08/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Macedonia alle urne per abrogare la legge che tutela i diritti della minoranza albanese
miliziani dell'uck in macedonia“Ogni paese si trova di fronte ad una scelta veramente semplice: spostare le lancette dell’orologio in avanti o spostarle indietro. Quello che attende la Macedonia è una piena accoglienza nell’Unione Europea. Quindi speriamo che gli elettori macedoni al referendum capiscano che ogni voto contro gli Accordi di Ohrid è un voto contro l’Europa”.
 
Denis MacShane, ministro per l’Unione Europea della Gran Bretagna, ha così commentato a Skopje, capitale della Macedonia, il referendum tenutosi ieri nel Paese dell’ex-Jugoslavia. Il ministro inglese ha fatto un riferimento esplicito all’accordo di pace firmato a Ohrid nell’agosto del 2001, che chiudeva sette mesi di guerra civile.
 
Il pilastro di quel documento era la legge che concedeva alla minoranza albanese della Macedonia un’ampia autonomia legislativa in materia di scuola, sanità e sviluppo nelle aree dove la popolazione di origine albanese rappresenta la maggioranza. Il referendum di ieri, voluto dai nazionalisti macedoni, mira ad abolire proprio questa norma.
 
Nei fatti la legge, che riduceva i distretti municipali macedoni da 123 a 84, aumentava la densità abitativa della comunità albanese in Macedonia, che rappresenta un 20 per cento della popolazione totale, facendo scattare automaticamente il diritto per la lingua albanese ad essere riconosciuta come seconda lingua ufficiale del Paese, assieme a tutta una serie di autonomie grandi e piccole.
 
Questa situazione non è mai stata accettata dai nazionalisti macedoni che si sono fatti promotori del referendum abrogativo. Todor Petrov, capo indiscusso del Congresso Nazionale Macedone, coordina l’opposizione unita al VMRO-DPMNE, partito dell’ex primo ministro Ljubo Georgevski, ha tuonato contro le parole di MacShane, definendole “una gaffe diplomatica, una chiassosa interferenza internazionale negli affari interni macedoni. Bisogna imparare che la Macedonia non è un Paese africano. Non abbiamo bisogno di nessuno”.
 
Non la pensa come lui il primo ministro macedone Hari Kostov, leader dell’Unione Socialdemocratica al potere, che ha invitato i macedoni a boicottare il referendum. Perché la consultazione sia valida serve che voti almeno il 50 per cento degli aventi diritto che sono un milione e 700 mila persone.
 
tank macedoni a tetovo nel 2001La linea del boicottaggio è anche quella scelta dai movimenti albanesi del Paese, il PDP guidato da Imer Imeri e il PDA guidato da Arben Xhaferi, artefici assieme al movimento dell’UCK guidato da Ali Ahmeti, degli accordi di Ohrid nel 2001. L’appoggio della comunità internazionale è tutto per gli oppositori del referendum, visto che Unione Europea, Stati Uniti e Nato sono concentrati sui lavori per lo status definitivo del Kosovo che cominceranno nel 2005 e hanno bisogno di tutto tranne che di un’altra grana diplomatica nei Balcani.
 
Come segnale di appoggio al governo macedone si può leggere la decisione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del 4 novembre 2004 di riconoscere alla Macedonia il nome ufficiale di Repubblica di Macedonia. Fino ad adesso infatti la Macedonia aveva come nome ufficiale la sigla FYROM, che è l’acronimo in inglese di Ex-Repubblica Jugoslava della Macedonia. Un gran favore al governo di Kostov, anche se questo gesto ha comportato le ire della Grecia, da sempre contraria a questo nome che è lo stesso che Atene da alla sua regione che ha dato i natali ad Alessandro Magno.
 
Il favore diplomatico di Washington ricorda molto l’apertura di credito che l’Unione Europea fece alla macedonia in piena guerra civile nell’aprile del 2001, quando alla repubblica ex-jugoslava fu riconosciuto il titolo di partner dell’Unione per un accordo di stabilità e cooperazione, primo passo per cominciare i negoziati per l’ingresso della Macedonia nell’UE.
 
Le tensioni tra Skopje e la minoranza albanese era esplosa nel gennaio del 2001. Un poliziotto macedone venne ucciso a Tearce, nei pressi della città di Tetovo, che è la capitale degli albanesi in Macedonia. Arrivò la rivendicazione dell’UCK, forte del successo ottenuto in Kosovo nel 1999 e probabilmente convinto di ottenere un nuovo aiuto dalla comunità internazionale. A febbraio del 2001 gli scontri si allargano alla cittadina di Tanusevici e il governo macedone dichiara il coprifuoco a Tetovo e mobilita i riservisti dell’esercito. Gli scontri continuano e ad aprile del 2001, 8 militari macedoni vengono assassinati dall’UCK, che sostiene di agire per autodifesa.
 
I militari uccisi erano quasi tutti originari di Bitola e nella cittadina scoppiano una serie d’incidenti tra la comunità albanese e quella macedone. Proprio in questo momento di tensione arriva l’aiuto diplomatico dell’Unione Europea al governo di Skopje e il messaggio all’UCK è chiaro: non ci avrete dalla vostra parte. La guerra continua e si teme il peggio quando un leader dell’UCK comunica il 9 giugno un ultimatum a Skopje: la capitale sarebbe stata colpita da alcuni missili se non terminavano i bombardamenti delle zone albanesi.
 
mezzo militare macedoneSostenuto dalla comunità internazionale, il governo di Skopje riconquista Aracinovo, dichiarata territorio liberato dalle milizie dell’UCK, il 22 giugno 2001. Sconfitti militarmente, tutelati dalle promesse di una forte autonomia, isolati dagli interlocutori internazionali e dimenticati da Tirana, i leader albanesi accettano di trattare, ma la tensione non si attenua e i nazionalisti macedoni tentano un assalto al Parlamento di Skopje il 25 giugno del 2001 mentre era in corso una riunione tra governo e rappresentanti albanesi. Alla fine i negoziati di pace possono cominciare e portano alla firma degli Accordi di Ohrid, che oggi vengono rimessi in discussione dal referendum.
 
La vigilia del voto è stata caratterizzata dalle minacce e dagli allarmi. Sia i nazionalisti macedoni che la comunità albanese hanno annunciato che non accetteranno di buon grado un esito del referendum a loro contrario, mentre da entrambe le parti arrivano segnalazioni di milizie armate pronte allo scontro violento in caso di sconfitta al referendum.
 
“Cancellare questa legge è il modo migliore per far riesplodere la guerra civile in Macedonia. Questo è un rischio che l’intera regione non può permettersi”, ha dichiarato Fatos Nano, discusso primo ministro dell’Albania. Gli ha fatto eco anche Sali Berisha, leader dell’opposizione di Tirana.
I politici albanesi sono molto preoccupati, perché se il conflitto in Macedonia ricominciasse, a farne le spese, sarebbe l’asfittica economia albanese, soffocata dall’arrivo di profughi. La stessa situazione del 1999 nel Kosovo e del 2001 in Macedonia.

Christian Elia

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