15/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un milione di sfollati dalle demolizioni. Le Chiese: ''trattamenti inumani''

  Scritto per noi da
Gianluca Ursini 
 

“Luoghi dove si attua un trattamento inumano”. Così la Commissione episcopale cattolica dello Zimbabwe ha definito due mesi or sono i campi di raccolta che il regime di Robert Mugabe ha allestito da metà maggio per accogliere centinaia di migliaia di sfollati. Intere comunità non hanno più un riparo dopo l’operazione ‘Murambatsvina’ (‘Gettiamo la spazzatura’ in lingua shona) che in due mesi sta distruggendo sistema ticamente le baraccopoli del paese. Secondo il governo nelle bidonville e nei mercati all’aperto si stava sviluppando una economia parallela a cui è stata addossata la colpa del tracollo dei bilanci pubblici nell’ultimo decennio di dittatura. Gli ultimissimi dati raccolti dalla Chiesa anglicana parlano di quasi un milione di sfollati (su 11 milioni di abitanti), di cui 300 mila bambini in età scolare, senza però più una scuola da frequentare. Esponenti del Mdc (‘Movement for Democratic change’, ‘Movimento per il cambio democratico’, partito d’opposizione) sostengono che la mossa è mirata a lasciare senza casa e punire le masse urbane che hanno a larga m aggioranza votato contro il partito del presidente in carica alle ele zioni legislative del marzo passato.
 
Senza casa a cui tornare. Il diktat governativo agli sfollati è quello di tornare alle zone rurali da cui provengono, ma in pochissimi hanno ormai un posto dove rientrare, dopo decenni passati a vivere nelle favelas ai margini di Harare o Bulawayo. L’agenzia giornalistica indipendente Insitute for War and Peace reporting (Iwpr) ha ricevuto segnalazioni secondo cui in molti casi il ritorno non sarebbe più possibile, dato che gran parte degli abitanti delle baraccopoli sono immigrati  giunti in Zimbabwe dai confinanti Malawi o Zambia decenni or sono.
“Devono tornare da dove sono venuti - ha dichiarato il capo della polizia nazionale Augustine Chihuri – dobbiamo ripulire il paese da questa massa di straccioni impegnata a distruggere la nostra economia”. Gli inviati di Iwpr hanno scoperto che dei circa 15 mila abitanti della bidonville ‘Porta Farm’ a 30 chilometri da Harare, una buona metà era arrivata negli anni Cinquanta per lavorare nelle miniere e nelle fattorie di un paese allora ricco. Migliaia sono anche venuti dal Mozambico, in fuga da 20 anni di guerra civile, senza però aver mai ottenuto lo status di rifugiato politico. Come Banda Ganizani, 80 anni, da quasi 40 in Zimbabwe: “Mia moglie, che ha 72 anni, ed io, non avremmo più una casa dove tornare in Malawi”, ha dichiarato agli inviati di Iwpr. Come loro, migliaia di persone ammassate in campi di raccolta senza acqua, servizi, assistenza medica o riparo dalle temperature rigide dell’inverno australe.
 
lo sgombero del mercato di Mbane ad Harare Non chiamateli lager, ma… “Non credo si possa stabilire un parallelo così diretto con i lager nazisti o stalinisti che avete conosciuto in Europa”, racconta a PeaceReporter Over Sorchiyaka, che ne ha visionato alcuni per l’associazione Human Rights Forum of Zimbabwe’. “Il regime li definisce ‘Stazioni di attesa’, per offrire un riparo a chi è stato sfollato, in attesa che ritorni al proprio villaggio. Di sicuro non sono campi di concentramento, perché chi vi entra è libero di uscire – prosegue Over – abbiamo notizia di gente riuscita a scappare, così come è possibile andarsene se si presentano dei parenti dichiarando che accoglieranno gli sfollati in casa loro. In molti sottoscrivono documenti in cui assicurano di tornare nelle proprie zone rurali e vengono lasciati andare. Ma in realtà molti di loro una volta tornati ai villaggi di provenienza vengono scacciati dai locali, con l’accusa di aver tramato contro il regime. La situazione in questi campi è molto difficile: si vive ammassati in luoghi angusti e le condizioni offerte dal governo sono molto lontane dagli standard internazionali di un campo rifugiati. Non esiste acqua corrente, poche latrine per migliaia di persone, nessuna assistenza medica e non viene distribuito cibo”. Ad assistere gli sfollati da qualche settimana provano la Croce Rossa e altre ong come ‘Care International’ o ‘Christian Aid’.
 
Mancano medici, acqua, cibo, riparo. “Da un paio di settimane soltanto sono state distribuite tende per ripararsi dal freddo dell’inverno australe, breve ma rigido, con temperature vicine allo zero”, spiega Alouis Chawumba, direttore Nazionale della ‘Commissione cattolica per la Giustizia e la Pace’ (Ccjp, ‘Catholic Commission for Justice and Peace’, che sta incrociando i dati raccolti dalle parrocchie cattoliche sulle condizioni di vita nei campi con i risultati delle inchieste dalle chiese protestanti e Anglicane. “Rimane il fatto – ricorda Chawumba – che a persone in dialisi, o affette da diabete, non vengono più garantite cure mediche; chi aveva in corso una cura ha dovuto interromperla, per non parlare di 300 mila bambini che non vanno più a scuola. Togliendo l'abitazione a un essere umano gli si levano i diritti basilari, non solo all'abitazione, ma anche la base per procacciarsi un lavoro e un futuro migliore per i propri figli; questi sgomberi devono finire, perchè attuati senza nessun avviso, con la scusa che gli occupanti delle baracche demolite sarebbero abusivi. Ci sono dei momenti in cui le sofferenze umane sono indescrivibili” è il commento del portavoce delle ‘Chiese unite dello Zimbabwe’, che martedì scorso hanno denunciato le condizioni in cui vivono gli sfollati. A sottoscrivere la denuncia dell’associazione delle chiese nazionali le firme dell’arcivescovo Anglicano Njongonkulu Ndungane, del cardinale Cattolico Wilfred Napier e del pastore rappresentante dei protestanti Ray McCauley. “Abbiamo visto solo una minima parete delle sofferenze di centinaia di migliaia di persone che chiamavano ‘casa’ le baraccopoli demolite”, hanno ribadito i prelati.   
 
Zona off limits per le Ong. Intanto il programma di demolizioni va avanti, cercando di nascondere alla comunità internazionale l’emergenza umanitaria in corso. “E’ stato provato che ai volontari delle organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani viene proibito l’accesso ai campi” spiega Over di ‘Human Rights Forum Zimbabwe’. “Alcuni nostri militanti sono stati arrestati per aver provato a filmare o fotografare come vivono gli sfollati. Il problema per chi si occupa di assistenza umanitaria è che non ci viene permesso di osservare la situazione nei campi e di avere un rapporto completo degli aiuti da approntare”. “Eravamo convinti che dopo la denuncia della Curia avrebbero smesso – spiega desolato Chawumba della Ccjp – ma hanno continuato ad affollare nei campi persone che non potranno tornare ai loro villaggi”. I Governi di Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e la Commissione dell’Unione europea hanno denunciato l’operazione ‘Murambatsvina”, ma Mugabe non sembra intenzionato a interrompere questa follia. “La nostra speranza è che un giorno questa gente sia costretta a rispondere delle loro violazioni dei diritti umani basilari”, si augura Chawumba.
 
 
Categoria: Diritti, Profughi, Politica
Luogo: Zimbabwe
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