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Allora è proprio vero, la maledizione del secondo mandato esiste: se ne sta rendendo
conto il presidente Bush. Se Nixon fu costretto a lasciare per il Watergate, Reagan
ebbe l’Irangate e Clinton Monica Lewinsky e il Sexgate, per George W. già si parla
di Cia-gate: un complicato intreccio di spie, politica e guerra che ora ha coinvolto
Karl Rove, consigliere del presidente e vice capo di gabinetto, ma soprattutto
lo stratega delle due campagne elettorali vinte da Bush. Venerato dai repubblicani
e detestato dai democratici, che non dimenticano i colpi bassi riservati a Kerry
nei mesi precedenti il voto. Negli ultimi sviluppi di una telenovela iniziata
due anni fa, Rove è accusato di aver rivelato a diversi giornalisti l’identità
di un’agente della Cia – un reato federale punibile con 10 anni di prigione –
solo perché moglie di un ex ambasciatore che subito dopo l’invasione dell’Iraq
aveva osato smentire la tesi dell’amministrazione Bush sull’intenzione di Saddam
Hussein di dotarsi di armi di distruzione di massa.
Uranio per Saddam. La storia non ha l’appeal immediato dei capricci sessuali di Bill Clinton, ma
promette di essere una spina nel fianco per l’attuale presidente, già in difficoltà
dopo che i sondaggi hanno mostrato come il gradimento popolare nei suoi confronti
sia ai minimi storici. Tutto inizia nel 2002, quando l’ex ambasciatore Joseph
Wilson viene mandato dalla Cia in Niger per verificare se lo stato africano ha
trattato con l'Iraq la vendita di uranio arricchito – materiale utile per fabbricare
un ordigno nucleare. L’amministrazione Bush crede che Saddam abbia tentato di comprarlo,
e se fosse vero sarebbe un argomento decisivo per mostrare che il raìs è una minaccia
per il mondo. Nella sua missione, Wilson non trova nessuna prova che confermi
la teoria della Casa Bianca. Tuttavia, nel gennaio 2003 Bush parla alla nazione
dicendo che i servizi segreti britannici lo hanno informato del tentativo di Saddam
di acquistare uranio in Niger. Due mesi dopo gli Usa attaccano l’Iraq. In un suo
articolo pubblicato dal New York Times nel luglio 2003, l’ex ambasciatore accusa l’amministrazione
Bush di aver manipolato le informazioni dell’intelligence per giustificare la
guerra.
Giornalisti in carcere. Dopo un anno e mezzo, però, ritorna prepotentemente d’attualità. E coinvolge
altri due giornalisti: Judith Miller del New York Times e Matthew Cooper del Time, che hanno indagato sulla fuga di notizie. Nel febbraio di quest’anno i due
cronisti vengono condannati a 18 mesi di reclusione per essersi rifiutati di riferire
al giudice le loro fonti sulla vicenda, appellandosi alla libertà della stampa
sancita dalla Costituzione. Dopo il ricorso dei reporter, nel caso è intervenuta
a inizio luglio la Corte Suprema, confermando la pena per la Miller (ora in carcere)
ma non per Cooper: il giornalista del Time ha cambiato idea dicendo che la sua fonte gli ha dato il via libera per riferire
tutto ai giudici. Il problema è che, subito dopo la sentenza della Corte Suprema,
il Time ha scritto che la fonte in questione è proprio Karl Rove, e a provarlo c’è un’e-mail
risalente a pochi giorni prima dell’uscita dell’articolo di Novak sul Chicago Sun-Times. L’avvocato di Rove ha ammesso che è così, ma che Rove non ha mai menzionato
il nome della Plame a Cooper.Alessandro Ursic