
“La situazione diventa sempre più grave. Per capire il dramma degli sfollati
da Falluja basta guardare l’esempio della cittadina di Amirya, a 20 chilometri
da Falluja. Il 26 ottobre accoglieva 150 famiglie di sfollati dalla città sunnita,
adesso ci sono quasi 17 mila nuclei familiari”.
Daunia Pavone, responsabile del Consorzio Italiano di Solidarietà (Ics) risponde
da Amman, in Giordania, da dove coordina le attività di sette iracheni che lavorano
per l’ong italiana. “Cerchiamo di monitorare la situazione dei profughi interni
nel governatorato di al-Anbar, dove si trovano Falluja e Ramadi. Manca tutto,
dall’accesso all’acqua potabile ai medicinali, dai materassi alle coperte”.
La popolazione di Falluja prima dell’assedio di aprile del 2004 contava quasi
300 mila abitanti. Molti avevano cominciato a scappare in quel periodo, ma non
così disperatamente, appoggiandosi soprattutto alle famiglie di parenti e amici
nella zona. Il flusso degli sfollati è andato progressivamente aumentando e adesso,
secondo le fonti mediche locali e quelle giornalistiche, sarebbe rimasto in città
non più del 20 per cento della popolazione.
“Le famiglie hanno cominciato ad occupare tutte le strutture che potevano offrigli
un minimo di rifugio”, racconta la Pavone, “edifici pubblici, scuole e moschee.
Qui il governo di Allawi è completamente assente, non c’è neanche il governatore.
Il dramma è che per ottenere le razioni alimentari bisogna avere una tessera del
municipio di residenza. Tutta questa gente che è fuggita non ha nessun diritto
per il cibo e chi è rimasto non viene approvvigionato per il pericolo rappresentato
dal trasporto dei generi alimentari”.

Fonti giornalistiche da Falluja raccontavano di una coda interminabile di auto,
stipate all’inverosimile di ogni tipo di masserizia. Sono le circa duemila famiglie
rimaste a Falluja. Fuggono dalle bombe sganciate dall’aviazione statunitense e
dal freddo che è ormai alle porte, con il suo carico di fame e malattie, visto
che i centri medici non riescono a lavorare per mancanza di rifornimenti.
Come le quasi 12 mila famiglie di Falluja che hanno occupato quello che una volta
era un residence turistico a Hebbaniya. Lo sceicco Khaled Hammud, uno dei notabili
religiosi di Falluja, ha lanciato un appello nei giorni scorsi per loro, a cui
manca tutto.
Le operazioni dei militari della coalizione erano state precedute da un appello
lanciato nei giorni scorsi attraverso il lancio di volantini in città e l’uso
di megafoni. Il comunicato invitava le donne e i bambini ad abbandonare la città.
Inoltre sottolineava che tutti gli uomini sotto i 45 anni sarebbero stati considerati
combattenti e tutti quelli armati, al di là dell’età, sarebbero stati arrestati.
In città vige il coprifuoco dalle 18.00 alle 6.00 del mattino dopo e la popolazione
di Falluja viene invitata a collaborare con i militari Usa nella cattura dei terroristi.
Obiettivo dell’attacco è infatti la riconquista della città che viene considerata
la roccaforte della resistenza irachena e il nascondiglio del terrorista giordano
Musab al-Zarqawi.

Ieri sera Falluja è stata bersaglio di un bombardamento terribile, che doveva
sostanzialmente aprire la strada ai 20 mila militari, statunitensi e iracheni,
accampati alle porte della città. Le bombe hanno centrato in pieno un grande magazzino
di medicinali e, subito dopo il sorgere del sole, i militari hanno preso il controllo
dei due ponti sul fiume Eufrate e del principale ospedale di Falluja, sul quale
da un po’ sventola la bandiera irachena.
Il primo bilancio dei combattimenti dell'operazione battezzata Phantom Fury, secondo fonti mediche locali, riporta la morte di 12 civili, alcuni dei quali
sono rimasti uccisi nel crollo di una palazzina colpita dai bombardamenti, mentre
gli altri sono morti mentre si recavano ad un funerale nel Cimitero dei Martiri
della città. Tra gli attaccanti sono due le vittime: due soldati Usa che sono
morti affogati nel fiume Eufrate quando il loro mezzo è precipitato in acqua imprigionandoli.
Secondo alcuni reporter che si trovano in città, le forze della coalizione hanno
trovato scarsa resistenza all’alba, ma con il passare delle ore la battaglia si
è fatta più dura. Si combatte casa per casa in uno scenario spettrale, fatto di
rovine e distruzione.

Il contingente incaricato di riconquistare Falluja è composto da corpi speciali
Usa e dal battaglione iracheno chiamato
Shahwanis, un corpo d’elite composto di uomini che militavano nell’esercito del deposto
regime di Saddam Hussein. Questo reparto è stato addestrato da ottobre alla guerriglia
urbana e viene pagato direttamente dal Pentagono. Il sergente Michael Applegate,
uno degli addestratori statunitensi, ha reso noto nei giorni scorsi che 138 elementi
del battaglione si sono rifiutati di combattere a Falluja.
A loro si rivolgeva oggi un appello degli ulema del Muslim Clerics Association
che chiedeva “alle forze irachene e a tutti i musulmani di guardarsi dal compiere
il grave errore d’invadere Falluja sotto l’insegna di forze che non hanno rispetto
né per la religione né per i diritti umani”.
La Shura dei muhjaiddin (Consiglio dei combattenti) di Falluja aveva lanciato un appello nel quale specificava
che “tutti i media avranno il permesso di entrare a Fallujaper testimoniare la
crociata contro l’Islam e vedere la vera faccia dell’America”. Appelli ai quali
oggi si è aggiunto un invito alla guerra santa generalizzata lanciato da un gruppo
che si dice vicino ad al-Zarqawi.
Guerra di bombe e di parole, con in mezzo la gente che è ancora imprigionata
a Falluja. E quelli che sono riusciti ad allontanarsi non stanno meglio. Il 6
novembre, il quotidiano giordano Alarab Alyawm, riportava la notizia che sarebbero oltre 7 mila gli iracheni che hanno passato
il confine con la Giordania. Oggi il governo Allawi ha fatto sapere che una delle
misure dello stato d’emergenza dichiarato in tutto il Paese per 60 giorni è proprio
quella di chiudere quella frontiera e quella con la Siria. Un’altra porta che
si chiude in faccia ai dannati di Falluja.