scritto per noi da
Enza Petrillo
“Ieri la conta dei voti era ancora in corso. Ci sono una
serie di problemi generali, il conteggio si è rivelato estremamente
problematico in alcune aree”. Mirella Marchese, Media - Expert del Core Team
che coordina le attività di monitoraggio elettorale dell’ Organizzazione per la
Sicurezza e la Cooperazione in Europa in Albania, non ha dubbi: “questa tornata
elettorale segna dei progressi limitati rispetto alle precedenti elezioni” .
Esito incerto. L’apparente vittoria di Sali Berisha non basta, del
resto a fare chiarezza. I duecento ricorsi presentati alla Commissione
Elettorale potrebbero capovolgere le sorti delle traballanti elezioni albanesi
allontanando di alcune settimane la proclamazione ufficiale del vincitore.
Tuttavia i ritardi nell’apertura
di alcuni seggi e i dubbi
sull’identificazione degli elettori
hanno allontanato le elezioni dagli standard internazionali, ma non
hanno scalfito l'entusiasmo dei due candidati, le cui dichiarazioni confermano
lo scollamento con la base elettorale e con gli osservatori internazionali. Fatos
Nano, premier uscente del Partito Socialista, ha commentato con inconsueto
equilibrio bipartisan: “Il vero
vincitore è la democrazia”. Già, ma qual è il vero volto dell’Albania
democratica? Non è facile districarsi
tra i mille volti dell’Albania post-comunista. Se il sud, Tirana in particolare,
sembra aver compreso il valore della
partecipazione civile, il nord – noto “feudo” di Sali Berisha - resta ancora un’area sganciata dalle
istituzioni e dallo stato, e con un tasso di povertà tra i più alti d'Europa.
Un Paese diviso.
La differenza tra le aree urbane meridionali e quelle del nord è infatti
abissale.
In Albania, a dispetto dello stereotipo, il sud del paese
è il vero protagonista della rinascita civile. Come racconta Mirella Marchese: “Nel periodo
elettorale tutte le sere la televisione
proponeva programmi politici. Nell’area meridionale dell’Albania, in
particolare a Tirana, c’era una forte politicizzazione e tutti erano fortemente
interessati al dibattito politico”.
Elementi confortanti che purtroppo si annullano con quelli
estremamente più preoccupanti dell’ultimo dato apparso nel National Human Development
Report
curato dalle Nazioni Unite. Stando a quanto osservato l’Albania resta tra i paesi
più
poveri d’Europa. A più di dieci anni dal collasso del regime comunista, un quarto
della popolazione
albanese, quasi 780.000 persone, vive sotto la soglia di povertà. Circa il 30%
degli albanesi è povero e vive con un reddito di 2 $ al giorno, mentre il 15%
vive in condizioni di povertà estrema con solo 1 $ al giorno. Nelle zone rurali
4 persone su 5 sono povere. Proprio le zone rurali del nord rappresentano il
volto più preoccupante di questa Albania dalla doppia identità. La
partecipazione civile in questa parte del paese non rappresenta una priorità e
forse non potrebbe essere altrimenti. Troppi e di calibro ben diverso i problemi all’ordine del
giorno.
Ancora violenza. Lo scorso 9 aprile a Bajram Curri
(distretto di Tropoja) quattro razzi anticarro sono stati fatti esplodere in
pieno centro a pochi metri dalle sede locale dei servizi segreti albanesi. E
l’episodio non è del tutto nuovo. Sul finire del 2004, sono stati lanciati altri
4 razzi contro l’abitazione di una delle famiglie più
note della zona, conosciuta come la “torre degli Haklaj”. Fatti di criminalità
che la dicono tutta su cosa significhi
vivere da quelle parti.
Che sia uno stato nello stato, o come dicono in molti, una
terra di nessuno, di certo il nord per molti dei suoi abitanti è una terra da
abbandonare.
Di fronte a condizioni di vita insostenibili, aumenta
continuamente il numero di chi si
trasferisce in città o tenta la
fortuna all’estero. Per chi resta ciò che si profila nella migliore delle
ipotesi è l’esistenza in un paese faticosamente apertosi alla democrazia e che
ancora oggi sembra destreggiarsi poco e male con la messa in moto di processi
partecipativi e democratici. Fatti confermati da vicende originali come
quella degli studenti fuori sede
dell’Università di Tirana impossibilitati a votare per un disguido burocratico.
“1.422 studenti - racconta Mirella Marchese- non stati
registrati nelle liste di Tirana e non hanno potuto votare.
Inoltre l’Università ha fissato le date
degli esami proprio a cavallo delle elezioni”.
Ma ad essersela
passata male non sono stati soltanto gli studenti universitari.
L’andamento delle ultime elezioni non
segna un risultato incoraggiante nemmeno per le minoranze rom, greche e egyptians. Come racconta Mirella
Marchese “Le minoranze non hanno avuto alcuna copertura da parte dei media.
Entrambi gli schieramenti hanno preferito concentrarsi su problemi contingenti
come le infrastrutture o il raggiungimento degli standard internazionali”. Il
risultato di queste elezioni è quindi
ancora tutto da stabilire. Sullo sfondo resta un Paese tagliato in
due ma che non rinuncia a guardare in avanti.