar Ganji è in questi giorni sulla bocca di tutti a
Teheran. Si parla infatti di una possibile grazia per il giornalista, oramai in
carcere dal gennaio del 2001. I suoi capi di accusa sono pesantissimi. Tra i tanti
vi sono quello di aver legato alti funzionari della magistratura all’ondata di
omicidi di intellettuali avvenuta nel 1998 e quello di aver accusato di
corruzione degli importanti religiosi, durante il processo all’ex sindaco di Teheran
Abdol Huissein Karbashi. Tuttavia, a quanto sembra, è proprio la magistratura
stessa a tendergli la mano, consolidando una linea che l’Ayatollah Shahrudi, attuale
capo dell’organo giudiziario, ha inaugurato con un paragone tra il
comportamento degli agenti iraniani e quelli statunitensi a Guantanamo.
Ma il clima di tensione non scende. La scorsa settimana si è
svolta una manifestazione di sostegno al dissidente incarcerato, che è stata
dispersa con la violenza. Ganji era in sciopero della fame da più di un mese
col fine di ottenere la grazia, sciopero sospeso in seguito alle dichiarazioni
di Shahrudi.
"Ha giocato troppo a calcio...". Ma le condizioni del dissidente non sono incoraggianti: Ganji è
stato ricoverato la settimana scorsa all’ospedale cittadino 'Milad'. La
famiglia rende noto che avrebbe perso una ventina di chili, compromettendo
gravemente la propria salute. Il
Teheran
Times (principale giornale in lingua inglese di Persia, ndr) ha pubblicato il
referto del primario dell’ospedale, il dottor Fattahi, il quale ha dichiarato
che il giornalista avrebbe ricominciato a nutrirsi facendo sperare in una,
seppur lenta, ripresa. Ma Fattahi ha anche precisato che il reale motivo del
ricovero di Ganji sarebbe stata una operazione al menisco. “Non conosco
tuttavia le cause che hanno portato alla rottura dell’articolazione”, ha
inoltre dichiarato il medico. Said Mortasavi, il procuratore di Teheran, ha
risposto che “il problema di Ganji è quello di aver giocato troppo a calcio in
carcere”, definendo inoltre lo sciopero della fame “una menzogna”.
Tutti con lui. Akbar Ganji è diventato una sorta di simbolo di dissidenza
per il Paese. L’opinione pubblica inoltre rimane convinta che i rappresentanti
del governo e della magistratura non dicano la verità, e per la maggior parte,
è
favorevole alla grazia e al rilascio del giornalista. Si tratta dell’ennesimo
terreno di scontro tra una magistratura che nega ogni capo di accusa le venga
rivolto e le associazioni in difesa dei diritti umani e la famiglia stessa del
condannato. L’organo giudiziario lamenta l’attenzione esagerata dei media sul
caso e condanna il comportamento del prigioniero. D’altra parte, l’associazione
per la libertà di stampa e la stessa famiglia di Ganji accusano il giudiziario
di non aver concesso nessuna attenuante durante la prigionia, nonostante lo
abbia fatto in altri casi. Il capo del dipartimento di giustizia di Teheran,
Mohammad Salarkia, ha dichiarato che sono stati fatti sempre moltissimi sforzi
per cercare di distogliere Ganji dal proposito di continuare lo sciopero della
fame. Ma che questi non hanno mai sortito l’effetto desiderato. “Questo suo
comportamento dà al nemico un pretesto per intervenire”, ha detto alla stampa
iraniana, e ha biasimato i media internazionali per la “falsa propaganda” e per
la strumentalizzazione del caso.
Sono fatti nostri. “Il caso Ganji è una
questione interna all’Iran”, ha dichiarato il ministro degli Esteri, Yussef
Asefi, chiedendo agli attori internazionali di non interferire. “Europa e Stati
Uniti parlano di diritti umani negati in Iran, ma non parlano mai delle torture
di Abu Ghraib o dei crimini commessi in Iraq o Afghanistan”, ha detto al
quotidiano riformista
Iran News il portavoce del Parlamento, Ghomali Haddad
Adel. Sono stati in molti ad intervenire in favore della liberazione di Ganji,
sia a livello internazionale che nazionale. Sicuramente il personaggio che
maggiormente conta è Mohammad Khatami, presidente ancora per una settimana.
Khatami ha infatti domandato a Shahrudi di studiare attentamente il caso Ganji,
e di valutare con cura la possibilità di una grazia. “Se vi sono le condizioni
legali necessarie, il condannato sarà rilasciato”, si è limitato a dichiarare
dal
canto suo l’Ayatollah che comanda sui giudici. Ma in sostegno del giornalista
si è espressa anche Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, che
oltretutto si occupa della sua difesa legale.
Nei prossimi giorni si consumerà il destino di Akbar Ganji.
Quello che molti pensano è che questa decisione debba essere presa prima del 4
di agosto, data di insediamento della nuova presidenza. Tuttavia l’impressione
è
che qualsiasi posizione assuma la magistratura, nulla potrà ridargli la fiducia
dell'opinione pubblica.