17/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I 'bushmen' del Botswana sfrattati dalla loro terra ricca di diamanti
 

scritto per noi da
Gianluca Ursini 

Il deserto del Kalahari abitato dai Boscimani è l'area più inospitale al mondo“E’ irresponsabile non voler sfruttare una risorsa che contribuisce allo sviluppo della nostra comunità e del nostro stile di vita”. La risorsa in questione sono i diamanti. Il paese è il Botswana, che garantisce ai suoi cittadini il reddito pro capite più alto di tutta l’Africa (oltre 6 mila dollari annui). La compagnia, il cui portavoce ha risposto a PeaceReporter, si chiama DeBeers, un nome che quasi viene identificato ormai con le pietre dure più preziose in natura. Il sottosuolo del Botswana ne è stracolmo, tanto che la maggior preoccupazione della DeBeers è casomai non immetterne troppi sul mercato, tanto da farne crollare il prezzo. La compagnia sudafricana è un gigante globale fondato nel 1888 dal colonizzatore Cecil Rhodes e che adesso produce il 40 percento delle gemme sul pianeta, sfruttando miniere di proprietà in Sudafrica e altre avute in concessione dai governi di Tanzania, Namibia e appunto Botswana. Le gemme vengono tagliate tra New York, Anversa e Israele.
L'organizzazione non governativa Survival International sta da tempo boicottando i prodotti DeBeers, accusandola di spalleggiare una campagna inumana del governo del Botswana contro la popolazione dei boscimani. Le ultime proteste sono state organizzate in occasione dell’apertura della mostra ‘Diamonds’ al Natural History Museum di Londra il 6 luglio e, il mese precedente, per l’apertura del primo negozio della catena DeBeers a Manhattan. Modelle di fama mondiale come l’africana Iman o Lily Cole hanno annunciato la decisione di non voler più prestare il loro volto alla campagne di questa società.

Cecil Rhodes ha fondato DeBeers. 'Rhodesia' era il nome inglese del BotswanaGli intrusi.  I boscimani, popoli nomadi arrivati in Botswana 20 mila anni fa, potrebbero a buon titolo dirsi i padroni di casa. Ma il governo non la pensa così. Le tribù boscimane Gana e Gwi vivono nel durissimo ambiente naturale del deserto del Kalahari, uno dei luoghi più inospitali del pianeta: difficilmente un europeo sopravviverebbe alla scarsità d’acqua con cui i boscimani convivono da secoli. Dal 1961 esiste una riserva naturale, la ‘Great Kalahari Game Reserve’, grande 53 mila chilometri quadrati, la seconda area naturale più grande del mondo dopo il Parco Nazionale della Groenlandia. Era nata per proteggere le popolazioni Bakgalagadi e i boscimani Gana e Gwi. Ma dal 1986 i politici botswanesi hanno deciso che “le persone non possono vivere come animali”, come disse il ministro per l’Agricoltura Johnnie Swartz. Per il presidente Festus Mogai “quella gente vive come all’età della pietra”. Dal 1997 iniziano le deportazioni dei ‘Bushmen’ (da cui l’italiano ‘boscimani’) così chiamati per la loro abitudine di costruire abitazioni temporanee con gli arbusti (bushes in inglese) del deserto. Xade, Molapo, Mothomelo, Metsiamanong, Gugama, Kikao e Gope erano villaggi boscimani e bakgalagadi. Adesso esistono i ‘campi di reinsediamento’ di New Xade e Kauduane. Il governo mostra con fierezza ai visitatori  la clinica e la scuola di Kauduane, simbolo di civilizzazione, ma non parla dell'alcolismo, dell'aumento della prostituzione e della conseguente diffusione di malattie veneree sconosciute a questi popoli. L’altra faccia della medaglia dello sradicamento.
La ong Survival International ha raccolto e diffuso prove di stupri, uccisioni e mutilazioni subite dagli indigeni che resistevano allo sfollamento.
Nelle intenzioni dei legislatori la riserva del Kalahari era nata con l’intento di “preservare l’habitat di persone e animali che risiedono nella zona”. “Ma perché io devo andarmene se gli animali possono restare?”, ha chiesto ai volontari di Survival Mogetse Kaboikanyo nel febbraio 2002, poco prima di morire, a quattro mesi dalla deportazione.

Al centro del Paese, la Riserva del KalahariLe espropriazioni continuano. Chi fa affari con i diamanti del paese ha avviato delle rilevazioni sulla presenza di gemme in alcune area della riserva.
Bhp Billiton, una delle più grandi compagnie minerarie mondiali, ha condotto un programma di perlustrazioni aeree. La sussidiaria locale Sekaka Diamonds riceve un finanziamento di due milioni di dollari dalla Banca Mondiale tramite il suo braccio finanziario privato, la International Finance Corporation. DeBeers è titolare di concessioni governative di esplorazioni diamantifere per le zone di Gope e Molapo. L'area è già stata espropriata, anche se il governo ha cessato la pratica delle deportazioni dal febbraio 2002, a seguito delle proteste della comunità internazionale.
“Al momento non abbiamo assolutamente alcun progetto di sfruttamento minerario della zona – ribatte Kabelo Binns, responsabile Relazioni Esterne della DeBeers-Botswana – viste le condizioni economiche globali, i diamanti del luogo non sarebbero un buon profitto. Non abbiamo in mente di estrarre i diamanti della riserva nel breve periodo, per almeno 5 anni”.
Il governo del Botswana partecipa alla società del gruppo DeBeers esattamente al 50 per cento. Il presidente Mogai disse un giorno che “Il Botswana e la DeBeers sono fratelli gemelli”.

Una mappa della Riserva. I punti sono le concessioni minerarieNon se ne vogliono andare. In ogni caso al momento sarebbe difficile aprire nuove miniere, vista la causa in corso tra 250 boscimani e il governo centrale. Alcuni dei deportati – un migliaio in totale, mentre in tutto il territorio dell’Africa australe ne sono rimasti 100 mila dei milioni censiti a inizio ‘900 – hanno deciso di tornare alle loro terre dopo la fine delle violenze governative e hanno poi fatto causa alla pubblica amministrazione per riottenere il diritto a viverci. Il verdetto è atteso da mesi. Il professore universitario australiano Ken Good che aveva preso a cuore l’esito di questo processo, si è visto notificare all’università di Gaborone un provvedimento di espulsione dal paese.
“Il fatto che stiamo effettuando delle perlustrazioni minerarie non vuol dire niente. In ogni metro quadro del Botswana si fanno ricerche geologiche – continua Binns, raggiunto telefonicamente nella sua villa di Gaborone – e poi per rendere attiva una miniera ci vogliono dai 3 ai 5 anni. Bisogna rendersi conto di cosa stiamo parlando: la riserva del Kalahari è estesa quanto il Belgio, mentre una miniera occupa una superficie pari a un isolato di una città europea. Bisogna chiarire che i diamanti hanno contribuito a dare al Botswana un elevato standard di vita, sono una base del lo sviluppo di questo paese. E' da irresponsabili sostenere che non si debba sfruttare questa risorsa. Inoltre noi troviamo triste, oltre che ingiusto e ridicolo, il collegamento che da anni Survival International compie tra DeBeers e gli ‘spostamenti’ dei boscimani: il governo ha detto chiaramente che vengono effettuati a scopo umanitario. Per dare loro delle case vere, assistenza medica e dei lavori veri”.
Parole che fanno il paio con quanto dichiarato ai microfoni della Bbc il 26 febbraio 2002 dalla ministro Margaret Nasha, responsabile per le comunità indigene.  “Sapete come funziona con questi popoli nativi, i Basarwa (nome dei boscimani in Botswana). Tempo fa avevamo avuto un problema simile con gli elefanti: ne volevamo eliminare un certo numero ma la gente si oppose”.

Il cuore del problema. Chissà come intendono risolvere a Gaborone il ‘problema’  di Gana e Gwi. Chissà se tutti in quel paese lo considerano tale. Per il ministro dell’agricoltura Swartz “le accuse (di ‘Survival’, ndr) relative ai maltrattamenti subiti dai basarwa sono tendenziose e volte a contrastare gli sforzi del governo per sviluppare e integrare i Basarwa nella moderna società”.
Francesca Casella, responsabile per l’Italia di Survival, ha detto che “da tempo i bianchi hanno riconosciuto di non essere superiori ai neri; sarebbe ora che i nomadi e cacciatori non venissero considerati inferiori a banchieri o agricoltori. Per il vocabolario della lingua italiana ‘moderno’ è 'tutto ciò che è patrimonio di civiltà e cultura di nostri tempi'. Se questi popoli hanno mantenuto viva la loro cultura fino ai nostri tempi, hanno diritto a vedersi considerare ‘moderni’ tanto quanto le nostre culture lo sono”. Un deportato ha affidato le sue parole a un volontario di questa ong mentre veniva caricato su un camion: “Nessuno mi può dire come devo vivere. Se io andassi dal ministro a dirgli di andarsene da casa sua, penserebbe che sono pazzo”.

Categoria: Diritti, Risorse, Popoli
Luogo: Botswana