Scritto per noi da
Enza Roberta Petrillo

La vicenda dei rom sgomberati dal campo di Capo Rizzuto a
Milano ha trovato una prima, provvisoria, conclusione nel centro di accoglienza
gestito dalla Casa della Carità in Via Brambilla, nella periferia nord del
capoluogo lombardo. Rimbalzano così, da una periferia all’altra, storie di
sogni spezzati, di vite appese a un filo e di illusioni dolorosamente
trasformate in delusioni.
Milano, Via
Brambilla 8. Si ricomincia. E’ allegro e colorato il centro di accoglienza
in Via Brambilla, una casa dipinta di giallo che sembra quasi un miracolo nel
grigio della periferia milanese. Ma loro, gli ospiti della casa, alle periferie
ci sono abituati. In Italia, si sa, non si entra dalla porta principale e
questo i settantanove rom l’hanno capito bene. La Casa della Carità è illuminata
dal
sole. Sulla porta una stele in marmo ricorda che Milano è la città dell’accoglienza.
Difficile farlo credere a nuovi ospiti della casa sgomberati all’alba del 29
giugno senza preavviso e finiti vittime di un rimpallo di responsabilità tra i
diversi centri di accoglienza di una Milano che prima si professa solidale e
poi se ne lava le mani.
Felicia, 25 anni: “Aspetto un bambino e mi hanno buttato per
strada”. Di certo oggi
settantanove, quanti sono gli sgomberati, non è più solo un numero, in Via
Brambilla tutti sanno che non ha senso quantificare la disperazione, la paura
e
la precarietà di vite negate. Qui ci sono uomini, donne e bambini, tantissimi
bambini, che vogliono dire la loro. Perché ognuno ha una storia diversa di speranze,
di fuga dalla povertà e
di tentativi di crearsi una vita migliore.
Felicia ha venticinque
anni e il volto stanco. Ci racconta la sua storia con un filo di voce mentre il
suo bambino dorme su una branda da campeggio stesa accanto ad altre settanta
brande tutte uguali.
“Aspetto un bambino e
mi hanno buttato per strada. Ci hanno sgomberato perché dicevano che un rumeno
aveva fatto del male a un’italiana. Ora sono al settimo mese e questo è il mio
secondo bambino”. Le chiediamo da dove arriva e lei risponde determinata:
“Abitavo vicino Bucarest. Ma io in Romania avevo una casa! Per tre anni ho
vissuto con la madre di mio marito, poi abbiamo deciso di venire in Italia con
un pullman che ci è costato tantissimo, e siamo finiti a Capo Rizzuto”.
Felicia è turbata ma
vuole raccontare la parte peggiore della sua vita in Italia: lo sgombero di
Capo Rizzuto. “Alle quattro di mattina sono arrivati i carabinieri, la polizia.
Dormivamo tutti e le loro urla hanno svegliato anche i bambini. Ci hanno
minacciati e poi sono arrivate le ruspe e hanno buttato tutto giù.”
Ancuzha, 13 anni: “Non avrei mai pensato che mi avrebbero mandata via
così”. Ancuzha ha tredici anni e un’allegria disarmante, ci racconta con aria da adulta
e un’inaspettata cadenza
milanese la giornata dello sgombero. “Ho avuto tanta paura. La polizia ha detto
di andare via, ma io non sapevo dove andare. Non sono riuscita a vedere neanche
come hanno buttato giù la mia baracca perché era l’ultima e io sono dovuta
scappare via. Anche i miei vestiti sono rimasti lì”. Ancuzha a ricordare tutto
sembra intristirsi un po’, ma poi risoluta aggiunge “Io sono iscritta a scuola,
ho anche tre amici italiani. Della Romania io non ricordo niente. Non avrei mai
pensato che dall’Italia mi avrebbero mandata via così. Sono triste per questo”.
Lo sguardo
improvvisamente cupo si illumina per l’arrivo di suo fratello Bogdan e dell’amico
Razvan. Difficile distinguerli
dai tanti quindicenni italiani. Adorano il calcio come loro, impazziscono per
la stessa musica pop e soprattutto parlano la stessa lingua. Nulla li
differenzierebbe tranne la loro occupazione. Bogdan e Razvan sono musicisti, ma
non è di questo che vogliono parlare. Anche loro vogliono raccontare lo
sgombero.
Che per loro si sia
trattato di una violazione inimmaginabile lo si capisce dalla rabbia con cui
raccontano i fatti del 28 giugno. “Loro hanno preso tutto e spaccato il campo.
Piangevamo tutti, i bambini erano spaventati. E’ stato terribile. La polizia ha
preso un ragazzo e l’ha portato in questura. Ora abbiamo solo paura”.
Il loro sogno di una
casa. Difficilmente quella paura potrà essere cancellata. A guardare
Ancuzha, Bogdan e Razvan si capisce in un
attimo cosa significhi scontrarsi con un sogno in frantumi.
Vergognandoci un po’
gli chiediamo se hanno un sogno. Insieme rispondono: “Una casa”.
A Via Brambilla si capisce subito che le storie di vita di questa
umanità dolente sono lontanissime dagli stereotipi che imperversano sui rom.
Mentre ti raccontano che per molti di loro il nomadismo è stata una scelta
forzata, scorrono le immagini di istituzioni assenti e di promesse non
mantenute. Per questa gente il sogno di una casa si è trasformato in un
auditorium adibito per l’emergenza a dormitorio. Solo il contegno e la dignità
di chi ci vive stempera il caos e la promiscuità dello stanzone. Un posto dove
ciò che resta dei bagagli raccattati
alla meno peggio nel giorno dello sgombero si confonde con i giocattoli dei
bambini e le immancabili fisarmoniche. Come ci racconta Davide Tortorici, un
giovane volontario, l’arrivo dei rom nella struttura ha dimostrato che
l’intercultura è possibile anche in condizioni di disagio. “Nella casa-famiglia
i rapporti tra i rom e il resto degli abitanti sono ottimi. Ognuno ha una
storia personale spesso dolorosa. Sono persone che hanno perso una casa e che
dalla povertà in Romania sono passati alla povertà in Italia”. Fatti confermati
anche da Maria Grazia Guida,
assistente sociale nella struttura: “Questi bambini possono davvero insegnarci
l’intercultura. I bambini cantano le nostre canzoni. Ma tra loro e le
istituzioni c’è un abisso”.
La risposta delle
istituzioni. “Questo è un modo terribile di fare le cose. Perché entrare
alle quattro del mattino? Perché terrorizzare i bambini? Non si può entrare con
i manganelli. Entrare con delle armi, questo è veramente troppo. Bisognava trovare
loro una sistemazione alternativa, non mandarli via e basta”.
Domande senza risposta che risuonano forti nella struttura voluta da Don
Virginio Colmegna, l’unica a essersi mossa nella ridda di responsabilità
giocate sulla pelle dei settantanove rumeni.