Scritto per noi da
Tommaso Merlo*
Badakshan (Afghanistan) - Mahmud e’ uno degli esclusi dalla lista elettorale
provvisoria perché sospettato di comandare un
esercito privato.
Mentre ritira
il formulario per fare appello esprime tutto il suo rammarico: “Mi sono
candidato perché me l’ha chiesto la mia gente. Mi hanno spinto a farlo perché
sono il loro leader e credono in me.”
Abdul e’ nella stessa situazione, ma la mette sul piano
legale: “E’ vero, avevo un mio esercito ma l’ho congedato. Ho anche consegnato
tutte
le armi alle autorità che mi hanno rilasciato un attestato. Ho diritto a
candidarmi”.
Hamid, un altro vecchio ‘commander’ sorride: forse sa già come
andrà a finire.
“Qui lo stato non
esiste”. Waid e’ un insegnante in pensione tornato al suo paesino tra le
montagne del nord: “Non abbiamo strade, né elettricità, né acqua corrente. Ma
ogni tanto si vede spuntare qualche antenna parabolica, e molti hanno il
telefono satellitare. Ognuno pensa per sé”.
Sorab, contadino, ha perso due figli appena nati: “Qui muoiono
più neonati che vecchi e quando ci si ammala dobbiamo arrangiarci, perché il
primo ospedale è a sei giorni d’asino”. “I ponti sono fatti con i resti dei carri
armati
russi – continua Waid – e i bambini fanno lezione nei prati. La verità è che qui lo stato non esiste, e la gente ha
sempre lottato per sopravvivere”.
“Non si mangia con i
principi”. E le elezioni? Mancano solo due mesi alla nascita del primo parlamento
postbellico.
Asif, allevatore, è favorevole: “Ho visto dei forestieri con
dei cartelli colorati che parlavano di elezioni: era divertente. Hanno anche
aperto una specie di ufficio giù in paese dove chi vuole votare deve firmare.
Io ho firmato”.
Waid lo interrompe: “Non ho niente contro queste elezioni,
ma nessuno si faccia illusioni. Non si mangia con i principi”.
“Comunque l’altro giorno mia figlia mi ha chiesto delle
elezioni” - insiste Asif - “e meno male che ho ascoltato i forestieri”.
“Nel sud c’è ancora
la guerra”. Nasir, ex mujaheddin, è dubbioso: “Gli americani hanno sconfitto
i talebani, ma oggi comandano loro a Kabul.”
Rauf, carpentiere, concorda: “La morte di Massoud è stata
una tragedia per noi. Abbiamo perso una guida. Oggi ci sono gli americani e si
parla di democrazia, ma la gente piange ancora i propri
morti di oltre vent’anni di guerra”. E continua: “Ben venga
la pace, ma nel sud c’e’ ancora la guerra, ci sono ancora i talebani”.
Waid annuisce e scherza: “Per la pace e la democrazia in
Afghanistan ci vorranno decenni, speriamo che per l’elettricità e una scuola i
nostri neoeletti facciano più in fretta”.
Riammessi i ‘commander’.
Mentre in montagna l’eco delle elezioni passa da villaggio in villaggio, giù
in città hanno pubblicato la lista definitiva dei candidati. Mahmud, Abdul e
Hamid sono stati riammessi come tanti altri ‘commander’. E come suggerisce la
gente di montagna, non c’e’ nulla da scandalizzarsi. Che queste elezioni siano
solo un gioco di gruppo, una perdita di tempo o un timido passo avanti, di
certo non decideranno il destino dell’Afghanistan. Questo paese deve fare i
conti con la propria storia. Per il momento accontentiamoci che le opinioni
circolino: anche questa è democrazia.