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Gianluca Ursini
“E’ irresponsabile non voler sfruttare una risorsa che
contribuisce allo sviluppo della nostra comunità e del nostro stile di vita”.
La
risorsa in questione sono i diamanti. Il paese è il Botswana, che garantisce ai
suoi cittadini il reddito pro capite più alto di tutta l’Africa (oltre 6 mila
dollari annui). La compagnia, il cui portavoce ha risposto a PeaceReporter,
si chiama DeBeers,
un nome che
quasi viene identificato ormai con le pietre dure più preziose in
natura. Il
sottosuolo del Botswana ne è stracolmo, tanto che la maggior
preoccupazione
della DeBeers è casomai non immetterne troppi sul mercato, tanto da
farne
crollare il prezzo. La compagnia
sudafricana è un gigante globale fondato nel 1888 dal colonizzatore
Cecil Rhodes e che adesso produce il 40
percento delle gemme sul pianeta, sfruttando miniere di proprietà in
Sudafrica e altre avute in concessione dai governi di Tanzania, Namibia
e appunto Botswana. Le gemme vengono tagliate tra New York, Anversa e Israele.
L'organizzazione non governativa Survival International sta
da
tempo boicottando i prodotti DeBeers, accusandola di spalleggiare una
campagna
inumana del governo del Botswana contro la popolazione dei boscimani.
Le ultime proteste sono state organizzate in occasione dell’apertura
della mostra ‘Diamonds’ al Natural History Museum
di Londra il 6 luglio e, il mese precedente, per l’apertura del primo
negozio della catena DeBeers a Manhattan. Modelle di fama mondiale come
l’africana Iman o Lily Cole hanno annunciato la
decisione di non voler più prestare il loro volto alla campagne di questa
società.
Gli intrusi. I boscimani, popoli nomadi
arrivati
in Botswana 20 mila anni fa, potrebbero a buon titolo dirsi i padroni di
casa. Ma il governo non la pensa così. Le tribù boscimane Gana e Gwi
vivono nel durissimo ambiente naturale del deserto
del Kalahari, uno dei luoghi più inospitali del pianeta: difficilmente
un europeo sopravviverebbe alla scarsità d’acqua con cui i boscimani
convivono
da secoli. Dal 1961 esiste una riserva naturale, la ‘Great Kalahari Game Reserve’, grande 53 mila chilometri quadrati, la
seconda area naturale più grande del mondo dopo il Parco Nazionale della
Groenlandia. Era nata per proteggere le popolazioni Bakgalagadi e i boscimani
Gana e Gwi. Ma dal 1986 i
politici botswanesi hanno deciso che “le persone non possono vivere come
animali”, come disse il ministro per l’Agricoltura Johnnie Swartz. Per
il presidente Festus Mogai “quella gente vive come all’età della pietra”.
Dal 1997 iniziano le deportazioni dei ‘Bushmen’ (da
cui l’italiano ‘boscimani’) così chiamati per la loro abitudine di costruire
abitazioni temporanee con gli arbusti (bushes
in inglese) del deserto. Xade, Molapo, Mothomelo, Metsiamanong,
Gugama, Kikao e Gope erano
villaggi boscimani e bakgalagadi. Adesso esistono i ‘campi di
reinsediamento’
di New Xade e Kauduane. Il governo mostra con fierezza ai
visitatori la clinica
e la scuola di Kauduane, simbolo di civilizzazione, ma non parla
dell'alcolismo, dell'aumento della prostituzione e della conseguente
diffusione di malattie
veneree sconosciute a questi popoli. L’altra faccia della medaglia
dello sradicamento.
La ong Survival International ha raccolto e diffuso prove di stupri, uccisioni e mutilazioni subite dagli indigeni che resistevano
allo sfollamento.
Nelle intenzioni dei legislatori la riserva del Kalahari era nata con l’intento
di “preservare l’habitat di persone e animali
che risiedono nella zona”. “Ma perché io devo
andarmene se gli animali possono restare?”, ha chiesto ai volontari di Survival
Mogetse
Kaboikanyo nel febbraio 2002, poco prima di morire, a quattro mesi dalla
deportazione.
Le espropriazioni continuano. Chi fa affari con i diamanti del paese ha avviato
delle rilevazioni sulla presenza di gemme in alcune area della riserva.
Bhp
Billiton, una delle più grandi compagnie minerarie
mondiali, ha condotto un programma di perlustrazioni aeree. La
sussidiaria locale Sekaka Diamonds riceve un finanziamento di due
milioni di dollari dalla Banca Mondiale tramite il suo braccio
finanziario privato, la International
Finance Corporation. DeBeers è titolare di
concessioni governative di esplorazioni diamantifere per le zone di
Gope e
Molapo. L'area è già stata espropriata, anche se il governo ha cessato
la pratica delle deportazioni dal febbraio 2002, a seguito delle
proteste della comunità
internazionale.
“Al momento non abbiamo assolutamente alcun progetto di
sfruttamento minerario della zona – ribatte Kabelo Binns, responsabile Relazioni
Esterne della DeBeers-Botswana
– viste le condizioni economiche globali, i diamanti del luogo non sarebbero un
buon profitto. Non abbiamo in mente di estrarre i diamanti della
riserva nel breve periodo, per almeno 5 anni”.
Il governo del Botswana
partecipa alla società del gruppo DeBeers esattamente al 50 per cento. Il
presidente Mogai disse un giorno che “Il Botswana e la DeBeers sono fratelli
gemelli”.
Non se ne vogliono
andare. In ogni caso al momento sarebbe difficile aprire nuove miniere, vista
la causa in corso tra 250 boscimani e il governo centrale. Alcuni dei deportati
– un migliaio in totale, mentre in tutto il territorio dell’Africa australe ne
sono
rimasti 100 mila dei milioni censiti a inizio ‘900 – hanno deciso di tornare
alle loro terre dopo la fine delle violenze governative e hanno
poi fatto causa alla pubblica amministrazione per riottenere il diritto a viverci.
Il verdetto è atteso da mesi. Il professore universitario australiano Ken
Good che aveva preso a cuore l’esito di questo processo, si è
visto notificare all’università di Gaborone un provvedimento di espulsione dal
paese.
“Il fatto che stiamo effettuando delle perlustrazioni minerarie non
vuol
dire niente. In ogni metro quadro del Botswana si fanno ricerche
geologiche –
continua Binns, raggiunto telefonicamente nella sua villa di Gaborone –
e poi
per rendere attiva una miniera ci vogliono dai 3 ai 5 anni. Bisogna
rendersi conto
di cosa stiamo parlando: la riserva del Kalahari è estesa quanto il
Belgio,
mentre una miniera occupa una superficie pari a un isolato di una città
europea. Bisogna chiarire che i diamanti hanno contribuito a
dare al Botswana un elevato standard di vita, sono una base del lo
sviluppo di questo paese. E' da irresponsabili sostenere che non si
debba sfruttare questa
risorsa. Inoltre noi troviamo triste, oltre che ingiusto e ridicolo, il
collegamento che da anni Survival
International compie tra DeBeers e gli ‘spostamenti’ dei boscimani: il
governo ha detto chiaramente che vengono effettuati a scopo umanitario.
Per
dare loro delle case vere, assistenza medica e dei lavori veri”.
Parole che
fanno il paio con quanto dichiarato ai microfoni della Bbc il 26 febbraio 2002
dalla ministro Margaret Nasha,
responsabile per le comunità indigene. “Sapete come funziona con questi popoli
nativi, i Basarwa (nome dei boscimani
in Botswana). Tempo fa avevamo avuto un problema simile con gli elefanti: ne
volevamo eliminare un certo numero ma la gente si oppose”.
Il cuore del
problema. Chissà come intendono risolvere a Gaborone il ‘problema’ di Gana e Gwi. Chissà se tutti in quel paese
lo considerano tale. Per il ministro dell’agricoltura Swartz “le accuse (di ‘Survival’, ndr) relative ai
maltrattamenti subiti dai basarwa sono tendenziose e volte a contrastare gli
sforzi del governo per sviluppare e integrare i Basarwa nella moderna società”.
Francesca Casella, responsabile per l’Italia di Survival, ha detto
che “da tempo i bianchi hanno riconosciuto di non essere superiori ai neri;
sarebbe ora che i nomadi e cacciatori non venissero considerati inferiori a
banchieri o agricoltori. Per il vocabolario della lingua italiana ‘moderno’ è
'tutto ciò che è patrimonio di civiltà e cultura di nostri tempi'. Se questi
popoli hanno mantenuto viva la loro cultura fino ai nostri tempi, hanno diritto
a vedersi considerare ‘moderni’ tanto quanto le nostre culture lo sono”. Un
deportato ha affidato le sue parole a un volontario di questa ong mentre
veniva caricato su un camion: “Nessuno mi può dire come devo vivere. Se io
andassi dal ministro a dirgli di andarsene da casa sua, penserebbe che sono
pazzo”.