stampa
invia
Boicottaggio. Circa 3mila persone affollavano la sede
dell’ordine degli Avvocati egiziano il giorno della conferenza stampa. Di
fronte ai giornalisti le opposizioni si presentavano come un fronte compatto:
dalla sinistra laica ai Fratelli Musulmani hanno parlato con una sola voce.
“Soffriamo per l’oppressione, il dispotismo e l’assenza di libertà che
caratterizzano il regime di Mubarak. Non vogliamo una rivoluzione, ma solo pace
e diritti. Per ottenere le riforme che vogliamo, abbiamo deciso di unirci”, ha
dichiarato Muhammad Mahdi Akif, il portavoce dei Fratelli Musulmani. In quella
stessa occasione è stata presentata la National
Coalition for Democratic Transformation, una formazione composita, che come
detto unisce i principali soggetti dell’opposizione egiziana. I movimenti d’ispirazione religiosa, che
fanno riferimento ai Fratelli Musulmani, e i movimenti d’opposizione laica,
riuniti nella sigla Kifaya (che in
arabo significa ‘basta’). Ma chi sono i due soggetti che, per la prima volta,
minacciano il potere assoluto di Mubarak da quando quest’ultimo prese il posto
del Presidente Sadat, assassinato al Cairo il 6 ottobre del 1981?
Una lunga storia. I Fratelli Musulmani sono una vera e propria
istituzione parallela in Egitto. L’organizzazione venne fondata nel 1928 da Hassan
al-Banna, un insegnante egiziano. L’idea che ispirò il movimento, che non ha
mai voluto essere considerato un partito politico, era ed è ancora quella della
riscoperta del vero senso delle parole del Corano, ripulite di tutte quelle
interpretazioni che si sono sovrapposte nei secoli alla purezza del messaggio
del Profeta Maometto. Una riscoperta del messaggio più autentico delle sacre
scritture per formulare sentenze giuridiche che siano sì
fedeli allo spirito dei testi ma anche nuove, adeguate cioè al cambiare del
mondo. Il messaggio dei Fratelli Musulmani divenne quindi il punto di
riferimento di quella corrente del pensiero islamico chiamata ‘riformista’. Ma,
per cambiare il mondo, non si poteva evitare di entrare in conflitto con il
potere politico in Egitto che, fin dai tempi della dominazione coloniale
inglese, si era sempre caratterizzato per una forte opposizione a qualunque
forma di ‘islamizzazione’ dell’Egitto. La storia dei Fratelli Musulmani nel
Paese dei faraoni è quindi caratterizzata da arresti e detenzioni dei suoi
leader e, negli anni Cinquanta, il movimento fu bandito. La repressione dei
Fratelli Musulmani non ha mai conosciuto soste quindi, ma la persecuzione
divenne sistematica dopo l’omicidio di Sadat del quale fu accusata
l’organizzazione. Il bando e la pressione poliziesca del governo Mubarak non ha
però impedito ai Fratelli Musulmani di avere ancora un largo seguito tra la
popolazione egiziana.
La
novità politica. L’unione dei movimenti politici che si riuniscono sotto la
sigla Kifaya è invece molto recente. La
sigla è apparsa per la prima volta su degli adesivi che i manifestanti
mettevano sulla bocca in segno di protesta contro la censura del regime di
Mubarak. Proprio così, le manifestazioni. Vedere la popolazione scendere in
piazza per protestare contro il governo è una novità assoluta in Egitto.
Dall’omicidio di Sadat infatti, sono in vigore delle leggi d’emergenza che il
governo varò nelle ore immediatamente successive all’omicidio e che non hanno
mai smesso di essere in vigore. Questo ha permesso all’apparato poliziesco
governativo egiziano di controllare per tutti questi anni qualunque
espressione di dissenso. Ma qualcosa sta
cambiando e la protesta è partita dalle università. Da tre anni a questa parte,
in tutti i campus dell’Egitto, alle manifestazioni più tradizionali a sostegno
della Palestina e contro la guerra in Iraq si sono aggiunte le richieste di una
riforma del Paese. A cominciare dalla possibilità per gli studenti di eleggere
direttamente i loro rappresentanti. Le manifestazioni, per legge, restavano
confinate nel perimetro degli edifici universitari, ma negli ultimi anni ai
ragazzi si sono aggiunti i docenti. Una cosa mai vista. Alle proteste degli
universitari, dall’inizio del 2005, si sono aggiunte quelle degli ordini
professionali: giornalisti, avvocati, medici. Gli ultimi, in ordine di tempo,
sono stati i giudici. In mille hanno
firmato una petizione che ha il sapore di un ultimatum: chiedono ufficialmente
al governo di poter controllare, dall’inizio alla fine, le prossime elezioni.
Una supervisione che garantisca la trasparenza delle operazioni di voto che, a
loro dire, è mancata nelle presidenziali del 2000. Lobby
molto potenti e che possono contare su un seguito notevole al Cairo. Ed è
proprio da questi ambienti che viene l’uomo considerato il vero candidato
alternativo a Hosni Mubarak: Ayman
Nour.Christian Elia