08/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un'unica regia dietro i movimenti democratici che lottano contro i regimi post-comunisti
Militanti serbi di OtporUno spettro si aggira per i regimi delle ex repubbliche sovietiche. Il suo nome è Otpor. Il suo cognome è… Soros.
 
Uno spettro materializzatosi per la prima volta il 5 ottobre 2000 a Belgrado, quando le massicce manifestazioni di piazza costrinsero il leader serbo Slobodan Milosevic a lasciare il potere a favore di Vojslav Kostunica. A organizzarle furono i giovani attivisti del movimento studentesco democratico Otpor (Resistenza), finanziato dal multimiliardario filantropo americano Gorge Soros e dalla sua potente fondazione Open Society Institute.  Il pugno chiuso cerchiato, bianco su sfondo nero, era diventato il simbolo della rivolta.
 
Lo spettro Otpor-Soros riapparve tre anni dopo a Tbilisi, il 23 novembre 2003, il giorno della pacifica “Rivoluzione delle Rose” costata il potere al presidente georgiano Eduard Shevardnadze.
Qui a guidare le proteste di piazza fu il movimento studentesco Kmara (Basta), i cui leader erano stati addestrati alle tecniche della lotta nonviolenta dal serbo Aleksandar Maric, istruttore del “Centro per la Resistenza Nonviolenta” di Belgrado, l’ong erede del disciolto Otpor, una sorta di  centro di addestramento internazionale per aspiranti movimenti democratici.
 
Militante georgiana di KmaraIl pugno chiuso, stavolta nero o blu su sfondo arancio, ricomparve in quei giorni sulle bandiere e sulle magliette dei giovani manifestanti georgiani che, seguendo alla lettera la bibbia di Otpor “Dalla dittatura alla democrazia: un quadro concettuale per la liberazione”, spianarono la strada al potere al filoamericano Mikhail Saakashvili.  
Dietro a tutto sempre lui: Soros, con i suoi soldi e i suoi ideali di esportazione pacifica della democrazia.
 
Oggi questo sovversivo fantasma, incarnato da migliaia di giovani studenti stanchi dei corrotti e autoritari regimi post-comunisti, ha fatto la sua ricomparsa nelle piazze di Kiev e Minsk. In Ucraina e in Bielorussia si sta giocando una delicatissima partita per la transizione democratica dell’ex blocco sovietico.
 
Lo scorso 17 ottobre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, da molti paragonato a Hitler non solo per l’inquietante somiglianza fisica ma anche per il suo dichiarato autoritarismo, ha organizzato e vinto un referendum farsa per legittimare la sua permanenza al potere. Il risultato è stato giudicato fraudolento da tutti gli osservatori internazionali e ovviamente dalle forze d’opposizione, scese in piazza per protestare nei giorni successivi.
 
Lukashenko e KoutchmaLe manifestazioni sono state represse con inaudita violenza dalla polizia, che ha bastonato e picchiato senza pietà, arrestando centinaia di persone e accanendosi con particolare barbarie sui leader della protesta. Lo stesso Anatoly Lebedko, leader del principale partito d’opposizione, il Partito Civico Unito, è stato braccato e pestato dagli agenti finendo in ospedale con il cranio fratturato, varie costole rotte e un'emorragia al fegato.
 
Tra gli arrestati anche molti giovani militanti del movimento Zubr (Bisonte), neonata creatura dei veterani di Otpor. Come simbolo stavolta, nel cerchio bianco su sfondo nero, il pugno chiuso ha lasciato il posto a un bisonte, tradizionale simbolo nazionale bielorusso. Il già citato Maric si era recato in Bielorussia nei mesi scorsi per tenere lezioni ai locali adepti in vista del referendum e delle prevedibili successive proteste.
 
Militanti ucraini di PoraNello stesso periodo Maric e un suo collega istruttore del Centro, Stanko Lazendic, hanno fatto un salto anche in Ucraina in vista delle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 31 ottobre, per gli ultimi ritocchi alla strategia del locale movimento studentesco figlio della scuola Otpor: Pora (E’ ora), niente più pugni chiusi, ma solo una scritta nera su sfondo giallo-arancio, come i georgiani di Kmara. Sul loro sito web, espliciti richiami alle comuni esperienze serba e georgiana. I giovani di Pora sostenevano il candidato dell’opposizione Viktor Yushchenko, liberaldemocratico e filo-occidentale, contro il candidato ‘di regime’ Viktor Yanukovich, fino ad oggi primo ministro del discusso presidente uscente Leonid Koutchma. Il voto si è tenuto in un clima tesissimo. La polizia del regime di Koutchma ha perfino accusato il Pora di terrorismo. Il risultato di parità (che dunque richiederà un ballottaggio il 21 novembre) è stato contestato dagli osservatori elettorali e soprattutto dall’opposizione, scesa in piazza per denunciare brogli e irregolarità che hanno impedito la vittoria di Yushchenko al primo turno.
 
“Dopo che l’Otpor ha rovesciato Milosevic diventando celebre nel mondo intero – ha spiegato Stanko Lazendic in un’intervista concessa al quotidiano serbo Politika – ci hanno contattato organizzazioni di tutti i paesi ex sovietici. Come formatori dell’Otpor, noi abbiamo tenuto numerosissimi seminari. Io sono andato in Bosnia e in Ucraina, Maric è stato in Georgia e in Bielorussia. Per quanto concerne l’Ucraina, quella situazione la stiamo seguendo da un anno: il nostro scopo è quello di mostrare agli ucraini cosa significa il regime di Leonid Kouchma. Noi gli abbiamo insegnato a condurre delle campagne, senza raccomandazioni precise su cosa essi dovessero fare”.
 
Arresto di militanti bielorussi“Nella concezione dei dittatori, la nostra azione è inconsueta. Essi non sono abituati a combattimenti in cui i giovani usano l’ironia come arma. Ci tacciano tutti di essere organizzazioni violente, paramilitari”, continua Lazendic nell’intervista. “I servizi segreti ucraini sono al corrente dei seminari da noi tenuti e i media del regime presentano noi di Otpor come gli ispiratori di un colpo di stato”.
 
Dietro le sigle di Otpor, Kmara, Zubr e Pora c’è insomma uno stesso progetto, un unico ambizioso disegno politico. Quello di rovesciare le dittature e i regimi dell’area ex-comunista con lo strumento della lotta di massa non-violenta. Completare l’opera di abbattimento di quel Muro che nell’89 non è crollato, ma è solo stato scrostato dal suo intonaco ‘rosso’. Sotto di esso sono ancora in piedi i mattoni di regimi non-comunisti, nazionalisti o semplicemente personalisti ma ugualmente oppressivi e grotteschi.

Enrico Piovesana

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