Il premier tailandese assume poteri discutibili in nome della lotta al terrorismo nel sud
Scritto per noi da
Anna Minuto
La situazione nel
sud musulmano della Thaiandia si fa sempre più critica.
La settimana scorsa,
verso sera, Yala, una città del sud del paese nell’omonima provincia, è stata
scossa da una lunga serie di esplosioni in diversi punti della città. Sono
stati colpiti due alberghi, un ristorante, un supermercato e la centrale
elettrica, lasciando così la città al buio per tutta la notte e provocando l’uccisone
di due ufficiali della polizia e il ferimento di oltre 17 persone fra civili,
poliziotti e militari.
Contemporaneamente,
approfittando del buio e dopo aver cosparso le strade di chiodi e di oggetti
metallici, per intralciare gli spostamenti della polizia e dell’esercito, un
imprecisato numero di militanti musulmani ha aperto il fuoco sull’unità di
guardia della ferrovia Yala-Bangkok, ferendo diversi militari.
Il direttore del
Comando di Peace-Building Thailandia, addetto alla riappacificazione delle tre
province e al loro controllo militare, dopo aver vietato la libera circolazione
dei cittadini, ha rafforzato i controlli sulla città aumentando il numero dei
poliziotti e dei militari di mille unità.
Decreto speciale. A seguito di questo
massiccio attacco, il Primo Ministro Thaksin
Shinawatra ha proclamato lo stato d'emergenza e deciso di mettere
in atto un decreto speciale per amministrare la situazione nel sud.
Questo decreto, che
in futuro si dovrebbe applicare in qualsiasi situazione di emergenza, dal
terrorismo alle calamità naturali, prevede la concentrazione di un grosso
potere decisionale nelle mani del premier stesso, che, con la sola approvazione
del gabinetto, cioè di un ristretto numero di consiglieri, sarebbe autorizzato
a limitare notevolmente le libertà personali dei cittadini. Tra i vari provvedimenti
può dichiarare il coprifuoco, limitare la libertà di circolazione e
imporre l’evacuazione forzata della popolazione, proibire la pubblicazione di
notizie e la distribuzione
di materiale stampato che possa, a sua discrezione, provocare panico o una
distorta informazione, e controllare la corrispondenza e le conversazioni
telefoniche. Inoltre Shinawatra avrà
la facoltà di autorizzare l’uso della forza militare per riportare la
situazione alla normalità ammettendo l’arresto preventivo dei sospetti da un
minimo di sette giorni a un massimo di 30, e rafforzando l’applicazione della
legge marziale, già reintrodotta nel gennaio 2005.

Limitazioni alle libertà. Il decreto entrerà
in vigore domenica 24 luglio e poi dovrà essere approvato dal parlamento il
mese prossimo non solo nelle tre province interessate da tempo da questi
attacchi terroristici, Yala, Pattani e Narathiwat, ma anche in quattro
distretti della vicina provincia di Songkhia. Resterà in vigore per i prossimi
tre mesi con la possibilità di nuove proroghe di tre mesi l’una.
Il vice Primo
Ministro Visanu ammette, tuttavia, che il decreto attacca importanti diritti
civili, ma sostiene anche che la limitazione di certe libertà sia fondamentale
per risolvere la situazione. A riguardo grosse critiche sono arrivate dalla
Commissione per i Diritti Umani della Thailandia, da Anand Panyarachun,
Presidente della Commissione per la Pace e la Riconciliazione (NCR), da
centinaia di cittadini di Bangkok e da più di 4000 studenti, delle principali
città delle tre province del sud, che si sono radunati nelle strade e nelle
piazze per protestare contro la limitazione dei più basilari diritti civili,
l’attribuzione di questo potere ad una sola persona, il Primo Ministro, e per
chiedere la risoluzione pacifica del conflitto, dichiarando: “Non siamo
d’accordo con l’uso della violenza per combattere altra violenza. Vogliamo che
ritorni la pace nelle nostre città”.
Anche cinquantotto
diplomatici stranieri e dodici
ambasciatori hanno espresso forti dubbi sull’efficacia di questo decreto, per
le restrizioni ai diritti civili ed in particolare per l’articolo 17 che esenta
i membri delle forze di sicurezza da ogni provvedimento civile o penale. “Se il
governo vuole arrivare a colpire la mente e il cuore della gente, spero che
questa legge lo possa aiutare, ma deve anche ricordare gli obblighi
internazionali in materia di diritti umani”, ha affermato un diplomatico
europeo.
Gruppi radicali
musulmani hanno cominciato ad attaccare le comunità buddiste del sud a partire
dal gennaio 2004. Il governo ha risposto con una dura repressione poliziesca.
Finora in questo neonato conflitto sono morte oltre 800 persone e ne sono
rimaste ferite 1.500.