La Macedonia alle urne per abrogare la legge che tutela i diritti della minoranza albanese

“Ogni paese si trova di fronte ad una scelta veramente semplice: spostare le
lancette dell’orologio in avanti o spostarle indietro. Quello che attende la Macedonia
è una piena accoglienza nell’Unione Europea. Quindi speriamo che gli elettori
macedoni al referendum capiscano che ogni voto contro gli Accordi di Ohrid è un
voto contro l’Europa”.
Denis MacShane, ministro per l’Unione Europea della Gran Bretagna, ha così commentato
a Skopje, capitale della Macedonia, il referendum tenutosi ieri nel Paese dell’ex-Jugoslavia.
Il ministro inglese ha fatto un riferimento esplicito all’accordo di pace firmato
a Ohrid nell’agosto del 2001, che chiudeva sette mesi di guerra civile.
Il pilastro di quel documento era la legge che concedeva alla minoranza albanese
della Macedonia un’ampia autonomia legislativa in materia di scuola, sanità e
sviluppo nelle aree dove la popolazione di origine albanese rappresenta la maggioranza.
Il referendum di ieri, voluto dai nazionalisti macedoni, mira ad abolire proprio
questa norma.
Nei fatti la legge, che riduceva i distretti municipali macedoni da 123 a 84,
aumentava la densità abitativa della comunità albanese in Macedonia, che rappresenta
un 20 per cento della popolazione totale, facendo scattare automaticamente il
diritto per la lingua albanese ad essere riconosciuta come seconda lingua ufficiale
del Paese, assieme a tutta una serie di autonomie grandi e piccole.
Questa situazione non è mai stata accettata dai nazionalisti macedoni che si
sono fatti promotori del referendum abrogativo. Todor Petrov, capo indiscusso
del Congresso Nazionale Macedone, coordina l’opposizione unita al VMRO-DPMNE,
partito dell’ex primo ministro Ljubo Georgevski, ha tuonato contro le parole di
MacShane, definendole “una gaffe diplomatica, una chiassosa interferenza internazionale
negli affari interni macedoni. Bisogna imparare che la Macedonia non è un Paese
africano. Non abbiamo bisogno di nessuno”.
Non la pensa come lui il primo ministro macedone Hari Kostov, leader dell’Unione
Socialdemocratica al potere, che ha invitato i macedoni a boicottare il referendum.
Perché la consultazione sia valida serve che voti almeno il 50 per cento degli
aventi diritto che sono un milione e 700 mila persone.

La linea del boicottaggio è anche quella scelta dai movimenti albanesi del Paese,
il PDP guidato da Imer Imeri e il PDA guidato da Arben Xhaferi, artefici assieme
al movimento dell’UCK guidato da Ali Ahmeti, degli accordi di Ohrid nel 2001.
L’appoggio della comunità internazionale è tutto per gli oppositori del referendum,
visto che Unione Europea, Stati Uniti e Nato sono concentrati sui lavori per lo
status definitivo del Kosovo che cominceranno nel 2005 e hanno bisogno di tutto
tranne che di un’altra grana diplomatica nei Balcani.
Come segnale di appoggio al governo macedone si può leggere la decisione del
Dipartimento di Stato degli Stati Uniti del 4 novembre 2004 di riconoscere alla
Macedonia il nome ufficiale di Repubblica di Macedonia. Fino ad adesso infatti
la Macedonia aveva come nome ufficiale la sigla FYROM, che è l’acronimo in inglese
di Ex-Repubblica Jugoslava della Macedonia. Un gran favore al governo di Kostov,
anche se questo gesto ha comportato le ire della Grecia, da sempre contraria a
questo nome che è lo stesso che Atene da alla sua regione che ha dato i natali
ad Alessandro Magno.
Il favore diplomatico di Washington ricorda molto l’apertura di credito che l’Unione
Europea fece alla macedonia in piena guerra civile nell’aprile del 2001, quando
alla repubblica ex-jugoslava fu riconosciuto il titolo di partner dell’Unione
per un accordo di stabilità e cooperazione, primo passo per cominciare i negoziati
per l’ingresso della Macedonia nell’UE.
Le tensioni tra Skopje e la minoranza albanese era esplosa nel gennaio del 2001.
Un poliziotto macedone venne ucciso a Tearce, nei pressi della città di Tetovo,
che è la capitale degli albanesi in Macedonia. Arrivò la rivendicazione dell’UCK,
forte del successo ottenuto in Kosovo nel 1999 e probabilmente convinto di ottenere
un nuovo aiuto dalla comunità internazionale. A febbraio del 2001 gli scontri
si allargano alla cittadina di Tanusevici e il governo macedone dichiara il coprifuoco
a Tetovo e mobilita i riservisti dell’esercito. Gli scontri continuano e ad aprile
del 2001, 8 militari macedoni vengono assassinati dall’UCK, che sostiene di agire
per autodifesa.
I militari uccisi erano quasi tutti originari di Bitola e nella cittadina scoppiano
una serie d’incidenti tra la comunità albanese e quella macedone. Proprio in questo
momento di tensione arriva l’aiuto diplomatico dell’Unione Europea al governo
di Skopje e il messaggio all’UCK è chiaro: non ci avrete dalla vostra parte. La
guerra continua e si teme il peggio quando un leader dell’UCK comunica il 9 giugno
un ultimatum a Skopje: la capitale sarebbe stata colpita da alcuni missili se
non terminavano i bombardamenti delle zone albanesi.

Sostenuto dalla comunità internazionale, il governo di Skopje riconquista Aracinovo,
dichiarata territorio liberato dalle milizie dell’UCK, il 22 giugno 2001. Sconfitti
militarmente, tutelati dalle promesse di una forte autonomia, isolati dagli interlocutori
internazionali e dimenticati da Tirana, i leader albanesi accettano di trattare,
ma la tensione non si attenua e i nazionalisti macedoni tentano un assalto al
Parlamento di Skopje il 25 giugno del 2001 mentre era in corso una riunione tra
governo e rappresentanti albanesi. Alla fine i negoziati di pace possono cominciare
e portano alla firma degli Accordi di Ohrid, che oggi vengono rimessi in discussione
dal referendum.
La vigilia del voto è stata caratterizzata dalle minacce e dagli allarmi. Sia
i nazionalisti macedoni che la comunità albanese hanno annunciato che non accetteranno
di buon grado un esito del referendum a loro contrario, mentre da entrambe le
parti arrivano segnalazioni di milizie armate pronte allo scontro violento in
caso di sconfitta al referendum.
“Cancellare questa legge è il modo migliore per far riesplodere la guerra civile
in Macedonia. Questo è un rischio che l’intera regione non può permettersi”, ha
dichiarato Fatos Nano, discusso primo ministro dell’Albania. Gli ha fatto eco
anche Sali Berisha, leader dell’opposizione di Tirana.
I politici albanesi sono molto preoccupati, perché se il conflitto in Macedonia
ricominciasse, a farne le spese, sarebbe l’asfittica economia albanese, soffocata
dall’arrivo di profughi. La stessa situazione del 1999 nel Kosovo e del 2001 in
Macedonia.