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Il muro dentro. Una delle prime vittime di un
conflitto è sicuramente la volontà, tra i belligenranti, di comprendere
l'altro. Il libro di Bernardelli racconta esattamente il contrario. Senza
retorica. Nel primo capitolo, senza tecnicismi, il giornalista racconta quello
che per i palestinesi è il 'muro della vergogna' e per gli israeliani la
'barriera di sicurezza', sottolineando una carratteristica poco dibattuta del
serpentone di cemento armato che Israele sta costruendo in Terra Santa.
Bernardelli non si sofferma, come fa la maggior parte dei commentatori, sulle
palesi violazioni che il governo Sharon commette nell'erigere la sua barriera
o
sull'oggettivo calo degli attentati suicidi in Israele da quando il muro
esiste. L'autore preferisce soffermarsi sull'aspetto più 'psicologico' del
muro. Quel senso d’impotenza, di paura, di rabbia che porta le persone a
smettere di parlare e a erigere barriere. Ma non per tutti è così, come racconta
Bernardelli.
Buone nuove. Per
esempio si può parlare dell’esperienza di Parent’s
Circle, l’associazione che riunisce i genitori che hanno perso un figlio in
questa guerra. Ucciso dagli israeliani o dai palestinesi. Fianco a fianco
parlano del loro dolore per scoprire che, dai due lati della barricata, lo
strazio di dover seppellire un figlio è lo stesso. Un altro esempio è quello di
una famiglia israeliana che ha occupato, dopo il 1948, la casa di una famiglia
palestinese scappata dalla guerra. Un giorno alla loro porta, dopo molti anni,
si ripresenta la famiglia palestinese che abitava là. La reazione poteva essere
violenta, invece da quell’incontro è nata un’amicizia che dura ancora adesso.
Un altro esempio ancora è quello dell’associazione Zochrot, Un gruppo di persone che, per così dire, lavora sulla
memoria. Il concetto base del loro lavoro è raccontare la nakba (la catastrofe, come i palestinesi chiamano la nascita dello
Stato d’Israele) dal punto di vista dei palestinesi. Zochrot è infatti la traduzione in ebraico di nakba e, da tempo, i componenti dell’associazione si occupano di
censire i nomi e i siti dei villaggi arabi che la guerra del 1948 ha cancellato
dalla memoria, ma soprattutto ha come obiettivo quello di raccontare con onestà
quella che spesso, da parte degli israeliani, fu una deportazione di massa.
A tutti i
livelli. L’autore non si limita solo a
raccontare esempi di pace costruita dal basso, come se il dialogo fosse
possibile solo a livello popolare. Un esempio di come, a volte, anche i
politici abbiamo saputo parlarsi in modo costruttivo è l’esperienza
dell’Accordo di Ginevra. Tutto comincia durante i colloqui di Taba, nel 2001.
Ormai infuriava la Seconda Intifada e due membri delle delegazioni israeliana
(Yossi Beilin, mediatore a Oslo con Rabin) e palestinese (Yasser Abed Rabbo,
membro del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina) non si sono voluti lasciare con un nulla di fatto e hanno continuato
a parlare tra di loro. Ne è nato un documento che, seppur senza i crismi
dell’ufficialità diplomatica, rappresenta un esempio costruito di dialogo tra
politici. Bernardelli, senza retorica, non si limita a storie ‘buoniste’. Per
esempio racconta l’esperienza di Bitterlemons
, un forum ondine che, molto più di tanti autorevoli mezzi d’informazione, è
riuscito a far dialogare le parti, anche se con toni duri. Ma il segreto è
proprio qui: in qualunque modo, l’unica soluzione possibile è il dialogo. Christian Elia