
In un Paese appena uscito da 21anni di guerra civile, l’ex
capo ribelle John Garang è l’uomo del momento. Sessantenne, ha guidato fin
dall’inizio gli insorti dello ‘Spla’ (‘
Sudan’s
people Liberation army’ ‘Esercito di liberazione del popolo sudanese’) e
del loro braccio politico, lo ‘Splm’ (‘
Sudan’s
people Liberation movement’, ‘Movimento per la Liberazione del popolo
sudanese’), stabilito nel sud a maggioranza cristiana per opporsi al governo di
Khartum, accusato di voler imporre un predominio del settentrione musulmano.
Dopo un conflitto che ha causato un milione e mezzo di morti e 4 milioni di
profughi, lo Splm ha firmato lo scorso gennaio in Nigeria accordi di pace col
partito del presidente Omar al Bashir: i due movimenti si sono accordati perché
le risorse meridionali, tra cui vasti giacimenti petroliferi ancora intatti,
vengano sfruttate al 50 percento tra Nord e Sud, perché non si applichi nelle
province cristiane la
Sharia (legge
coranica) in vigore in Sudan dal 1991, e per formare un Governo di unità
nazionale. Alle province ribelli è stata accordata l’amministrazione ad interim
per un periodo di sei anni, al termine dei quali è previsto un referendum per
l’eventuale
secessione.
L’uomo del giorno.
Sabato 9 giugno Garang ha giurato come primo vice presidente sudanese davanti
una platea internazionale di Capi di
Stato africani, rappresentanti dell’Unione europea e del Governo Usa, oltre al
Segretario generale Onu Kofi Annan.
Siederà appena un gradino sotto el Bashir, che aveva preso il potere nel 1989
con un colpo di stato militare ai danni del premier Sadiq el Mahdi. Il leader
Splm ha poi dissolto lunedì scorso il Consiglio direttivo del suo movimento,
lasciando in vigore solo le cariche di presidente e vicepresidente. Cancellati
anche Consiglio legislativo ed Esecutivo, che comandavano sul Sud ribelle,
oltre alle amministrazioni provinciali e regionali. Al guidare le 10 province
meridionali Garang ha insediato per decreto governatori ad interim. Dal canto
suo, il generale golpista ha tolto lo stato
d’emergenza decretato nel 1999, mentre aveva liberato pochi giorni prima il
dissidente
Hassan al Thurabi, leader del Fronte Nazionale Islamico, suo ex
alleato di governo che si era battuto per l’approvazione della Sharia, ma è stato
anche il primo a cercare un accordo di pace nel 1999 con i ribelli
meridionali.
Thurabi rimane una voce dissidente: critica la nuova
Costituzione nata dagli accordi di pace, che divide il potere tra
musulmani e
cristiani, ma che non tiene conto degli altri fronti ribelli, Darfur ed
Est del
Paese. “La nuova Costituzione mette a rischio l’unità del Paese – ha
detto al
Thurabi ai microfoni della ‘Bbc’ – l’intera nazione potrebbe
disintegrarsi”. La
nuova carta suprema sudanese prevede che il ‘National Congress’ di al
Bashir
abbia il 52 percento dei seggi in parlamento e nel Governo, e per lo
Splm un 28
percento; il restante 20 agli altri. “E’ una Costituzione incompleta –
ha detto al Mahdi – rischiamo di creare nel paese una diarchia, mentre
adesso abbiamo
molti problemi a est e ovest. Per risolverli dovremmo trovare accordi
con le
altre parti e assicurare loro rappresentanza istituzionale”.
“Lo chiamano
governo d’Unità nazionale ma non so cosa intendano” accusa Hafiz Mohammed,
della Ong ‘Justice for Africa’
raggiunto per telefono da
PeaceReporter. “I due insieme hanno l’80 percento del potere, e gli
altri gruppi sono in minoranza: il ‘
National
Front’ di Thurabi è stato estromesso, lo ‘
Umma party’ di el Mahdi è
sottorappresentato, così come il partito del vicepresidente Mohamad Osman el
Taha. E questo sia nel Governo che nella Commissione di Riforma costituzionale,
che deve produrre la versione definitiva della nostra carta suprema”, continua
Hafiz.
Non è finita qui.
I ribelli del Darfur, al confine nord ovest con il Ciad, non hanno voce nelle
nuove istituzioni. Le guerriglie ‘Jem’ (‘
Justice
and equality movement’ Movimento per l’uguaglianza e la giustizia) e ‘Sla’
(
Sudan Liberation Army’, Esercito di
liberazione del Sudan) hanno iniziato nel febbraio 2003 una guerra civile
contro Khartum, accusata di favorire le popolazioni arabe a favore dei
nativi costata finora 70mila morti e un
milione e mezzo di rifugiati. Per l’Onu, la “maggiore emergenza umanitaria in
corso sul pianeta”.
Due settimane or sono nella capitale nigeriana sono stati
fissati i primi punti fermi per un eventuale accordo di pace tra governo, 'Jem'
e 'Sla', come ad esempio mantenere
l’unità nazionale. Mentre da un mese i ribelli dell’
Eastern Front che riunisce milizie dei popoli Rashaida e Beja hanno
attaccato posizioni governative nella regione del Mar Rosso, reclamando
investimenti in infrastrutture nelle loro province arretrate.
“L’accordo con i
ribelli del Sud si basava sulla divisione delle risorse – continua Hafiz – ma
lo stesso dovrebbe ora capitare con i darfurini e i Beja. Nei negoziati del 2
agosto Jem e Sla chiederanno di essere ripagati dei danni subiti nella guerra
civile, e nuovi fondi per la ricostruzione del Darfur. Sarò molto difficile per
Khartum dislocare nuovi fondi dopo aver già diviso gli introiti con lo Splm”.
Da nemici ad amiconi.
All’insediamento di Garang, salutato dagli Usa come “un giorno
storico per il Sudan” e "uno sviluppo positivo" secondo la Segretaria
di Stato, era presente anche il vice di
Condoleeza Rice, l’ex ambasciatore Robert Zoellnick. Un segnale del
crecente interesse di Washington verso uno stato con il quale negli
ultimi anni la
tensione era a uno stadio critico, per le accuse rivolte ad al Bashir
di
ospitare elementi di Al Qaida sul suo territorio. L’intelligence Usa ha
provato
che lo stesso Osama Bin Laden ha trovato rifugio per un periodo a
Khartum,
tanto che nel 1998 l’allora presidente Bill Clinton ordinò un raid
aereo in
territorio sudanese mirato a ucciderlo. Adesso i sudanesi sembrano
capire che dopo l’11 settembre certe frequentazioni sono
pericolose, e relazioni attuali con Washington sono cambiate.
Zoellnick, dopo un colloquio riservato con il ministro degli Esteri
Mustafa
Utman Ismail, ha detto di aver avviato le procedure per sollevare le
sanzioni commerciali imposte al Sudan nel lontano 1997. Ismail ha anche
dichiarato che Zoellnick gli avrebbe “confermato
l’intenzione del governo Bush di costruire a Khartum la più grande
ambasciata
Usa in Africa, a dimostrazione dei nuovi rapporti tra i nostri Paesi”.
Sempre dal 1997, Washington non ha un ambasciatore nel Paese.
Così come lo dimostra l'incontro di alto livello tra la Condoleeza Rice
in persona e il presidente in corso oggi. Nemmeno alcuni piccoli screzi
possono disturbare il clima di distensione; può per esempio capitare
che gli scagnozzi di Al Bashir chiudano fuori dal palazzo la stampa Usa
che voleva immortalare l'evento diplomatico, o che alcuni funzionari al
seguito di Rice siano bloccati fuori dalle segrete stanze. In Sudan non
sono usi a queste intromissioni della stampa. Ma la Segretario di stato
ha chiarito subito quale sia la '
politesse' richiesta nel trattare con gli
yankees.
"Pretendo delle scuse immediate dal signor Presidente; sono rimasta
molto male a sapere che quelle persone erano rimaste fuori", ha detto
Rice. Ma i rapporti Washington-Khartum non ne vengono poi così minati.
“Gli Usa
sono interessati ad un Sudan stabile, per investire nel settore
petrolifero
nascente – chiarisce Hafiz Mohammed– ed al Bashir con la ‘Guerra al
terrore’ ha
cambiato atteggiamento. E’ rimasto terrorizzato dalla prospettiva di
fare la
fine dei talebani e adesso recita la parte del ‘bravo ragazzo’. Senza
l’11
settembre non ci sarebbe stata questa pace. Adesso gli Usa si stanno
assicurando che il Sudan non possa più essere un rifugio per Qaidisti:
il capo
dell’intelligence sudanese Salah Abdallah è addirittura andato a
Washington ed
ha stretto accordi di cooperazione con la Cia”.
Ma c’è dimezzo l’oro
nero… In questo quadro, l’aspetto più succulento è che a Sud sono stati
segnalati enormi giacimenti di petrolio. Le concessioni per l’esplorazione sono
bloccate dall’inizio della guerra civile, ma ora che si sa che i proventi
verranno incassati dalle due parti, si sono sbloccate le contrattazioni. Con
qualche piccolo inconveniente, come accaduto alla compagnia francese ‘Total’,
che aveva ottenuto nel 1980 da el Beshir, sempre spalleggiato da Parigi,
l’esplorazione e sfruttamento di una zona denominata ‘B’ nel meridione. Ma il
16 febbraio scorso una compagnia britannica poco conosciuta, la ‘White Nile’ ha
firmato con un contratto con lo Splm per esplorare una zona di 67mila
chilometri quadri, ricompresa nel settore per il quale Total aveva ottenuto la
concessione. Riak Machar, vicepresidente dello Splm, ha giustificato il voltafaccia
con la fine della concessione ventennale accordata ai francesi, sottolineando
che quando 'Total' si era fatta viva con lo Splm nel 2004, i ribelli del Sud
avevano già accordi con ‘White Nile’. Secondo gli accordi di Pace, adesso le
concessioni verranno decise dal Ministero dell’Energia e dalla Commissione
nazionale idrocarburi. Il cambio di rotta dell’ex nemico di Washington
apre nuovi scenari nel mercato petrolifero africano, proprio
mentre gli Usa intendono “riaprire proficue relazioni commerciali con
il Sudan”. “Il responsabile Splm per gli idrocarburi è Costellu Garang, fratello
del leader –spiega Hafiz – e negli ultimi mesi è stato segnalato spesso a
Londra, dove verrebbe a concludere accordi commerciali. Lo Splm si sta muovendo per sfruttare le nuove ricchezze”.