scritto per noi da
Francesca Micheletti
Oggi si celebra il decennale del massacro di
Srebrenica, uno dei colpi di coda più drammatici del conflitto in Bosnia.
All’inizio del luglio 1995, sotto lo sguardo dei caschi blu dell’Onu, ottomila
uomini e ragazzi inermi vennero prelevati dall’enclave musulmana e sterminati
nel giro di pochi giorni. Oggi Srebrenica è una città semivuota, che
faticosamente riapre il capitolo del suo passato per rendere omaggio alle
vittime. Alla cerimonia di commemorazione sono attesi 50 mila visitatori, fra
cui numerose personalità politiche e diplomatiche. Spenti i riflettori, però,
Srebrenica tornerà a essere la città di sempre e la presenza internazionale
si ridurrà a due persone. Una di queste è Giuseppe Terrasi, 31 anni,
professore universitario a Milano. I suoi alunni studiano “Scienze della
cooperazione per lo Sviluppo e la Pace”, e si recano ogni mese in gruppi da
dieci a visitare quella che i manuali definiscono “situazione post conflittuale
di medio periodo”. La struttura dove svolgono le loro attività, ricavata da due
locali dell’ex caserma di polizia, non è semplicemente un osservatorio. E’ quella che il suo stesso ideatore
definisce una “scuola di pace”, dove si cerca di imparare dalla storia. Anche
in questi giorni in cui alla storia si getta uno sguardo particolare.
Qual è il clima che
si respira in questi giorni a Srebrenica?
È un clima non ordinario, tanta
gente dall’estero, molte macchine targate Corpo Diplomatico, molta polizia e
posti di blocco, soprattutto dopo quello che è successo martedì, quando sono
stati trovati 35 chili di esplosivo vicino e dentro al memoriale di Potocari.
È
una situazione fuori dalla norma. Per un mese la città sarà sotto i riflettori,
poi tutto tornerà come prima. Le presenze straniere fisse qui sono solo due: io
e una ragazza olandese che insegna musica.
Allora Srebrenica si può davvero descrivere
come una città fantasma?
Sì. La città è semi-vuota,
moltissime case sono disabitate. Attualmente risiedono qui 10 mila persone,
quando prima della guerra ce n’erano 35-40 mila. La città vive dal 1995 una
parentesi temporale che ha portato nella quotidianità i segni del massacro. Si
convive con le fosse comuni, che vengono rinvenute di continuo e riaperte per
tentare un’identificazione dei cadaveri. L’eccidio fa parte della quotidianità,
si respira nell’aria.
Perché i cittadini di Srebrenica non tornano indietro?
A parte la decimazione dovuta
alla strage, se qualcuno può evitare di tornare lo fa. Solo la possibilità di
un alloggio sicuro può attrarre qui chi è veramente disperato. Questa è una
città isolata dal mondo, internet non c’è, i telefoni funzionano male, nessuno
viene in visita. E la convivenza quotidiana fra persone che hanno un passato
così pesante è difficile.
Qualche esempio?
Durante la giornata mi capita di
incontrare e salutare sia un musulmano che è stato in un campo di
concentramento, sia quello che fu il suo aguzzino e che lo picchiava tutti i
giorni. E siccome Srebrenica è un “paesone”, più che una città, ognuno sa tutto
di tutti. Passato e presente. Chi ha dei trascorsi in guerra conosce e
riconosce nel suo vicino chi stava dall’altra parte. Può capitare che il tuo
vicino di casa abbia ucciso un tuo familiare dieci anni fa. E la tensione si
avverte, è innegabile. Serbi e musulmani non si frequentano, hanno locali e
luoghi di aggregazione diversi, a partire dai punti di riferimento religiosi,
che sono la chiesa ortodossa e la moschea.
Anche i giovani
vivono la separazione?
Spesso a casa mia si ritrovano
giovani di origini diverse, serbi e musulmani. All’inizio sono un po’ stupiti
di trovarsi insieme, ma accade anche che i rapporti si sciolgano e diventino
quelli fra ragazzi normali di qualsiasi Paese. Ho tuttavia la certezza che
anche tra i giovani esistono tensioni. Non potrebbe essere altrimenti. I serbi
sentono sulle loro spalle il peso di una responsabilità che nel 98 per cento
dei casi non li riguarda direttamente: persone che con l’eccidio non hanno
avuto niente a che fare e che hanno perso casa e affetti. Non sono tutti ex
criminali di guerra, come vorrebbe la visione semplicistica più diffusa.
Dall’esterno è facile scaricare la colpa su di loro: chi arriva qui senza
esserci mai stato ha una visione dicotomica, in bianco e nero. Vuole dividere
a
tutti i costi il buono dal cattivo, attribuire colpe e responsabilità. Dopo
pochi giorni invece la prospettiva cambia e si acquisiscono le sfumature. È
impossibile separare i buoni dai cattivi, la situazione è molto più complessa.
Spesso sono gli stessi giornalisti e le personalità che arrivano qui a creare
disagio, con domande del tutto inopportune rivolte alle persone sbagliate. Ma
ti può capitare di parlare ad esempio, con una ragazza serba che è stata in un
campo profughi e allora capisci che non ci sono differenze. Anche perché la
maggioranza dei profughi oggi è composta da serbi, una situazione che si è creata
ad
esempio anche in Kosovo.
Qual è il sentimento
predominante tra i giovani?
I giovani non hanno prospettive. Si sentono isolati, perciò
per loro è un grande stimolo quando porto qui i miei studenti di Milano. Qui
non arriva nessuno. Le Nazioni Unite (UNDP) e alcune Organizzazioni non
governative hanno uffici di rappresentanza, ma l’impatto sulla popolazione non
è percepito in maniera capillare. Tra di loro ci sono molte differenze, non si
può parlare di sentimento predominante perché dipende dalla storia personale di
ognuno. Chi ha subito violenza cova quasi inevitabilmente rabbia e rancore. Quelli
che prima del ’92 sono riusciti a scappare e vivere in città, ad esempio a
Belgrado, hanno studiato, possono darsi arie da intellettuali, non è la rabbia
il loro sentimento dominante ma il dialogo, la volontà di confrontarsi, di
discutere. C’è chi è riuscito a fuggire ma ha vissuto in campagna e non ha
potuto studiare, per cui oggi si ritrova senza mezzi in un contesto che in ogni
caso non offre lavoro. È l’attualità a preoccupare maggiormente i giovani: non
sono ripiegati sul passato perché si trovano a dover affrontare il loro
presente e a pensare al loro futuro. Che è appunto senza prospettive. Per
questo alcune emergenze sociali come l’alcolismo sono presenti in maniera
trasversale. Prevale sicuramente un desiderio di andare in un posto migliore.
Vogliono
uscire da questa situazione, e cercano di farlo: hanno richiesto un corso di
italiano, che partirà in autunno, e ci sono alcuni che si occupano di teatro,
frequentando un laboratorio. Sono piccoli progetti, ma importanti.
Che cosa ha da
insegnare una città come Srebrenica? Si può davvero imparare dalla storia?
Il privilegio degli stranieri è poter parlare con tutti,
sentire le voci diverse che tra di loro non comunicano. La conseguenza, come ho
già detto, è che si impara a vedere le sfumature, a rinunciare a una visione
in bianco e nero. I ragazzi si confrontano con giovani che non sono affatto
diversi da loro, e si trovano improvvisamente vicini a una situazione che
sembrava lontana e difficilmente comprensibile. Si trovano con sorpresa a dire:
“poteva succedere anche da noi”. Non serve più di una settimana, dieci giorni
per rendersi conto di tutto ciò. Per questo l’esperienza sul campo è a mio
parere quasi necessaria, soprattutto per chi come i miei alunni studia questi
argomenti e un domani potrebbe ritrovarsi ad affrontare un contesto
post-conflittuale.
Come vede i prossimi
giorni?
Dopo il rinvenimento della bomba proprio non lo so. Non me
l’aspettavo, sicuramente ci saranno tensioni, ma non so di che entità. Viene
certamente vista con fastidio la partecipazione alla cerimonia del presidente
serbo Boris Tadic, che suona come una presa di coscienza ma anche come una
sfida. I serbi hanno deciso di celebrare le loro vittime il 12 luglio, in concomitanza
della festa degli apostoli S. Pietro e S.
Paolo. Non conosco casi di serbi che partecipano alla manifestazione
dell’11. Siamo ancora lontani da una situazione di questo tipo. Tutti hanno
memorie pesanti da sopportare.