01/08/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Afghanistan, nei villaggi di montagna si discute di elezioni e pace
Scritto per noi da
Tommaso Merlo
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Villaggio di montagna (foto E. Piovesana)
Badakshan (Afghanistan) - Mahmud e’ uno degli esclusi dalla lista elettorale
provvisoria perché sospettato di comandare un esercito privato.
Mentre ritira il formulario per fare appello esprime tutto il suo rammarico: “Mi sono candidato perché me l’ha chiesto la mia gente. Mi hanno spinto a farlo perché sono il loro leader e credono in me.”
Abdul e’ nella stessa situazione, ma la mette sul piano legale: “E’ vero, avevo un mio esercito ma l’ho congedato. Ho anche consegnato tutte le armi alle autorità che mi hanno rilasciato un attestato. Ho diritto a candidarmi”.
Hamid, un altro vecchio ‘commander’ sorride: forse sa già come andrà a finire.
 
Gente di un vilalggio (foto E. Piovesana)“Qui lo stato non esiste”. Waid e’ un insegnante in pensione tornato al suo paesino tra le montagne del nord: “Non abbiamo strade, né elettricità, né acqua corrente. Ma ogni tanto si vede spuntare qualche antenna parabolica, e molti hanno il telefono satellitare. Ognuno pensa per sé”.
Sorab, contadino, ha perso due figli appena nati: “Qui muoiono più neonati che vecchi e quando ci si ammala dobbiamo arrangiarci, perché il primo ospedale è a sei giorni d’asino”. “I ponti sono fatti con i resti dei carri armati russi – continua Waid – e i bambini fanno lezione nei prati. La verità è  che qui lo stato non esiste, e la gente ha sempre lottato per sopravvivere”.
 
Gente di un villaggio (foto E. Piovesana)“Non si mangia con i principi”. E le elezioni? Mancano solo due mesi alla nascita del primo parlamento postbellico.
Asif, allevatore, è favorevole: “Ho visto dei forestieri con dei cartelli colorati che parlavano di elezioni: era divertente. Hanno anche aperto una specie di ufficio giù in paese dove chi vuole votare deve firmare. Io ho firmato”.
Waid lo interrompe: “Non ho niente contro queste elezioni, ma nessuno si faccia illusioni. Non si mangia con i principi”.
“Comunque l’altro giorno mia figlia mi ha chiesto delle elezioni” - insiste Asif - “e meno male che ho ascoltato i forestieri”.
 
Ex mujaheddin (foto E. Piovesana)“Nel sud c’è ancora la guerra”. Nasir, ex mujaheddin, è dubbioso: “Gli americani hanno sconfitto i talebani, ma oggi comandano loro a Kabul.”
Rauf, carpentiere, concorda: “La morte di Massoud è stata una tragedia per noi. Abbiamo perso una guida. Oggi ci sono gli americani e si parla di democrazia, ma la gente piange ancora i propri
morti di oltre vent’anni di guerra”. E continua: “Ben venga la pace, ma nel sud c’e’ ancora la guerra, ci sono ancora i talebani”.
Waid annuisce e scherza: “Per la pace e la democrazia in Afghanistan ci vorranno decenni, speriamo che per l’elettricità e una scuola i nostri neoeletti facciano più in fretta”.
 
Ex mujaheddin (foto E. Piovesana)Riammessi i ‘commander’. Mentre in montagna l’eco delle elezioni passa da villaggio in villaggio, giù in città hanno pubblicato la lista definitiva dei candidati. Mahmud, Abdul e Hamid sono stati riammessi come tanti altri ‘commander’. E come suggerisce la gente di montagna, non c’e’ nulla da scandalizzarsi. Che queste elezioni siano solo un gioco di gruppo, una perdita di tempo o un timido passo avanti, di certo non decideranno il destino dell’Afghanistan. Questo paese deve fare i conti con la propria storia. Per il momento accontentiamoci che le opinioni circolino: anche questa è democrazia.
Categoria: Elezioni, Guerra, Pace, Politica
Luogo: Afghanistan
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