Un'unica regia dietro i movimenti democratici che lottano contro i regimi post-comunisti

Uno spettro si aggira per i regimi delle ex repubbliche sovietiche. Il suo nome
è Otpor. Il suo cognome è… Soros.
Uno spettro materializzatosi per la prima volta il 5 ottobre 2000 a Belgrado,
quando le massicce manifestazioni di piazza costrinsero il leader serbo Slobodan
Milosevic a lasciare il potere a favore di Vojslav Kostunica. A organizzarle furono
i giovani attivisti del movimento studentesco democratico
Otpor (Resistenza), finanziato dal multimiliardario filantropo americano Gorge Soros
e dalla sua potente fondazione
Open Society Institute. Il pugno chiuso cerchiato, bianco su sfondo nero, era diventato il simbolo
della rivolta.
Lo spettro Otpor-Soros riapparve tre anni dopo a Tbilisi, il 23 novembre 2003,
il giorno della pacifica “Rivoluzione delle Rose” costata il potere al presidente
georgiano Eduard Shevardnadze.
Qui a guidare le proteste di piazza fu il movimento studentesco
Kmara (Basta), i cui leader erano stati addestrati alle tecniche della lotta nonviolenta
dal serbo Aleksandar Maric, istruttore del “Centro per la Resistenza Nonviolenta”
di Belgrado, l’ong erede del disciolto Otpor, una sorta di centro di addestramento
internazionale per aspiranti movimenti democratici.

Il pugno chiuso, stavolta nero o blu su sfondo arancio, ricomparve in quei giorni
sulle bandiere e sulle magliette dei giovani manifestanti georgiani che, seguendo
alla lettera la bibbia di Otpor “Dalla dittatura alla democrazia: un quadro concettuale
per la liberazione”, spianarono la strada al potere al filoamericano Mikhail Saakashvili.
Dietro a tutto sempre lui: Soros, con i suoi soldi e i suoi ideali di esportazione
pacifica della democrazia.
Oggi questo sovversivo fantasma, incarnato da migliaia di giovani studenti stanchi
dei corrotti e autoritari regimi post-comunisti, ha fatto la sua ricomparsa nelle
piazze di Kiev e Minsk. In Ucraina e in Bielorussia si sta giocando una delicatissima
partita per la transizione democratica dell’ex blocco sovietico.
Lo scorso 17 ottobre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, da molti
paragonato a Hitler non solo per l’inquietante somiglianza fisica ma anche per
il suo dichiarato autoritarismo, ha organizzato e vinto un referendum farsa per
legittimare la sua permanenza al potere. Il risultato è stato giudicato fraudolento
da tutti gli osservatori internazionali e ovviamente dalle forze d’opposizione,
scese in piazza per protestare nei giorni successivi.

Le manifestazioni sono state represse con inaudita violenza dalla polizia, che
ha bastonato e picchiato senza pietà, arrestando centinaia di persone e accanendosi
con particolare barbarie sui leader della protesta. Lo stesso Anatoly Lebedko,
leader del principale partito d’opposizione, il Partito Civico Unito, è stato
braccato e pestato dagli agenti finendo in ospedale con il cranio fratturato,
varie costole rotte e un'emorragia al fegato.
Tra gli arrestati anche molti giovani militanti del movimento
Zubr (Bisonte), neonata creatura dei veterani di Otpor. Come simbolo stavolta, nel
cerchio bianco su sfondo nero, il pugno chiuso ha lasciato il posto a un bisonte,
tradizionale simbolo nazionale bielorusso. Il già citato Maric si era recato in
Bielorussia nei mesi scorsi per tenere lezioni ai locali adepti in vista del referendum
e delle prevedibili successive proteste.

Nello stesso periodo Maric e un suo collega istruttore del Centro, Stanko Lazendic,
hanno fatto un salto anche in Ucraina in vista delle elezioni presidenziali tenutesi
lo scorso 31 ottobre, per gli ultimi ritocchi alla strategia del locale movimento
studentesco figlio della scuola Otpor:
Pora (E’ ora), niente più pugni chiusi, ma solo una scritta nera su sfondo giallo-arancio,
come i georgiani di Kmara. Sul loro sito web, espliciti richiami alle comuni esperienze
serba e georgiana. I giovani di Pora sostenevano il candidato dell’opposizione
Viktor Yushchenko, liberaldemocratico e filo-occidentale, contro il candidato
‘di regime’ Viktor Yanukovich, fino ad oggi primo ministro del discusso presidente
uscente Leonid Koutchma. Il voto si è tenuto in un clima tesissimo. La polizia
del regime di Koutchma ha perfino accusato il Pora di terrorismo. Il risultato
di parità (che dunque richiederà un ballottaggio il 21 novembre) è stato contestato
dagli osservatori elettorali e soprattutto dall’opposizione, scesa in piazza per
denunciare brogli e irregolarità che hanno impedito la vittoria di Yushchenko
al primo turno.
“Dopo che l’Otpor ha rovesciato Milosevic diventando celebre nel mondo intero
– ha spiegato Stanko Lazendic in un’intervista concessa al quotidiano serbo Politika
– ci hanno contattato organizzazioni di tutti i paesi ex sovietici. Come formatori
dell’Otpor, noi abbiamo tenuto numerosissimi seminari. Io sono andato in Bosnia
e in Ucraina, Maric è stato in Georgia e in Bielorussia. Per quanto concerne l’Ucraina,
quella situazione la stiamo seguendo da un anno: il nostro scopo è quello di mostrare
agli ucraini cosa significa il regime di Leonid Kouchma. Noi gli abbiamo insegnato
a condurre delle campagne, senza raccomandazioni precise su cosa essi dovessero
fare”.

“Nella concezione dei dittatori, la nostra azione è inconsueta. Essi non sono
abituati a combattimenti in cui i giovani usano l’ironia come arma. Ci tacciano
tutti di essere organizzazioni violente, paramilitari”, continua Lazendic nell’intervista.
“I servizi segreti ucraini sono al corrente dei seminari da noi tenuti e i media
del regime presentano noi di Otpor come gli ispiratori di un colpo di stato”.
Dietro le sigle di Otpor, Kmara, Zubr e Pora c’è insomma uno stesso progetto,
un unico ambizioso disegno politico. Quello di rovesciare le dittature e i regimi
dell’area ex-comunista con lo strumento della lotta di massa non-violenta. Completare
l’opera di abbattimento di quel Muro che nell’89 non è crollato, ma è solo stato
scrostato dal suo intonaco ‘rosso’. Sotto di esso sono ancora in piedi i mattoni
di regimi non-comunisti, nazionalisti o semplicemente personalisti ma ugualmente
oppressivi e grotteschi.