Scritto per noi da
Alice Colombi

Mar Morto, 40 minuti a sud di Amman, Giordania, 400 metri sotto il livello del
mare.
I check-points dell’esercito giordano sono il
contraddittorio preludio di un litorale degno di un film. Le strutture alberghiere
più prestigiose del paese si succedono ai piedi delle montagne che si affacciano
sul punto più basso dell’intero pianeta, dove nessun essere vivente riesce ad
avere la meglio sull’elevato tasso di salinità dell’acqua del Mar Morto.
Impossibile toccare il fondo da queste parti, almeno fisicamente.
Lo sfarzo. Piscine,
bar, negozi e ristoranti internazionali per tutti i gusti rompono l’incantesimo
di un paesaggio naturale selvaggio e accompagnano il turista nel suo cammino
verso la riva alla ricerca di
sollievo
in un’atmosfera surreale. Sull’altra sponda la Palestina. E tutte le sue tragedie.

“La gente da questa parte è consapevole di ciò che accade laggiù, ma la
sensazione che non ci sia nulla da fare per cambiare le cose ha preso il
sopravvento”, racconta Omar, un giordano di Amman che fa da guida, “si vive
come in una bolla di sapone, preservando il clima pacifico che le autorità
riescono a garantire scendendo a compromessi sul piano internazionale. Il 75
per cento della popolazione rientra in una fascia di età compresa tra i 15 e i
27 anni e conosce solo parzialmente la situazione della Palestina. Si cerca di
cancellarne la memoria storica. Di recente mi è capitata fra le mani una
cartina geografica della Palestina nella quale erano indicati i nomi di decine
di villaggi di cui non avevo mai sentito parlare. Nel corso degli anni i testi
scolastici sono stati modificati al fine di proporre una versione parziale
della realtà e forme di attivismo in università sono rare perché si temono
ripercussioni”.
Paradossi. Da
queste parti chiunque sembra essere legato in qualche modo a quel lembo di
terra dove il dramma di un popolo si consuma di generazione in generazione:
tutti hanno un parente o un amico residente sull’altra sponda, in Palestina, per
non parlare di chi da quelle terre è scappato rifugiandosi nei campi profughi
locali e ottenendo il passaporto senza particolari difficoltà (in Giordania i
palestinesi rappresentano il 60 per cento della popolazione). Anche se pochi
possono ritenersi neutrali, la maggioranza dei giordani tende a soffocare il
senso di colpa e frustrazione verso la Palestina dedicando tutte le loro
attenzioni a uno stile di vita mutuato, nelle forme e nella sostanza, dai
parametri occidentali. Per le strade di Amman spiccano i colori sgargianti
delle insegne luminose dei negozi che vendono i prodotti delle stesse aziende
che
vanno per la maggiore in Europa e in America. Ma gli squilibri nella
distribuzione della ricchezza sono evidenti. Un esempio: il castello reale, dove
di norma vengono accolti i potenti del mondo in visita ufficiale, sorge a pochi
passi da alcuni dei quartieri più poveri della città.
Stato di
pace apparente. “Di fronte a una donna palestinese mi sento quasi in soggezione. La
loro forza è impressionante: ci sono casi di mamme che hanno perso 4-5 figli
e sono ancora in piedi, con orgoglio”, spiega Omar, dopo aver incrociato lo
sguardo sicuro di un donnone con le spalle larghe e il volto segnato dall’età.
La
donna saluta e sorride, augurandoci buon lavoro, quando scopre che siamo
diretti a Nablus, in Cisgiordania, per un progetto di volontariato rivolto ai
giovani locali. Forse si starà chiedendo il perché uno straniero dovrebbe
operare una scelta del genere. Come Omar del resto che, dopo aver elencato
una serie di dati e situazioni storico-politiche e sociali, non si spiega perché
vengano il più delle
volte taciuti all’estero e in patria. In Giordania, come altrove, si predilige
uno stato di pace apparente al rischio di sacrificare parzialmente il proprio
benessere. Omar, al momento, non vede soluzioni, ma la conversazione di un
pomeriggio di mezza estate alimenta la speranza.