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L’uomo nuovo. Nour, un avvocato molto noto al Cairo, è il
presidente del partito al-Ghad (in
arabo ‘il domani’). Conosciuto all’inizio solo in patria, è diventato un caso
internazionale quando è stato arrestato il 29 gennaio scorso con l’accusa di
aver falsificato migliaia delle firme necessarie a rendere legale il suo partito,
nato appena tre mesi prima, e che già contava sull’adesione di 6 parlamentari.
Le reazioni in Egitto, rispetto all’arresto di un oppositore politico, sono
state di una intensità mai vista. Ma le polemiche non si sono fermate ai
confini del Paese, arrivando a coinvolgere la stessa amministrazione Bush. La
stessa Condoleeza Rice, il Segretario di Stato degli Stati Uniti
d'America, minacciò in qui giorni di boicottare un vertice al Cairo tra i
ministri degli Esteri dei paesi della Lega Araba e quelli del G8. Non era mai
successo prima per un prigioniero politico in Medio Oriente, e tanto meno era
mai successo nei confronti di un Paese arabo tradizionalmente alleato come
l'Egitto. Nour fu rilasciato il 12 marzo scorso e ad attenderlo fuori c’era una
folla notevole guidata dalla moglie dell’avvocato. Il gruppo aveva una
caratteristica in comune: un fazzoletto arancione simbolo del partito.
Arancione come il colore delle piazze di Kiev e Tblisi e di altre piazze in
giro per il mondo caratterizzate negli ultimi tempi da insurrezioni popolari e
pacifiche. I commentatori dei giornali vicini a Mubarak (la stragrande
maggioranza) hanno subito bollato Nour e il suo movimento come un prodotto
statunitense, esportato a suon di dollari da Washington. Ma spesso Mubarak ha
utilizzato la chiave dell’antiamericanismo di facciata, quando poi in realtà
resta uno degli alleati più fidati degli Usa in Medio Oriente. Allora perché la
Rice si è spesa personalmente per Nour? Secondo alcuni commentatori, in anni di
guerre che esportano democrazia, un personaggio come Mubarak è indifendibile e
l’amministrazione Bush sta premendo da tempo per delle riforme in senso
democratico.
Il ‘Faraone’. L’aspetto
più imbarazzante della gestione del potere di Mubarak in Egitto è sicuramente
quello delle candidature alla Presidenza della Repubblica. Mubarak infatti,
dopo l’ascesa al potere in sostituzione di Sadat, è sempre stato regolarmente
rieletto dagli egiziani. Ma il sistema delle candidature è bloccato. La legge
egiziana prevede infatti che sia il Parlamento a indicare il candidato alla
Presidenza. A quel punto alla popolazione non resta che esprimere un si o un no
al nome espresso dall’Assemblea Nazionale. In tutti questi anni il nome è stato
quello di Mubarak che con il suo National
Democratic Party, controlla quasi l’80 per cento dei seggi. Uno dei cavalli
di battaglia del Kifaya è proprio la
riforma della costituzione egiziana in questo senso. Mubarak, pressato anche da
Washington, ha scelto una via di mezzo. Ha indetto un referendum popolare che
si esprimesse su una riforma della Costituzione per introdurvi il
multipartitismo. Si è votato il 25
maggio scorso e la riforma è stata approvata con l’83 per cento di consensi. Ha
votato il 54 per cento degli aventi diritto, ma tra questi non c’erano i
sostenitori di Kyfaia. Il
coordinamento del movimento, in una conferenza stampa del 20 maggio, aveva
annunciato il boicottaggio del referendum. Il passaggio contestato dalle
opposizioni nel testo votato è essenziale. La riforma prevede che ogni cittadino che vuole aspirare
all'elezione a Presidente della Repubblica in Egitto deve presentare, assieme
alla sua candidatura, il sostegno di almeno 65 parlamentari su i 444 deputati
che compongono il Parlamento egiziano. Questo di fatto, viste le percentuali di
deputati fedeli a Mubarak, elimina la possibilità di avere una competizione
elettorale equilibrata. “Il paradosso di questa riforma”, ha dichiarato Nour,
“è che si chiede ai propri avversari il permesso di concorrere alla carica di
Presidente della Repubblica”. Alla denuncia pubblica della contestata riforma,
si sono aggiunti cortei e dimostrazioni nelle piazze e nelle vie del Cairo
(sempre sotto forma di presidi perché i cortei sono vietati dalle leggi di
emergenza del 1981) che la polizia ha represso con la forza. Si calcola che,
solo negli ultimi quattro mesi, siano stai più di 500 i Fratelli Musulmani
incarcerati. Kifaya vede crescere
giorno dopo giorno il numero dei suoi sostenitori al Cairo e, alle prime
adesioni, si aggiungono ogni giorno che passa intellettuali, scrittori e
studenti. Ma quali sono le reali possibilità di questo movimento di scalzare
dal potere il Faraone, nomignolo con il quale viene chiamato Mubarak dai suoi
oppositori?
La guerra dei
presidi. Quando Kifaya organizza
una manifestazione scoppiano sempre degli scontri. Non solo con la polizia,
come si potrebbe pensare. Le violenza scaturiscono sempre tra manifestanti, nel
senso che davanti ai luoghi dove si radunano gli oppositori di Mubarak con i
loro cartelli e i loro slogan c’è sempre una contromanifestazione di
sostenitori del Presidente. Dopo i sistematici scambi d’insulti tra le due
fazioni nascono i tafferugli e la polizia può arrestare i più facinorosi e
disperdere il presidio. Le opposizioni sostengono che i sostenitori di Mubarak
sono tutti contadini che, a spese del governo, vengono prelevati dai loro
villaggi lontani dalla capitale e portati al Cairo per manifestare a pagamento.
Forse hanno ragione o forse no, ma è indiscutibile che il movimento delle
opposizioni rappresenti una realtà profondamente legata all’ambiente
cosmopolita del Cairo. E’ vero che si parla di una megalopoli da 20 milioni di
abitanti, ma Kifaya resta
l’espressione di un ambiente colto che rappresenta scarsamente la vocazione
rurale dell’Egitto profondo. Ancora legato da un rapporto paternalistico al
vecchio Mubarak. Chi veramente avrebbe la forza di coalizzare attorno a sé il
malcontento popolare (che comunque c’è per una crisi economica e una
disoccupazione che hanno raggiunto vette terrificanti) sono i Fratelli
Musulmani. Ma loro sono banditi e quindi fuori gioco. Mubarak, secondo molti
osservatori, sta giocando appunto la carta dell’autoreferenzialità di Kifaya per ottenere un altro mandato
presidenziale e poi, a metà mandato, lasciare il posto al figlio Gamal, da
tempo ritenuto l’eminenza grigia dell’NDP. Tra tanti dubbi resta un’unica
certezza: l’Egitto si appresta ad affrontare le elezioni presidenziali più
complesse della sua storia. Christian Elia