20/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Egitto si prepara alle presidenziali di settembre
seconda parte

ayman nour L’uomo nuovo.
Nour, un avvocato molto noto al Cairo, è il presidente del partito al-Ghad (in arabo ‘il domani’). Conosciuto all’inizio solo in patria, è diventato un caso internazionale quando è stato arrestato il 29 gennaio scorso con l’accusa di aver falsificato migliaia delle firme necessarie a rendere legale il suo partito, nato appena tre mesi prima, e che già contava sull’adesione di 6 parlamentari. Le reazioni in Egitto, rispetto all’arresto di un oppositore politico, sono state di una intensità mai vista. Ma le polemiche non si sono fermate ai confini del Paese, arrivando a coinvolgere la stessa amministrazione Bush. La stessa Condoleeza Rice, il Segretario di Stato degli Stati Uniti d'America, minacciò in qui giorni di boicottare un vertice al Cairo tra i ministri degli Esteri dei paesi della Lega Araba e quelli del G8. Non era mai successo prima per un prigioniero politico in Medio Oriente, e tanto meno era mai successo nei confronti di un Paese arabo tradizionalmente alleato come l'Egitto. Nour fu rilasciato il 12 marzo scorso e ad attenderlo fuori c’era una folla notevole guidata dalla moglie dell’avvocato. Il gruppo aveva una caratteristica in comune: un fazzoletto arancione simbolo del partito. Arancione come il colore delle piazze di Kiev e Tblisi e di altre piazze in giro per il mondo caratterizzate negli ultimi tempi da insurrezioni popolari e pacifiche. I commentatori dei giornali vicini a Mubarak (la stragrande maggioranza) hanno subito bollato Nour e il suo movimento come un prodotto statunitense, esportato a suon di dollari da Washington. Ma spesso Mubarak ha utilizzato la chiave dell’antiamericanismo di facciata, quando poi in realtà resta uno degli alleati più fidati degli Usa in Medio Oriente. Allora perché la Rice si è spesa personalmente per Nour? Secondo alcuni commentatori, in anni di guerre che esportano democrazia, un personaggio come Mubarak è indifendibile e l’amministrazione Bush sta premendo da tempo per delle riforme in senso democratico.
 
hosni mubarakIl ‘Faraone’. L’aspetto più imbarazzante della gestione del potere di Mubarak in Egitto è sicuramente quello delle candidature alla Presidenza della Repubblica. Mubarak infatti, dopo l’ascesa al potere in sostituzione di Sadat, è sempre stato regolarmente rieletto dagli egiziani. Ma il sistema delle candidature è bloccato. La legge egiziana prevede infatti che sia il Parlamento a indicare il candidato alla Presidenza. A quel punto alla popolazione non resta che esprimere un si o un no al nome espresso dall’Assemblea Nazionale. In tutti questi anni il nome è stato quello di Mubarak che con il suo National Democratic Party, controlla quasi l’80 per cento dei seggi. Uno dei cavalli di battaglia del Kifaya è proprio la riforma della costituzione egiziana in questo senso. Mubarak, pressato anche da Washington, ha scelto una via di mezzo. Ha indetto un referendum popolare che si esprimesse su una riforma della Costituzione per introdurvi il multipartitismo.  Si è votato il 25 maggio scorso e la riforma è stata approvata con l’83 per cento di consensi. Ha votato il 54 per cento degli aventi diritto, ma tra questi non c’erano i sostenitori di Kyfaia. Il coordinamento del movimento, in una conferenza stampa del 20 maggio, aveva annunciato il boicottaggio del referendum. Il passaggio contestato dalle opposizioni nel testo votato è essenziale. La riforma  prevede che ogni cittadino che vuole aspirare all'elezione a Presidente della Repubblica in Egitto deve presentare, assieme alla sua candidatura, il sostegno di almeno 65 parlamentari su i 444 deputati che compongono il Parlamento egiziano. Questo di fatto, viste le percentuali di deputati fedeli a Mubarak, elimina la possibilità di avere una competizione elettorale equilibrata. “Il paradosso di questa riforma”, ha dichiarato Nour, “è che si chiede ai propri avversari il permesso di concorrere alla carica di Presidente della Repubblica”. Alla denuncia pubblica della contestata riforma, si sono aggiunti cortei e dimostrazioni nelle piazze e nelle vie del Cairo (sempre sotto forma di presidi perché i cortei sono vietati dalle leggi di emergenza del 1981) che la polizia ha represso con la forza. Si calcola che, solo negli ultimi quattro mesi, siano stai più di 500 i Fratelli Musulmani incarcerati. Kifaya vede crescere giorno dopo giorno il numero dei suoi sostenitori al Cairo e, alle prime adesioni, si aggiungono ogni giorno che passa intellettuali, scrittori e studenti. Ma quali sono le reali possibilità di questo movimento di scalzare dal potere il Faraone, nomignolo con il quale viene chiamato Mubarak dai suoi oppositori?
  
scontri al cairoLa guerra dei presidi. Quando Kifaya organizza una manifestazione scoppiano sempre degli scontri. Non solo con la polizia, come si potrebbe pensare. Le violenza scaturiscono sempre tra manifestanti, nel senso che davanti ai luoghi dove si radunano gli oppositori di Mubarak con i loro cartelli e i loro slogan c’è sempre una contromanifestazione di sostenitori del Presidente. Dopo i sistematici scambi d’insulti tra le due fazioni nascono i tafferugli e la polizia può arrestare i più facinorosi e disperdere il presidio. Le opposizioni sostengono che i sostenitori di Mubarak sono tutti contadini che, a spese del governo, vengono prelevati dai loro villaggi lontani dalla capitale e portati al Cairo per manifestare a pagamento. Forse hanno ragione o forse no, ma è indiscutibile che il movimento delle opposizioni rappresenti una realtà profondamente legata all’ambiente cosmopolita del Cairo. E’ vero che si parla di una megalopoli da 20 milioni di abitanti, ma Kifaya resta l’espressione di un ambiente colto che rappresenta scarsamente la vocazione rurale dell’Egitto profondo. Ancora legato da un rapporto paternalistico al vecchio Mubarak. Chi veramente avrebbe la forza di coalizzare attorno a sé il malcontento popolare (che comunque c’è per una crisi economica e una disoccupazione che hanno raggiunto vette terrificanti) sono i Fratelli Musulmani. Ma loro sono banditi e quindi fuori gioco. Mubarak, secondo molti osservatori, sta giocando appunto la carta dell’autoreferenzialità di Kifaya per ottenere un altro mandato presidenziale e poi, a metà mandato, lasciare il posto al figlio Gamal, da tempo ritenuto l’eminenza grigia dell’NDP. Tra tanti dubbi resta un’unica certezza: l’Egitto si appresta ad affrontare le elezioni presidenziali più complesse della sua storia. 

Christian Elia

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