13/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di un palestinese che gli Stati Uniti vogliono fuori dall'Iraq
scritto per noi da
Alessandro Di Rienzo
 
 
Abu Hamed è un palestinese poco più che cinquantenne ed è alto due metri. Seduto su una sedia in una strada del campo profughi palestinese di Yarmuck a Damasco, in Siria, passa le sue giornate guardando la gente passare avanti e indietro nei vicoli del campo. Per un profugo alto due metri stare seduti è una postura ideale, perfetta per guardare negli occhi gli adolescenti che manifestano i primi atteggiamenti spavaldi di una maturità che non vedrà un posto di lavoro stabile e, quindi, neanche uno stipendio competitivo nella non opulenta economia siriana.
 
campo profughi palestineseVita da profughi. Abu Hamed è arrivato nel campo profughi palestinese a Damasco non nel 1948 dopo la nakba (la catastrofe, come i palestinesi chiamano la nascita dello Stato d’Israele) o nel 1967 dopo la guerra dei Sei giorni. E’ qui solo da pochi mesi in quanto prima viveva a Baghdad. Sconsolato guarda e saluta amici nuovi e vecchi compagni con i quali, per un po', aveva perso i contatti di una quotidianità pressoché immobile per i profughi palestinesi. La bocca coperta da imponenti baffi brizzolati comincia a raccontare della situazione dei palestinesi in Iraq, delle “retate compiute ai danni degli universitari e delle famiglie che sono state sfrattate in quanto gli americani spingono affinché nessun iracheno dia in affitto un'abitazione a famiglie palestinesi. Nella sola Baghdad vi erano circa 35mila palestinesi, molti dei quali sono ancora in Iraq, ma non vedono l'ora di andare altrove”. Quando chiedo maggiori informazioni sugli uffici politici delle organizzazioni palestinesi ospitate in esilio in Iraq, Abu Hamed comincia a parlare a raffica: “Chiusi tutti gli uffici di al-Fatah, del Fronte Democratico, del Fronte Popolare”. Evita di nominare Hamas e Jihad Islamica, perché le organizzazioni radicali islamiche non venivano tollerate dal laicismo del regime di Saddam, e continua dicendo che “il dato più grave sta nel fatto che gli americani hanno chiuso l'ambasciata dell'Autorità Nazionale Palestinese in Iraq imputandole la partecipazione ad una operazione militare contro un blindato statunitense”.
 
campo profughi palestinesiUn rapporto difficile. Abu Hamed sorride con amarezza nell'illustrare le ripetute beffe che la popolazione e le istituzioni palestinesi hanno subito in Iraq dopo l'occupazione americana. “Da quando, su richiesta dei militari Usa, ci hanno sfrattato dalle nostre case, molti di noi hanno rivisto le tende abbandonate dopo la nakba”, racconta il profugo palestinese, “perse le case si sono concentrati nella zona di al Baladiat, nei pressi del campo sportivo Haifa. E' dovuto intervenire il commissariato per i rifugiati dell'Onu per dare una sistemazione dignitosa in un nuovo campo profughi palestinese che prima della guerra non esisteva”. La libertà di azione politica delle organizzazioni palestinesi non è solo stata soppressa con l'arrivo delle forze della Coalizione, ma sono stati soprattutto i civili a subire atti di ritorsione da quando l'Usciri (l'alto consiglio rivoluzionario islamico), autorità sciita, ha dichiarato che tutti i palestinesi sono "rei di aver sostenuto il rais deposto Saddam Hussein”. Le storie dei palestinesi si confondono con la storia personale della famiglia di Abu Hamed. “Una vicina di quella che era la mia casa avrà detto agli americani che da me c’erano strani movimenti”, racconta Hamed, “quelle che prima erano normali dispute tra condomini ostili, con l’arrivo dell'autorità americana hanno assunto un valore politico per la sicurezza dell’Iraq. Così il giorno che dovevo portare il mio figlio malato in ospedale per delle cure, i soldati statunitensi non mi hanno fatto uscire di casa e quando mia moglie, in preda allo sconforto, si è arrabbiata con loro, l'hanno sbattuta sul pavimento”. Via da Baghdad. Questa la scelta di Abu Hamed, ma per molti altri le frontiere dei paesi limitrofi non sono aperte. “I palestinesi del 1948, cioè gli arabo-israeliani che si trovavano in Iraq dal momento dell'invasione e che vogliono tornare in Israele o in Giordania, si vedono respinti dalle autorità dei loro paesi - racconta Abu Hamed - per un palestinese in Iraq il passaporto giordano o israeliano non conta più nulla. Di loro, i loro paesi, se ne sono sbarazzati con piacere.” Ma secondo Abu Hamed, un giorno, gli uffici del Fronte Popolare e di al Fatah e quelli delle associazioni di assistenza ai profughi e delle organizzazioni non governative palestinesi riapriranno in Iraq? “Se solo dovesse venire riaperta l'ambasciata palestinese a Baghdad,  sarebbe già un evento straordinario. I nuovi Allawi e Pachachi, che devono necessariamente godere del beneplacito degli invasori, non vogliono i palestinesi nel nuovo Iraq”, risponde con un’espressione amara.
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Siria
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