Baraccopoli di Port de Paix. Volontari italiani aiutano la popolazione e costruiscono una nuova scuola
Dal nostro inviato a Port au Paix (Haiti) - “Passami il martello grande”. Era strana e sorprendente quella frase che sicuramente
non aveva nulla a che fare con il creolo, con il francese, con l’inglese, e che
giungeva all’orecchio procurando il piacere di sentirsi un po’ più a casa camminando
lungo un sentiero all’interno della bidonville di Port au Paix, dove l’abuso edilizio
è padrone incontrastato. Insieme a una decina di operai haitiani, Massimo, Eraldo,
Battista e Angelo, quattro “angeli” italiani, “veniamo dalla Lombardia, dalle
province di Bergamo e Varese”, che volontariamente operano nella zona.
«Perché sono qui? Ma sinceramente non lo so nemmeno io. Non mi sarei mai immaginato
di trovare una situazione tanto pesante sotto tutti i punti di vista” a parlare
è Massimo, uno dei quattro uomini. Sessanta anni, idraulico, le mani consumate
dal lavoro e gli occhi azzurri che sprigionano intelligenza e voglia di fare.
E’ arrivato a Haiti per costruire, “tutto a mano senza gli strumenti che usiamo
abitualmente in Italia”, una scuola per i bambini di strada di Port au Paix.
“Certo, in un primo momento, quando siamo arrivati, mi è crollato il mondo addosso.
Sporcizia ovunque, polvere, fango, miseria che non avevo mai visto prima, bambini
che chiedevano la carità. Ecco, lì ho capito he in questo angolo del mondo abbandonato
a se stesso c’era la necessità di un aiuto. Altro che meravigliosi Caraibi!!!”.

Insieme a Massimo ci sono altre tre persone. Eraldo, anche lui idraulico, Giovanbattista
e Angelo (di nome e di fatto), capomastro.
Sono arrivati ad Haiti con lo scopo di aiutare gli operai haitiani, e di insegnar
loro a lavorare con il cemento, a costruire bagni e cucine e come si utilizzano
i più elementari strumenti di lavoro edile. “Sai, qui non c’è niente. E’ difficile
pure trovare un chiodo o un martello. In più questa gente non ha la nostra cultura
del lavoro. Per troppo tempo sono stati abbandonati da tutti. E’ logico che poi
non sappiano fare quasi niente” dice Eraldo, che sorride guardando i ragazzi haitiani
portare i mattoni sulla testa.
“Io ho svolto servizio di volontariato in diverse parti del mondo. Un paio di
mesi in Perù a costruire scuole per bambini. Un mese in Terra Santa dalle suore
di clausura, ma la povertà che ho visto in questo paese supera i limiti delle
fantasia. Questa gente non ha veramente nulla” racconta Battista, il più brontolone
dei quattro, che, quando parla agli operai lo fa in dialetto lombardo. “ Io parlo
la mia lingua. Loro non capiscono, e così i tempi di lavoro diventano biblici.
D'altronde il creolo è veramente difficile e incomprensibile. Ma non siamo qui
per parlare ma per cercare di dare un futuro a questi bambini. Non vedi che ce
ne sono decine intorno al cantiere? Stanno lì ad aspettare che gli si dia una
mancia, oppure un pezzo di pane”.
Stanno costruendo una scuola, che sarà totalmente gratuita, per conto di una
missione, “ Ma anche noi alla fine ci sentiamo un pochino missionari” vogliono
precisare. La scuola servirà per ospitare i bambini poveri e sarà utilizzata anche
come centro di aggregazione sociale, e di insegnamento all’educazione sanitaria
e sessuale, del quale Port au Paix ha veramente tanto bisogno.
“Appena mi hanno chiesto di venire qui a dare una mano ho risposto subito di
sì. Non mi sono fatto scoraggiare né dalla distanza dalla mia casa né dalla fatica
alla quale sarei sicuramente andato incontro. Pensa che solo per arrivare fino
a qui ci vogliono due giorni di viaggio in aereo, ad essere fortunati…” dice Angelo,
capomastro con il viso segnato dal forte sole dei Carabi preso sul tetto della
scuola in costruzione.
Insieme a loro, e a tanti altri ragazzi, c’è Hoxigen, un uomo haitiano stranamente

minuto e poco muscoloso che, sicuramente incuriosito dalla presenza di un giornalista
e soprattutto dalla strumentazione super tecnologica, spiega: “vedi, per me questo
lavoro è fondamentale. Altrimenti non saprei come fare per dare da mangiare ai
miei figli e mia moglie. In casa non abbiamo acqua, corrente elettrica, cibo.
Con quello che guadagno lavorando in questo cantiere posso permettermi di comprare
dei fusti di acqua e un po’ di pane. Poi una volta che se ne saranno andati via
vedrò come arrangiarmi. Intanto imparo a fare il muratore. Potrebbe servirmi per
il futuro.”
“ Ringrazio i miei amici italiani che con il sudore della fronte e gratuitamente
stanno lavorando a questo progetto che nel breve periodo aiuta me, i miei colleghi
e le nostre famiglie, ma che alla lunga sarà utile a tutta la popolazione della
nostra città”.
La sua storia è uguale a centinaia di altre storie. A Port au Paix il lavoro
non esiste. E non esiste nemmeno la possibilità di inventarselo.
Alessandro Grandi