Abu Hamed è un palestinese poco più che cinquantenne ed è alto due metri. Seduto
su una sedia in una strada del campo profughi palestinese di Yarmuck a Damasco,
in Siria, passa le sue giornate guardando la gente passare avanti e indietro nei
vicoli del campo. Per un profugo alto due metri stare seduti è una postura ideale,
perfetta per guardare negli occhi gli adolescenti che manifestano i primi atteggiamenti
spavaldi di una maturità che non vedrà un posto di lavoro stabile e, quindi, neanche
uno stipendio competitivo nella non opulenta economia siriana.
Vita da profughi. Abu Hamed è arrivato nel campo profughi palestinese a Damasco non nel 1948 dopo
la
nakba (la catastrofe, come i palestinesi chiamano la nascita dello Stato d’Israele)
o nel 1967 dopo la guerra dei Sei giorni. E’ qui solo da pochi mesi in quanto
prima viveva a Baghdad. Sconsolato guarda e saluta amici nuovi e vecchi compagni
con i quali, per un po', aveva perso i contatti di una quotidianità pressoché
immobile per i profughi palestinesi. La bocca coperta da imponenti baffi brizzolati
comincia a raccontare della situazione dei palestinesi in Iraq, delle “retate
compiute ai danni degli universitari e delle famiglie che sono state sfrattate
in quanto gli americani spingono affinché nessun iracheno dia in affitto un'abitazione
a famiglie palestinesi. Nella sola Baghdad vi erano circa 35mila palestinesi,
molti dei quali sono ancora in Iraq, ma non vedono l'ora di andare altrove”. Quando
chiedo maggiori informazioni sugli uffici politici delle organizzazioni palestinesi
ospitate in esilio in Iraq, Abu Hamed comincia a parlare a raffica: “Chiusi tutti
gli uffici di al-Fatah, del Fronte Democratico, del Fronte Popolare”. Evita di
nominare Hamas e Jihad Islamica, perché le organizzazioni radicali islamiche non
venivano tollerate dal laicismo del regime di Saddam, e continua dicendo che “il
dato più grave sta nel fatto che gli americani hanno chiuso l'ambasciata dell'Autorità
Nazionale Palestinese in Iraq imputandole la partecipazione ad una operazione
militare contro un blindato statunitense”.
Un rapporto difficile. Abu Hamed sorride con amarezza nell'illustrare le ripetute beffe che la popolazione
e le istituzioni palestinesi hanno subito in Iraq dopo l'occupazione americana.
“Da quando, su richiesta dei militari Usa, ci hanno sfrattato dalle nostre case,
molti di noi hanno rivisto le tende abbandonate dopo la
nakba”, racconta il profugo palestinese, “perse le case si sono concentrati nella
zona di al Baladiat, nei pressi del campo sportivo Haifa. E' dovuto intervenire
il commissariato per i rifugiati dell'Onu per dare una sistemazione dignitosa
in un nuovo campo profughi palestinese che prima della guerra non esisteva”. La
libertà di azione politica delle organizzazioni palestinesi non è solo stata soppressa
con l'arrivo delle forze della Coalizione, ma sono stati soprattutto i civili
a subire atti di ritorsione da quando l'
Usciri (l'alto consiglio rivoluzionario islamico), autorità sciita, ha dichiarato che
tutti i palestinesi sono "rei di aver sostenuto il
rais deposto Saddam Hussein”. Le storie dei palestinesi si confondono con la storia
personale della famiglia di Abu Hamed. “Una vicina di quella che era la mia casa
avrà detto agli americani che da me c’erano strani movimenti”, racconta Hamed,
“quelle che prima erano normali dispute tra condomini ostili, con l’arrivo dell'autorità
americana hanno assunto un valore politico per la sicurezza dell’Iraq. Così il
giorno che dovevo portare il mio figlio malato in ospedale per delle cure, i soldati
statunitensi non mi hanno fatto uscire di casa e quando mia moglie, in preda allo
sconforto, si è arrabbiata con loro, l'hanno sbattuta sul pavimento”. Via da Baghdad.
Questa la scelta di Abu Hamed, ma per molti altri le frontiere dei paesi limitrofi
non sono aperte. “I palestinesi del 1948, cioè gli arabo-israeliani che si trovavano
in Iraq dal momento dell'invasione e che vogliono tornare in Israele o in Giordania,
si vedono respinti dalle autorità dei loro paesi - racconta Abu Hamed - per un
palestinese in Iraq il passaporto giordano o israeliano non conta più nulla. Di
loro, i loro paesi, se ne sono sbarazzati con piacere.” Ma secondo Abu Hamed,
un giorno, gli uffici del Fronte Popolare e di al Fatah e quelli delle associazioni
di assistenza ai profughi e delle organizzazioni non governative palestinesi riapriranno
in Iraq? “Se solo dovesse venire riaperta l'ambasciata palestinese a Baghdad, sarebbe già un evento straordinario. I nuovi Allawi e Pachachi, che devono necessariamente
godere del beneplacito degli invasori, non vogliono i palestinesi nel nuovo Iraq”,
risponde con un’espressione amara.