15/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una storia di spie, politica e guerra per Karl Rove, lo stratega di Bush
Karl Rove è l'architetto delle due campagne elettorali vinte da BushAllora è proprio vero, la maledizione del secondo mandato esiste: se ne sta rendendo conto il presidente Bush. Se Nixon fu costretto a lasciare per il Watergate, Reagan ebbe l’Irangate e Clinton Monica Lewinsky e il Sexgate, per George W. già si parla di Cia-gate: un complicato intreccio di spie, politica e guerra che ora ha coinvolto Karl Rove, consigliere del presidente e vice capo di gabinetto, ma soprattutto lo stratega delle due campagne elettorali vinte da Bush. Venerato dai repubblicani e detestato dai democratici, che non dimenticano i colpi bassi riservati a Kerry nei mesi precedenti il voto. Negli ultimi sviluppi di una telenovela iniziata due anni fa, Rove è accusato di aver rivelato a diversi giornalisti l’identità di un’agente della Cia – un reato federale punibile con 10 anni di prigione – solo perché moglie di un ex ambasciatore che subito dopo l’invasione dell’Iraq aveva osato smentire la tesi dell’amministrazione Bush sull’intenzione di Saddam Hussein di dotarsi di armi di distruzione di massa.
 
L'ambasciatore Joseph Wilson e la moglie Valerie PlameUranio per Saddam. La storia non ha l’appeal immediato dei capricci sessuali di Bill Clinton, ma promette di essere una spina nel fianco per l’attuale presidente, già in difficoltà dopo che i sondaggi hanno mostrato come il gradimento popolare nei suoi confronti sia ai minimi storici. Tutto inizia nel 2002, quando l’ex ambasciatore Joseph Wilson viene mandato dalla Cia in Niger per verificare se lo stato africano ha trattato con l'Iraq la vendita di uranio arricchito – materiale utile per fabbricare un ordigno nucleare. L’amministrazione Bush crede che Saddam abbia tentato di comprarlo, e se fosse vero sarebbe un argomento decisivo per mostrare che il raìs è una minaccia per il mondo. Nella sua missione, Wilson non trova nessuna prova che confermi la teoria della Casa Bianca. Tuttavia, nel gennaio 2003 Bush parla alla nazione dicendo che i servizi segreti britannici lo hanno informato del tentativo di Saddam di acquistare uranio in Niger. Due mesi dopo gli Usa attaccano l’Iraq. In un suo articolo pubblicato dal New York Times nel luglio 2003, l’ex ambasciatore accusa l’amministrazione Bush di aver manipolato le informazioni dell’intelligence per giustificare la guerra.
 
La rivelazione. Qualche giorno dopo Robert Novak, un editorialista notoriamente conservatore del Chicago Sun-Times, scrive in suo articolo che due esponenti dell’amministrazione Bush gli hanno rivelato il vero ruolo della moglie di Wilson, Valerie Plame: è un’agente della Cia e lei stessa ha spinto affinché la missione in Niger fosse assegnata al marito. A questo punto, la carriera di spia della Plame è rovinata per sempre, e il movente politico della rivelazione è ipotizzato da molti osservatori. Chi ha spifferato tutto a Novak e – si scoprirà in seguito – ad altri cinque giornalisti di Washington? Nell’ambiente si fa il nome di Karl Rove. Bush assicura che il colpevole verrà licenziato ma non aggiunge altro, trincerandosi dietro un’inchiesta penale del dipartimento della Giustizia richiesta dalla Cia. E la faccenda rimane chiusa nel cassetto.
 
Per George W. Bush il Cia-gate è tutto da risolvereGiornalisti in carcere. Dopo un anno e mezzo, però, ritorna prepotentemente d’attualità. E coinvolge altri due giornalisti: Judith Miller del New York Times e Matthew Cooper del Time, che hanno indagato sulla fuga di notizie. Nel febbraio di quest’anno i due cronisti vengono condannati a 18 mesi di reclusione per essersi rifiutati di riferire al giudice le loro fonti sulla vicenda, appellandosi alla libertà della stampa sancita dalla Costituzione. Dopo il ricorso dei reporter, nel caso è intervenuta a inizio luglio la Corte Suprema, confermando la pena per la Miller (ora in carcere) ma non per Cooper: il giornalista del Time ha cambiato idea dicendo che la sua fonte gli ha dato il via libera per riferire tutto ai giudici. Il problema è che, subito dopo la sentenza della Corte Suprema, il Time ha scritto che la fonte in questione è proprio Karl Rove, e a provarlo c’è un’e-mail risalente a pochi giorni prima dell’uscita dell’articolo di Novak sul Chicago Sun-Times. L’avvocato di Rove ha ammesso che è così, ma che Rove non ha mai menzionato il nome della Plame a Cooper.
 
Esito incerto. Un cavillo? Così sembra a molti. Intanto la Casa Bianca sembra non saper come reagire e prende tempo. Bush difende Rove, ma si rifiuta di dare un giudizio sullo scandalo che monta ogni giorno di più. “Non voglio pregiudicare le indagini con commenti basati su quel che appare sulla stampa”, ha detto il presidente. Da come riuscirà a tirarsi fuori da questa vicenda potrebbe dipendere il futuro del suo secondo (maledetto?) mandato.

Alessandro Ursic

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