Intervista a Francesco Sisci sulla Sco, l'alleanza tra Cina, Russia ed ex repubbliche sovietiche
L'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (Sco) è un organismo internazionale che raggruppa Cina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan,
Kirghizistan e Tagikistan.
Una sorta di Nato dell'Est.
L'ultimo summit della Sco tenutosi il 5 luglio ad Astana, capitale del Kazakistan,
si è concluso con un documento dai toni molto forti nei confronti della presenza
militare e delle interferenze politiche occidentali in Asia Centrale.
Abbiamo chiesto un parere a Francesco Sisci, corrispondente dalla Cina per La Stampa, collaboratore di Limes, vicedirettore della rivista di geopolitica eurasiatica Heartland, editorialista di Asia Times e autore del libro “Made in China”.
Può parlarci dell’evoluzione della Sco (dallo ‘Shanghai Five’ del 1996, all’ingresso
dell’Uzbekistan nel 2001 fino al prossimo ingresso di Iran, India, Pakistan e
Mongolia)?
Oltre a cambiare il peso demografico (Nazarbayev ha detto: “Così diventeremo
mezzo mondo”) cambia il peso geopolitico della Sco? In che modo? Come valuta
l’impatto di un eventuale ingresso iraniano?
La Sco è nata come una creatura cinese e si è sviluppata sempre all’insegna di
un’evidente centralità della Cina. Lo stesso nome dell’organizzazione lo dimostra.
E così sarà anche in futuro, e non potrebbe essere diversamente dato che l’economia
cinese è quattro volte quella russa.
Nonostante questo, Pechino non ha interesse a sottolineare la sua leadership
nella Sco a discapito di Mosca: preferisce adottare un profilo di coordinamento
con la Russia. Da parte cinese non c’è competizione.

C’è n’è più in Russia, dove molti vedono la Cina come una minaccia, soprattutto
sulla Siberia, regione disabitata e ricca di petrolio che ultimamente sta vivendo
una massiccia immigrazione di cinesi spinti a nord dalla pressione demografica
che affligge il loro paese.
L’ingresso dell’Iran? Non rappresenterebbe un fattore di svolta per la Sco. L’interesse
di Russia e Cina è stabilizzare un paese come l’Iran e non lasciarlo pericolosamente
isolato nella sua contesa con gli Stati Uniti. Pechino e Mosca non vogliono certo
farsi tirare in ballo in una contrapposizione che, al contrario, vogliono disinnescare.
Il vero fattore che rivoluzionerebbe la Sco sarebbe rappresentato invece dall’ingresso
dell’India. La Sco diventerebbe così la casa comune dei due giganti del futuro,
Cina e India appunto, assumendo quindi un peso enorme. Il suo ingresso sarebbe
anche importantissimo in un’ottica di stabilizzazione regionale per la soluzione
del conflitto del Kashmir: dato che assieme all’India entrerebbe anche il Pakistan
(che Cina e Russia non vogliono lasciare isolato e in balìa di influenze integraliste)
queste due potenze nucleari nemiche si troverebbero per la prima volta membri
di un’organizzazione comune e, con il patrocinio russo e cinese, potrebbe essere
più facile farle dialogare seriamente.
La Sco ha chiesto la smobilitazione delle basi militari Usa in Asia Centrale
(Karshi-Khanabad e Termez in Uzbekistan, Manas in Kirghizistan, Kolub in Tagikistan)
e ha affermato il rifiuto di un ordine mondiale basato sul “monopolio e dominio”
di un paese (gli Usa?) e sull'imposizione di un modello unico di sviluppo sociale”
(implicita critica alle rivoluzioni ‘colorate’?).
Si può leggere in ciò un mutamento della natura della Sco, da struttura di cooperazione
regionale a struttura di contrapposizione a Nato e Usa? La Sco è il nuovo Patto
di Varsavia? Assolutamente no. La lettura della Sco come alleanza contrapposta alla Nato,
come organizzazione antioccidentale è farsesca. Oggi Russia e Cina non solo non
hanno la forza per contrapporsi agli Usa e all’occidente, ma soprattutto non hanno
alcun interesse a farlo. Sanno benissimo che la presenza militare americana in
Asia Centrale rappresenta un argine all’integralismo islamico e che un disimpegno
militare americano provocherebbe l’esplosione della regione. A partire dall’Afghanistan.
I Russi sanno bene quanto sia difficile mantenere il controllo di quel paese,
e sono ben contenti che se la sbrighino gli Usa.
La richiesta di smobilitazione delle basi non va quindi sopravvalutata: è stata
solo il frutto dell’insistenza del presidente uzbeco Karimov, in crisi con gli
Usa dopo i fatti di Andijan.
Altro discorso vale invece per le rivoluzioni ‘colorate’: su questo fronte sì
che Russia e Cina sono preoccupati per le interferenze occidentali e americane
nella regione. Mosca e Pechino sono forze conservatrici, nel senso che vogliono
difendere lo status quo e i regimi amici esistenti, ed evitare che essi vengano
sostituiti da altri regimi (non da democrazie, come si vuol far credere) funzionali
agli interessi occidentali.
La Dichiarazione di Astana ha recepito il concetto di Hu Jintao della ‘lotta
ai tre demoni’: terrorismo, separatismo ed estremismo. Secondo molti commentatori
questo serve a giustificare una politica di ‘mano libera’ in diversi contesti:
dalla guerra russa in Cecenia, alla persecuzione cinese dei musulmani uiguri dello
Xin Jiang, alla repressione dei movimenti di opposizione interni, assimilati a
movimenti terroristici come nel caso di Andijan. Cosa ne pensa?
L’aspetto della lotta al terrorismo nel quadro della Sco è assolutamente velleitario.
Solo le forze armate di Mosca hanno la potenzialità per svolgere questo ruolo
data la presenza di basi militari russe in tutti i paesi dell’Asia Centrale. E
Pechino è ben contenta di lasciare a Mosca il ‘lavoro sporco’, il ruolo di gendarme
regionale. Anche se nei fatti anche la Russia si dimostra incapace di fronteggiare
situazioni di crisi, come dimostra la Cecenia, dove Mosca continua a essere impantanata
in una guerra che dura ormai da dieci anni, senza un’apparente via d’uscita.
La stessa Regional Antiterrorist Structure (Rats), che dovrebbe essere la forza
di intervento antiterrorismo della Sco, è una forza a guida russa.
La Cina, dal canto suo, non è ancora militarmente pronta ad affrontare sfide
impegnative, nemmeno sul suo territorio, dove d’altronde non si intravedono aree
di crisi: lo stesso Xin Jiang non costituisce un focolaio di rivolta come spesso
viene dipinto, dato che gli uiguri sanno bene che, nonostante tutto, il loro benessere
è garantito solo dall’agganciamento allo sviluppo cinese.
E’ invece facile che i regimi centroasiatici usino la lotta al terrorismo come
pretesto per reprimere forze d’opposizione interna. Il caso di Andijan lo ha dimostrato.
Russia e Cina non hanno mosso critiche all’uso della forza da parte di Karimov,
in base al principio della non-interferenza negli affari interni di ogni paese,
ribadito non a caso anche nella dichiarazione finale di Astana.
Il summit Sco di Astana è stato preceduto da un vertice bilaterale tra Putin
e Hu Jintao. Hanno parlato soprattutto di economia. Secondo molti osservatori
il risvolto economico della Sco è altrettanto importante di quello geopolitico,
soprattutto tenendo conto della complementarietà tra le economie russa e cinese,
la prima ricca di energia ma bisognosa di capitali, la seconda ricca di capitali
ma bisognosa di energia. Cosa ne dice? Al di là delle questioni bilaterali tra Russia e Cina, certamente impostate sullo
‘scambio’ tra capitali cinesi ed energia russa, la forza finanziaria cinese rappresenta
uno dei due pilastri su cui si regge tutta l’architettura della Sco: un pilastro
è la presenza militare russa nella regione e l’altro è appunto la ricchezza cinese,
il suo enorme potenziale di investimento, indispensabile allo sviluppo delle economie
dell’Asia Centrale e quindi alla stabilizzazione della regione. La Sco è questo:
sicurezza militare garantita dalla Russia più sicurezza economica garantita dalla
Cina.