Scritto per noi da
Gianluca Ursini
Sokari Ekine ha un piede nel continente nero ed uno in Europa. E’ nata e cresciuta
in Nigeria dal padre, avvocato africano, e dalla madre britannica. Si è trasferita
a Londra per gli studi universitari e, a parte una parentesi americana, ha poi
intrapreso una carriera accademica in Gran Bretagna. Ha lavorato a lungo sulle
discriminazioni sessuali, anche da attivista, finchè un cancro cinque anni or
sono non le ha fatto capire che era il caso di cambiare vita; si è trasferita
nel Sud della Spagna da due anni e quasi da subito ha deciso di fondare un suo
blog sulla rete, ‘
black looks’. Il suo interesse sono soprattutto i diritti delle donne africane, in nome
dell’eguaglianza
ancora lontana da raggiungere, ma Sokari non ha mai timore a esprimere le sue
idee politiche sul mancato sviluppo della sua terra, oppure sulle discriminazioni
delle popolazioni indigene della regione del Delta, terra di giacimenti petroliferi
e sfruttamento occidentale, da cui proviene la sua famiglia nigeriana. Adesso
i collegamenti al suo blog hanno sancito un successo, anche in ragione del numero
di siti Usa che su ‘Black Looks’ hanno aperto una finestra fissa. Con lei è utile
parlare delle aspettative africane verso il mondo ricco.
Inevitabile parlare degli attentati di Londra , soprattutto per le conseguenze
che hanno avuto sull’attenzione mondiale verso i temi discussi al G8.
“Quello che mi fa più rabbia, nonostante sia stata ‘londoner’ per oltre 20 anni
e adori quella città e ci viva parte della mia famiglia, è che il dibattito sugli
aiuti e la cancellazione del debito dell’Africa è stato cancellato dai media.
E dopo, l’utilizzo politico che i signori Bush e Blair hanno fatto della vicenda,
come loro solito. Lo ‘spin’ (angolo visuale, ndr) che hanno fatto passare è stato
quello di un attacco terroristico ad un summit di signori che stanno salvando
l’Africa dai suoi mali; loro sono diventati i ‘bravi ragazzi’ e chi ha messo le
bombe ‘i cattivi’, ma non è detto che la loro ricetta per l’Africa sia quella
dei bravi ragazzi. Ma adesso qualsiasi cosa diano sarà accettata come la migliore
soluzione. Per non dire della maggiore delusione data dalle parole dei politici,
le loro promesse di ‘non arrendersi’, che fanno pensare ad altri atti di violenza
in risposta da altra violenza, in una spirale che non può fermarsi con questi
metodi”.
Dal suo blog non è stata tenera verso l’attitudine di BobGeldof e Bono Vox, organizzatori
del ‘Live8’, serie di concerti benefici in favore degli aiuti umanitari in Africa.
“Li ho definiti paternalisti, intendendo che ci trattano come se tutti noi africani
fossimo dei bimbi. Avrei potuto definirli naif, col beneficio del dubbio, o ignoranti,
se avessi creduto che non volevano capire quale sia la causa dei problemi africani,
e perché alcuni Paesi africani siano poveri. Per il signor Geldof noi saremo solo
delle povere vittime, del colonialismo, dei nostri dittatori,senza il diritto
di parlare per se stessi. Perché non si chiede come mai i nostri politici sono
stati così disastrosi? Non c’è stato un singolo dittatore militare del mio Paese,
la Nigeria, che non abbia ricevuto pieno appoggio dal Regno Unito (di cui lo stato
africano è ex colonia), e così funziona nelle altre ex colonia. Forse Robert Mugabe
in Zimbabwe è il primo caso di dittatore africano che vedo condannato unanimemente
dell’Occidente. In più, il loro atteggiamento mi sembra autoassolutorio: credono
che dandoci l’elemosina il problema sia risolto e possano voltarsi dall’altra
parte. Ma la maggiore delusione è che Geldof e Bono come rockstar, sembrerebbero
trasgressivi, mentre in realtà stanno dalla parte del sistema: il Live8 non ha
messo in discussione lo statu quo. Se il loro obiettivo è stato andare a chiedere
che agiscano ai signori Bush e Blair, non vedo come possano desiderare di cambiare
le cose”.
Uno dei due temi trattati dai grandi nei giorni passati è stata la cancellazione
del debito
“Vorrei capire, per prima cosa, perché adesso i G8 sono così interessati a cancellare
il nostro debito. Forse perché un rapporto economico pubblicato quest’anno da
un’agenzia Onu ha definito l’Africa occidentale una delle aree mondiali in cui
gli investimenti stranieri fruttano maggiormente. I maggiori Paesi della terra
vogliono vedere le loro multinazionali prosperare e fare affari in Africa grazie
alle nostre risorse naturali ed umane. Per fare business, hanno bisogno di un
quadro sociale di stabilità, per questo vogliono eliminare attriti sociali. I
loro interessi, parlo soprattutto di Usa e Gran Bretagna, sono ben garantiti dalle
società che hanno creato per curare gli interessi verso il commercio e gli investimenti
di alcune multinazionali: si chiamano ‘Corporate Council of Africa per gli Usa
(Consiglio delle società per l’Africa) e ne fanno parte Halliburton, Exxon , Mobil,
Starbucks, Microsoft, Cargill, General Motors, Boeing, Coca-Cola, Citigroup; quella
inglese si chiama ‘Business action for Africa’ (Affari in azione per l’Africa)
e ne fanno parte DeBeers, Shell, BritishAmerican Tabacco, Standard Chartered Bank.
Il secondo punto è quello delle condizioni. Chiedono ai nostri Paesi di liberalizzare
i mercati e privatizzare le nostre risorse, regolare i budget tagliando sulle
spese sociali. Le ricette del Fondo Monetario Internazionale hanno causato un
ulteriore declino economico del nostro continente ed ancora ci vengono proposte.
Privatizzando le nostre risorse, vogliono soltanto mettere in mano alle multinazionali
straniere i beni che adesso abbiamo gratuitamente, come sta succedendo in Kenya
e in Sudafrica, per mano di grandi compagnie inglesi e americane. Non solo. In
questa maniera i soldi donati dai Paesi ricchi tornano a casa sotto forma di tasse
pagate dall’azienda che ‘investe’ in Paesi africani. Per privatizzare recentemente
a Nairobi i servici idrici hanno dovuto rimodernare le infrastrutture, e questo
con i fondi internazionali. Ma chi si accaparra poi i benefici della vendita dei
beni privatizzati? Le multinazionali che incassano le bollette. E infine, se i
servizi dopo la privatizzazione costeranno di più, cosa vorrà dire? Che dal debito
di Stato, avremo privatizzato il debito, non i guadagni.
L’altro tema è il raddoppio degli aiuti finanziari.
Anche in questo caso sono condizionati all’adozione di politiche ultraliberiste.
Per esempio ci viene chiesto di tagliare le spese sociali. Come potremmo noi fare
pagare ai nostri cittadini le tasse scolastiche? Se l’assistenza sanitaria di
base e l’educazione primaria sono gratuite in Europa e Nordamerica, perché non
vi abbiamo diritto in Africa? I miei figli in Nigeria adesso non potrebbero andare
ad una scuola pubblica; il nostro Stato non investe più nell’educazione, con la
conseguenza che solo nelle scuole private si è sicuri di assicurare un avvenire
ai propri figli. Invece di cancellare il debito, dovreste lasciarci spendere le
risorse per avere una educazione di base assicurata, assistenza sanitaria di base
e alloggi, e in quel caso non avremmo bisogno di aiuti, penseremmo da soli al
nostro sviluppo. Una condizione che pongono è l’apertura a mercati stranieri.
Ma questo comporta spesso che i piccoli produttori non riescano più a reggere
la concorrenza delle multinazionali straniere. E’ successo con il mercato della
Kashaba, nel mio Paese, un cereale molto popolare nella nostra dieta. Gli esperti
di ‘UsAid’ (agenzia governativa di Washington che smista gli siuti, ndr) hanno
notato che poteva essere usata per molti scopi alimentari. Ne hanno incentivato
la produzione come condizione per la concessione di aiuti all’agricoltura. Il
risultato è stato che il prezzo della Kashaba è salito in maniera tale da non
renderne la produzione più conveniente per i piccoli agricoltori, che stanno vendendo
gli appezzamenti alle società alimentari estere. La mia opinione è molto chiara:
gli aiuti, così come la cancellazione del debito, non si devono legare a nessuna
condizione. Ogni soldo che ci arriva va speso nei settori sociali.